Mannaggia ‘u bambenielle

Lo scrittore non sa mai se l’opera è compiuta. Ciò che ha terminato in un libro, lo ricomincia o lo distrugge in un altro.
(Blanchot, Lo spazio letterario)

… a ogni pagina mi ricomincio, ritrattando le scritture precedenti, sono scemenze, ed è un piacere tradirle. È una goduria rinnegare il povero cristo che le ha scritte, purché però il gallo canti l’alba di un nuovo me stesso. E che la canti a quest’altro che san-Pietro-gallomi sento di essere diventato. A volte, che m’importa se nessuno ci crede?, a volte mi sento addirittura il papa! Che dite? Ho o non ho il potere di scomunicarmi? O anche a questo estremo piacere devo abdicare?
Così di sé pensò l’Augusto, il Sommo dei Maestri malinconici. Pensò: non si scrive forse per smentirsi? per essere quell’altro che non si è? l’autoritratto che ci ritratta, e che solo così ci ricomincia?

In quanto a me, pazziando il napoletano disse, il solito istrione obiettando disse: io, tutti questi discorsi non li capisco; a me, felice d’essere incompiuto, mi basta sentire per un momento, mentre scrivo, d’essere al servizio del Re della città di Vattelapesca. Mi piace dissacrare ogni illusione di compiutezza. Ma non so, e non voglio sapere, perché lo faccio.

Le fantasie, come insegna il Filosofo, sono fatte per essere, a una a una, ritrattate se solo si guardano riflesse nello specchio dell’immaginazione. E i desideri, postilla il Dottore, per essere «gentilmente» contagiati dall’amore per il loro (mutevole) «prossimo».
Siamo noi i mutanti. Noi la bella copia – la copia «ingentilita» delle scimmie che a nostra insaputa scimmiottiamo. Siamo Elena la rapita e, insieme, Paride che la rapisce. Perché negarlo? In realtà, non siamo né l’una né l’altro. Siamo quelli che giocano al loro reciproco rapimento. Ci prestiamo a fare noi la fune, noi la corda dell’ipotenusa tesa tra due sessi che credono di parlare la stessa lingua, solo perché sulla scena per caso parlano il tardo dialetto di un volgare «teorema» sul cor gentile.

In quanto a me, disse il Derviscio, se ero maschio, vuol dire che è da femmina che mi ricomincerò. Perché ciò che ho rapito alla fantasia, non mi chiede che di essere donato alla danza. Perché tutta la libidine non è che nel dare e prendere – solo nel restituire avidamente poetando ciò che ci è prosaicamente donato dal nostro (mutevole) «caso».
Restituire alla lontananza l’amato a noi più prossimo, il più vicino, il vivo e presente. Restituire l’attuale a quel certo «non so che non so dove né come né quando». Restituirlo derviscio-turcoall’inattuale, all’utopico da cui proviene.
Se danzo, perciò, è solo per restituire la lettera rubata. Ma, mi domando, come si fa senza provare almeno un po’ di vergogna? Se ero una puttana, come posso dunque fare a meno di sputtanarmi?

Ma tu, gallo mio, canta pure l’ira funesta che infiniti addusse / lutti ai mortali. Tre volte, prima che sorgesse l’alba di questo nuovo giorno, e che col beneplacito del «lontanissimo» Utnapištim infine anch’io mi rimbambissi – tre volte di seguito, tre tragedie sono successe una appresso all’altra.
Canta pure, dopo la lunga notte passata a svenare nostalgie dalla miniera dei sogni, canta gaio il mio risveglio al mattino della scienza! – disse Mastro Federico.
Ritrattandosi, ricominciandosi, aveva intuito che non c’è nulla di più mistico dell’esplorazione comica di quei fondi dolorosi della propria mente, in cui nessuno è ancora «io», e tutti siamo, maschi e femmine indifferentemente, una doglia e insieme una passione della Natura. Uno spasso, questo suo incessante riprodursi da lutto a lutto ridendo di quel «riso» che è proprio e solo di Demetra. Proprio e solo il sorriso di un’altra Aurora. L’illusione di un’altra Promessa.

Ecco perché ognuno di noi nasce e rinasce spiritoso. Nasce e rinasce sempre da tre tragedie che l’hanno intristito, e solo se le ritratta (sono tutte scemenze), solo se le deride, vede spuntare l’alba di un gioioso tradimento.
Bisogna trascendere se stessi, e scomunicarsi (almeno una volta all’anno) – se si vuole andare oltre, più a ritroso, nella propria mente, e ripassare per dove, da casuali doglie immaginali, in lei sorse imperioso tutto un mondo di idee, di fedi e di credenze.

«Diventi il mio corpo adatto al sacrificio. E possa io per mezzo del sacrificio avere un altro me stesso».
Allora diventò cavallo …
(Brhadâranyaka Upanisad, 1: 2. 7)

… e lasciandosi libero di pascolare tra i pezzi sparsi del suo corpo (Orfeo lacerato dalle Baccanti, cuore di Orfeo senza più memoria di Euridice, senza più nessuna vecchia storia, cuore rimbambito dai suoi troppi lutti), ecco che Egli distrattamente sacrificò alla vanità del canto tutte le sue amate precedenti.

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Era un bambino, quando dovette (già allora!) ricantarsi da umano: non c’era che quel modo per umanizzarsi – lasciarsi incantare, e in quell’incantesimo lasciarsi portare a spasso dalle «cavalle», un po’ più in là.
Era un bambino, eppure intuiva che solo il «corpo» sacrificato sul più bello gode d’immortalità. Solo la «tragedia» della propria auto-rimozione, merita d’essere risarcita dalla risata dei Satiri.

Perciò sacrificò il cavallo a se medesimo: per far ridere i Sazi lo offrì agli dèi assieme a tutti gli altri animali che di volta in volta era stato, di digiuno in digiuno, di astinenza in astinenza, nelle vite precedenti.
Così divenne umano. Col sacrificio delle sue vecchie utopie, imparò a piangere e ridere di ciò che fa piangere e ridere gli uomini.
Era un bambino innocente, eppure è tutta colpa sua se, adesso, il vecchio è rimbambito, ed è solo la sua brutta copia, solo la sua caricatura.
No, disse se non sbaglio quel mattacchione di Zarathustra, non lascerò ad altri il piacere di accusarmi. Sarò io stesso la mia profetica bestemmia …

Sarò il rimosso che ritorna, furono le sue ultime parole blasfeme.
Solo Egli, il sacrificato, ha la forza (segreta) di bestemmiarsi, anche se è solo il traditore Lorenzetti-Giuda-impiccatoche può fare giustizia della preghiera che è stata interrotta sul più bello.
Giuda, non lo vedi?, è solo un povero cristo costretto a sacrificare se stesso al cavallo che aveva già cavalcato in tante pazzie precedenti.
Ossessionato dall’idea di compiere l’opera – Egli s’impiccò.
Deciso a portare a termine la sua pazzia – Egli si distrusse. Ma a che pro, se il tradimento è interminabile? e se il primo briciolo di umanità è la precoce demenza del bambino che, per umanizzarsi, tradisce la povertà del suo «cristo» per una manciata di balocchi o un minuto di mondanità?

Ma quale innocenza vai cercando, mio vecchio scimunito? A quale assenza, a quale passato, credi di restituire la parola, quando bestemmi? A chi altri puoi dare la colpa di tutte le scemenze che hai detto e scritto? – a chi, dimmi, se non all’Incompiuto? – a chi, se non all’Inoperoso che s’è mangiato la tua vita?
Dai retta a me, bestemmialo!, se davvero vuoi imparare a pregarlo.
Mannaggia a lui!
Dai, ripeti assieme a me!

Mannaggia a lui che per primo venne a farsi divorare qui. In questo strano Paese delle meraviglie che è il Mondo dei Sacrifici Umani.
Mannaggia a Lui che si prestò a fare l’operaio in questa sanguinaria Opera dei Pupi … mannaggia a Giuda che si tradì … mannaggia ‘u bambenielle … che si sacrificò … mannaggia ‘u bambenielle … che per trenta denari si comprò solo una corda a cui appendersi …

E adesso, capisci?, adesso che non c’è più un solo Giusto che non sia capace di farne la caricatura … mannaggia ‘u bambenielle … adesso, è Egli che bestemmia se stesso … mannaggia ‘u bambenielle … mannaggia ‘u bambenielle … adesso che, essendo Egli, ha perso il potere di difendersi in nome di un «io», adesso che nessuno gli dà più del tu, adesso che per tutti ormai è solo un Lui, adesso Egli per dire tutto, a tutti non fa che ripetere la solita litania … mannaggia ‘u bambenielle … mannaggia ‘u bambenielle … è questo il suo dramma satiresco: tutto un entrare e uscire dalla preghiera alla bestemmia, e casomai anche all’inverso …