Alberti – Paradiso perduto

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Lungo il corso dei secoli,
per il nulla del mondo,
io che insonne ti cerco.

Dietro di me, impercettibile,
senza sfiorarmi gli omeri,
il mio angelo morto, in vedetta.

Dove sta il Paradiso,
ombra che ci sei stata?
Mi risponde il silenzio.

Città senza risposta
fiumi senza parole, vette
senza echi, oceani muti.

Non sanno, uomini fissi,
in piedi, sulla sponda
delle immobili tombe

mi ignorano. Tristi uccelli,
canti pietrificati,
sulle estatiche rotte,

ciechi. Non sanno nulla.
Antichi venti, senza sole,
inerti, con tante leghe

da fare, calcinati
si levano, ricadono
all’indietro, poco dicono.

Diluiti, un’informe
verità in sé occultando,
fuggono da me i cieli.

Fuseli-Satana-comincia-toccare-ridotto

Al limite terrestre,
già sull’ultimo filo,
con lo sguardo che scivola,

morta in me la speranza,
io quel portico verde
cerco nei neri abissi.

O che traforo d’ombre!
Bulicame del mondo!
Confusione di secoli!

Indietro! Che spavento
di ammutolite tenebre!
Anima mia perduta!

– Angelo morto, risvegliati!
Dove sei? Su, illumina
col tuo raggio il ritorno.

Silenzio. Altro silenzio.
Senza battito i polsi
della notte infinita.

Paradiso perduto!
Perduto per cercarti.
Senza luce, io, per sempre.

(Rafael Alberti, Degli Angeli)

***

Jefferys-figure-eroiche

io senza luce, io per sempre a me stesso oscuro. La luce dell’Angelo si è spenta, e io – per sempre – Angelo morto, m’invoco inutilmente.
Mi risponde, sempre, il silenzio.

A ciascuno il suo Angelo è morto. Il Vivente gli è vissuto appena un istante. In un miraggio ciascuno di noi l’ha vissuto. E quell’istante di vita è tutto il paradiso che ha perduto. È tutta la «luce» che gli è toccata in sorte.
Poi, per sempre, la luce s’è spenta, il miraggio è svanito, solo un misero resto è avanzato, una falsa memoria rimessa alle parole.
Ma, a parole, come sempre, a ciascuno risponde solo il silenzio.

L’Angelo non si può dire. L’Angelo si vede. Si vede soltanto. Appena e solo per quell’istante in cui a illuminarlo è la sua stessa luce. Nessun io ha poi la luce per riaccenderlo. Ogni io rimane per sempre oscuro a se stesso.
Solo noi – io e l’Angelo prima d’essere divisi – solo quel «noi» ha vissuto nella luce. Io non è la nostra stella. La stella non si può dire. La stella non è l’Angelo, eppure come l’Angelo non Savoj-tunnelparla, si vede soltanto. Si vede al posto dell’Angelo.
Perciò, a chi alla sua stella parla, uomo o angelo che sia, risponde sempre il nostro silenzio. Nei secoli dei secoli, tutta la nostra storia rincorre l’eco di quello che in principio ha perduto, la falsa memoria di quel paradiso che può ritrovare solo rinnovandone la perdita.

Paradiso perduto – per cercarti.
Paradiso cercato – per perderti ancora.

Insonne pazzia – continuare a tenerne viva l’utopia. E ancora anelare al non-luogo, ancora dannarsi a interpretare a parole le parole che l’Angelo non dice. Mai, a nessun io. Le parole sono il nostro paradiso terrestre: né io né l’Angelo, fuori dal «noi», le possiamo parlare. Sarebbe l’inferno. Quelle parole non hanno senso. Anelano soltanto, in un solo «noi», a tenersi strette in quel non-luogo, a riscaldarsi del tepore di un muto abbraccio. Io, l’Angelo – l’Angelo, io.

Che importa, se l’angelo non parla? Che male c’è se io non parlo? È così che ci cerchiamo e ci perdiamo, ancora, come allora, solo perché abbiamo voglia di annullarci, l’uno nella forma allucinata dell’altro. Ma la luce s’è spenta, l’Angelo è morto, e io che miseramente fingo d’essere vivo, inutilmente m’invoco.
Mi risponde, come sempre, il nostro silenzio. E il silenzio in silenzio mi dice che nei secoli dei secoli, lungo quanto è lungo il nulla del mondo, non vive che quel nostro vissuto.

A che serve parlare? E poi, a chi parlare – se l’Angelo a tutti è morto?
Parola, ormai, senza luce – è quella che parliamo. Parola che non vede più in là dell’orizzonte della sua colpa. Parola che non vede più il non-luogo del suo principio.
Maledetto c’era una volta…

Ora, Angelo miope, inutilmente mi cerco tra le mie rovine. Mi chiamo, e m’invoco. Ma non siamo più – io, l’Angelo – l’Angelo e io – più non siamo il muto anelito che visse nella nostra reciproca veggenza di un paradiso tra di noi.
L’Angelo e io abbiamo vissuto là. Al nostro posto, adesso un’ombra – vista da qui, una stella ci aspetta. Fummo, noi, l’uno per l’altro, l’uno nel respiro dell’altro, la terra di un desiderio.