Dante – Quella viva luce

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«La prima cosa che Dio creò fu la mia luce»: così recita un celebre hadîth, uno di quelli più insistentemente meditato dai «sapienti» islamici. Da meditare c’era e c’è quel «mia», quel possessivo che sembra quasi un’eresia – come?, non recita forse il Catechismo che Dio creò la Luce, la Luce di tutto l’Universo? in che senso, dunque, essa può essere «mia»?

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Ciò che non more e ciò che può morire
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;
ché quella viva luce che sì mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
per sua bontate il suo raggiare aduna,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi una.
(Dante, Paradiso, 13: 52-60)

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Immortale e mortale, ugualmente «ciò che non more e ciò che può morire», non è se non splendor dell’idea che, innamorata, lo «partorisce». L’idea è luce, è «quella viva luce» che ha un modo tutto suo di «vivere». Essa mea, «deriva», «sgorga», dalla sua Fonte in modo da non disunirsi mai – in modo cioè da essere ovunque e comunque la Me Stessa dell’Idea «che ama». Qualunque sua illuminazione è «mia» a un qualche innamorato, e che questo amore sia mortale o immortale, d’uomo o d’angelo, la Luce non fa che «meargli» un suo raggio, non fa che manifestarsi a lui nella Soggettività, nell’Io, nel Me stesso che gli «partorisce». La Luce gli illumina il Mondo, l’Idea gli manifesta il Mondo – e questo «illuminato» è a ciascuno il «mio» mondo. La mia passione di mondo…

Similmente, la prima creazione di ogni poeta è la proiezione «amorosa» del suo «me stesso» in una immagine fuori di lui, immagine che egli tuttavia trattiene a sé senza farla scappare via, senza farla inghiottire dallo specchio su cui la proietta, senza darla in pasto ai Segni contingenti in cui la «trascrive». È dunque su un dato attinto al mondo sensibile (l’immagine fuori di lui, altra da lui), attinto e poi trattenuto nella memoria, che il Poeta Chagall-candele-nozzescopre la somiglianza della sua creatività a quella divina. Il Verbo è presso Dio, la Luce è presso il suo lucente, l’Immagine è presso il poeta che si specchia nelle parole del suo proprio Verbo.

In ogni caso è all’opera una distanza, ma tale che ciò che essa mette a distanza le rimane tuttavia «di stanza», comunque stretto nel legame di una prossimità indissolubile dal suo «Me Stessa». Allo stesso modo, certe notti, l’alone aureola il volto della Luna «sì che ritenga il fil che fa la zona» (Paradiso, 10: 69), in modo cioè che il raggio di luce che «tesse» l’alone è trattenuto presso la «tessitrice» e da lei mai si distacca. In modo che ogni «me» irradiato rimane, amorosamente, inseparabile dall’esser Me Stessa della Luce.

Questo legame, questo laccio divino, il Poeta lo afferra solo una volta asceso al quarto cielo. Non prima, non fino a quando si attardava nei tre cieli «triviali» (Luna, Mercurio e Venere) della sua coscienza.
Siamo solo all’inizio di una vera e propria escalation immaginativa, che di tre successive apparizioni (in sequenza: l’alone della Luna, i due arcobaleni e la terza corona: cfr. Paradiso, 10: 64-69; 12: 10-12; 14: 67-75) fa i tre tempi di una progressione armonica, ognuno dei quali tipizzato da una sua propria figura presa sì a prestito dal cosmo sensibile, ma per essere manipolata secondo le regole di una geometria visionaria.

Solo che bisogna imparare a saper visionare le proprie illuminazioni.
Sapiente è infatti il poeta che non si lascia ingannare dallo specchio su cui «scrive» il mondo che crea, il poeta che non soccombe ai molteplici fantasmi in cui si disunisce l’unica Me Stessa della Luce «creatrice».
Sapiente è il poeta che riconosce il legame d’amore che «s’intrea» fra lui e l’immagine illuminata, il poeta che comprende che tra il suo «me» e la divina «Me Stessa» c’è un atto Dalì-Dante-Beatricedi reciproca donazione, una relazione d’amore che crea il Mondo illuminandolo a sua immagine e somiglianza.

Ogni poesia è tale, solo se è cosmogonia, solo se crea un mondo nuovo e se, nel farlo apparire, mostra la luce che l’illumina e lo sguardo che lo percepisce mentre fanno all’amore. E ogni cosmogonia è davvero tale, solo se è rivelatrice dell’anima che ne è la mia luce creatrice. E ogni creazione è davvero tale, solo se è specchio fedele del volto della Padrona di casa dell’anima, del volto della sua Immaginatrice.

È lei, la Me Stessa dell’Immaginatrice, a fare degli occhi del poeta il prisma in cui si frange in «più fulgor vivi e vincenti» (Paradiso, 10: 64) la sua originaria luce indivisibile. Bisogna dunque che il poeta, una volta asceso al Quarto Cielo, una volta che si è lasciato alle spalle i tre cieli «triviali» della sua conoscenza, questi «fulgori» sparsi, li chiami a raccolta e li raduni al centro del suo amore (ego tamquam centrum circuli dice Amore in Vita Nova, 12), e se ne adorni allo stesso modo in cui la Luna usa del suo proprio alone «di sé far corona» (cfr. Paradiso, 10: 64-65).
Quelle luci, quei «fulgori» vivono e vincono solo a questa condizione – solo se unificati nella relazione d’amore tra chi dona e colui a cui è donato il Me che «mea» dalla Fonte divina.

Sappi, dunque, divenire anche tu poeta, e fa’ che dallo scrigno della tua anima possano affiorare i talenti di luce della Beatrice «che t’avvalora» (Paradiso, 10: 93), e raccogliti in lei, unisciti a lei, perché solo facendoti uno con lei, puoi accedere al tuo cielo di sapienza, al tuo sapore e colore più intimi. E allora sì, potrai anche tu penetrare il senso spirituale nascosto nella «povertà» del santo di Assisi.

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E là dove finalmente questo senso ti si schiuderà, là non vedrai più «Ascesi», ma «Oriente» (cfr. Paradiso, 11: 52-54). Ascesi, in alcuni codici Assesi o Assisi, dal latino assisium, indica «seduta assembleare», luogo di riunione e di adunanza, luogo dove si sta seduti, fermi, mentre Oriente indica cosa «sorgente, che si leva»; altri codici portano la lezione Scesi, cioè «discesa», per cui il contrasto con l’elevarsi di Oriente risulterebbe ancora più forte.
Sicché, nella «povertà» del Santo, non te ne starai assiso nel compiacimento di aver annichilito i tuoi «fantasmi» immaginari, ma vedrai sorgere la luce che ti orienta a un altro mondo, al tuo mondo vero, al tuo mondo più che reale, alla tua dimensione d’aldilà, alla tua Vita nova.

Da bambino sognasti di salire sulla Luna, ma chi l’avrebbe mai detto che un giorno saresti diventato proprio tu la Luna, che intorno a sé irradia l’alone visionario? Poi sui libri del «tre volte grande» Mercurio leggesti che la Luna è la casa dell’Immaginazione attiva, e apprendesti che il suo lucore argenteo, il suo «nero luminoso», non è che il Hughes-bimba-lunavestito del Maestro «metà bianco e metà nero» che vi abita, l’Auriga della biga platonica, l’Arcangelo che ha un’ala di luce e una di tenebre, l’Astolfo che in groppa al cavallo alato vi si avventura a riprendere il «senno perduto» di Orlando.

Imparasti così che il colore della Luna non è che il volto ambiguo di quel Maestro di parola dai molti nomi e dai molti travestimenti riflesso sullo specchio dei tuoi miraggi immaginali. Comprendesti allora la differenza tra le immagini che a volte sono bianche a volte nere, ora luminose ora tenebrose, e le Idee dell’Empireo che sono invece Forme di luce pure e immutabili, Idee trascendenti.
E quando, infine, fosti così ammaestrato, se ricordi, Venere ti pose di fronte al dilemma che ogni fedele d’Amore è chiamato a sciogliere, e dovesti anche tu decidere se farti angelo o demone, se elevarti là ove il pianeta dell’Amore ti chiamava per farti bello della sua bellezza, o se ripiombare a terra con la smania di materializzare a ogni costo i tuoi appetiti e consumare la tua libidine.

Ora però, che di là dalla soglia del quarto cielo lo vedi dal Sole, puoi sapere che l’alone irradiato dalla Luna altro non era che la tua prima luce così come la tua Sophia, Sophia la tessitrice, la ricamò per farne la tua prima «veste di conoscenza» e richiamarti lassù. E puoi sapere che conoscere non è descrivere un «oggetto» a prescindere dalla luce che lo manifesta, ma è riconoscere il tuo povero «me stesso», il tuo francescano «me stesso», come un raggio della Soggettività eterna dell’Illuminatrice. Dell’Idea che è sempre mia, eternamente mia. Posseduta dall’essere a me stessa della Luce.
Se lo comprendi, ecco: sei asceso anche tu al primo grado di sapienza, ove si apprende il primo passo di danza, e che materia è madre e misura di tutto ciò la luce danza, e che la prima materia che Dio creò fu la mia esistenza.