Schneider – La parola e la voce giusta

La dottrina della «parola» creatrice è patrimonio comune di molte culture superiori. È tuttavia particolarmente interessante la tradizione indiana, perché sviluppa l’idea del mondo considerato come suono divenuto materia, con chiarezza e consequenzialità Aivazovsky-creazionemaggiori che nelle altre culture superiori.
Anche per essa la manifestazione nello spazio e nel tempo non è l’ultima realtà, bensì un’illusione dei sensi. La realtà ultima sta nella pace e nel silenzio del brâhman, dalla cui infinità (disposta a tutte le possibili articolazioni) emerge una tendenza che include in se stessa una prima distinzione o polarizzazione di forze.

Tale tendenza, che rappresenta il principio del movimento e quindi comincia a tessere il velo di Maya, è la «vibrazione» impercettibile del pensiero, il cui movimento ritmico si manifesta sotto tre aspetti:
1) come idea pura, rappresenta l’infinità del brâhman;
2) come sostanza, è la proiezione delle idee sulle cose nello spazio e nel tempo («vibrazione sottile»);
3) come suono, è un ritmo che include simultaneamente in se stesso l’idea e la forma concreta.

Il suono (nâda) è la relazione che corre tra il pensiero e l’immaginazione. Oltre a essere un’energia latente è simultaneamente una forza efficace che dona all’idea forma ed espressione sonora. Essa si colloca sul confine fra la realtà trascendente e la figura sonora (i ritmi) del nostro mondo immaginativo. Costituisce il fondamento di quel sistema di immaginazioni che noi consideriamo mondo reale.

L’espressione suprema della «parola» fattasi per la prima volta vibrazione percettibile è la sillaba OM, da cui si sviluppa il mondo intero.
Per il Rig Veda (3.39: 5), il sole venne tratto dalle tenebre con dieci sillabe (ritmo metrico). Con nove sillabe tonanti Indra annientò lo sterile demone Vrtra. Solo da quel momento la «parola» divenne pietra e carne.

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Il Chândogya Brâhmana fornisce informazioni precise sulla progressiva materializzazione del suono fondamentale: «L’essenza di questi esseri è la terra; le acque sono l’essenza della terra; le piante sono l’essenza delle acque; l’essenza delle piante è l’uomo; l’essenza dell’uomo è il discorso; la misura metrica (il ritmo) è l’essenza del discorso; l’essenza della misura metrica è il sâman (canto); l’essenza del sâman è l’udgîtha, cioè la sillaba OM. L’essenza di tutte le essenze è il respiro (prâna) che si manifesta come sâman nella sillaba OM… Come con un chiodo o con una freccia molti fogli possono essere appuntati insieme, così con il suono OM tutti i discorsi (cioè il mondo intero) possono essere congiunti insieme».

La musica del respiro sommesso rappresenta la bellezza della creazione […]. Per percepire questo umido suono primordiale è necessario tapparsi le orecchie con il pollice. Seguendo tale regola si acquista l’udito interiore e quindi la percezione del proprio suono individuale, che altrimenti non può essere udito. «Chi si tappa l’orecchio con il pollice ode il rumore dell’etere che si trova nel cuore. Esso rassomiglia a sette cose, cioè alla corrente, a una campana, a un vaso di latta, a una ruota, al gracidare della rana, alla pioggia, al parlare in un ambiente chiuso (caverna?)» (Maitrâyana Brâhmana, 6: 22).

Oltre alle Upanisad, anche il manuale di poesia di Anandavardhana afferma che il ritmo sonoro creatore non risiede nella parola comune, bensì nella «parola», e che non oscilla gong-buddhistanella parola espressa bensì nell’eco.
L’anima della poesia, per quei filosofi-poeti, è il suono (dhvani) che si diffonde dal componimento poetico. L’assolutamente inesprimibile può essere comunicato unicamente mediante il dhvani. […] «L’autentico dhvani consiste nel percepire chiaramente l’inespresso come la cosa principale». Questa «cosa» deve vibrare in noi «come l’eco di una campana». (A tutt’oggi a Giava i gong sono giudicati prevalentemente dalla qualità dell’eco). […]

Nella tradizione indiana, come anche in quella cinese, la forza del suono, o della «parola» che nutre tutte le cose, è simultaneamente spirituale e sessuale. Nel Rig Veda i canti di lode e le vivande sacrificali sono sempre offerti agli dèi con il medesimo respiro. L’Aitareya Upanisad (10.6: 1-6) afferma esplicitamente che il recitativo cantato a voce sommessa è una eiaculazione.

L’intero universo è concepito come un’unità vibratile. Ne consegue che il mondo, non potendo essere sorto in forza di un intervento materiale del dio supremo, dev’essere comparso grazie a un’influenza non accompagnata da un contatto diretto. La «parola» del creatore (luce-suono) si diffonde come la luce nel buio, come il grido all’orecchio, vale a dire senza che il creatore venga a contatto diretto con l’oggetto che influenza. L’azione più efficace e più nobile è sempre quella che avviene senza un contatto diretto e senza perdita di energia, quella cioè che si attua attraverso un suono ritmico imperativo (Li-Tseu). […]

Negli antichi riti magici nulla è tanto importante quanto l’arte della «voce giusta», cioè di quella dizione che esprime la sostanza sonora in modo così adeguato da ridurla in potere di chi parla. Soltanto chi è una «parola» ed ha una parola è capace di compiere un’azione, perché la «parola» è la voce a cui una cosa obbedisce. La voce di Thot – il dio egizio della «parola» e della scrittura, che a Ermopoli sostituì le nove scimmie sacre (simboli della musica e della danza) – è indicata dalla tradizione sia come «parola» che Thot-scribacome canto.
Anche in questo caso la «parola» abbraccia probabilmente tutta la gamma che va dal sussurrio al grido. Ma forse è prevalentemente nel recitativo salmodiante che il parlare diventa scongiurare, il cantare decantare, il cantare incantare. Quando la «parola» anima la parola, la sostanza riempie l’involucro vuoto.

A proposito del valore della «voce giusta» nell’antica magia egizia, G. Maspero scrive: «La voce è il momento essenziale della magia, senza cui nessun rituale magico può essere coronato dal successo. Ogni suo timbro penetra nel mondo dell’invisibile e muove forze di cui il profano non suppone l’esistenza e il molteplice irraggiamento. Pur se i testi contengono un’invocazione e la pura successione delle parole ha un suo significato, essi diventano perfetti soltanto se la voce anima il testo stesso. Per diventare efficace, uno scongiuro dev’essere accompagnato da un canto: dev’essere una incantatio, un carmen. Se la formula sacra è cantata con la massima precisione, deve necessariamente essere efficace… Coloro che recitavano preghiere o formule capaci di indurre gli dèi ad eseguire una determinata azione erano chiamati “uomini con la voce giusta”… L’esito felice o infelice della loro azione magica dipendeva esclusivamente dalla precisione del timbro. Senza la voce ogni formula verbale è cosa morta. Dai testi si rileva addirittura che la voce è onnipotente anche senza la formula testuale e che è considerata la creatrice stessa del mondo» (Sull’Enneade).

Il suono non si limita a creare la nostra realtà concreta e a determinare e qualificare la vita delle cose; esso regola anche le relazioni tra soggetto e oggetto (discorso e replica). La forza ritmica non si limita a «cantare» nell’intimo di ogni essere; infatti la sua manifestazione più percettibile è costituita dall’irraggiamento che, solo, può farcene percepire il suono.
Il campo di forza esterno, e contemporaneamente la più grave zona di pericolo dell’uomo, consiste appunto in quella forza di irraggiamento degli altri individui; infatti, la forza che viene diffusa non si libera mai completamente da lui, ma rimane ancora un elemento costitutivo della sua persona (Douala, Baule). Un ritmo inviato nel mondo esterno diventa vulnerabile in proporzione della sua dispersione e del suo allontanamento dalla sorgente. Può essere catturato, alterato o manipolato da un altro essere (risuonatore), senza che il propagatore del suono stesso possa intervenire a protezione della propria sostanza sonora.

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Tutto il mondo, e quindi anche la materia, ha sostanzialmente natura acustica, e perciò ogni materia emessa dal corpo (cassa armonica) corre il medesimo pericolo. Gli escrementi, i capelli recisi (molto usati per cordami) o le unghie, in particolare tutte le estremità, sono parti di questi ritmi di energia che vengono sottratti al potere del possessore (anche se non si separano mai completamente da lui). Siffatti rifiuti vengono perciò sempre accuratamente nascosti per proteggere nel miglior modo possibile il loro campo di irraggiamento da ogni incantesimo malefico.

Dunque, ricapitolando: ogni essere è depositario di un suono suo proprio che egli solo può percepire, e che noi chiamiamo «piccola parola». Affidandosi alla corrente (ritmo) del «Grande Fiume», il suono individuale fa partecipare l’individuo alla «grande», o «antica parola».
Il suono di tale ritmo non è udibile dovunque, anzi quello di molti oggetti non è affatto percepibile dall’uomo comune. Diventa normalmente percepibile negli esseri direttamente o indirettamente provvisti di voce non appena il suono affiora in superficie. È probabile che la «piccola (individuale) parola» e la «grande parola» della Klint-suono-primordialeVia degli Antenati corrispondano al piccolo e al grande legno sussurrante dei riti di iniziazione australiani. Il primo legno rappresenta il destino individuale, il secondo configura la posizione nella società.

In Cina l’idea di «simbolo sonoro» è espressa con il segno ming, che però significa anche vita, destino. Il suono è il destino a cui l’uomo è stato chiamato. Infondere (soffiare) o in-cantare a qualcuno la sua «parola» significa chiamarlo all’esistenza concreta, perché la «parola» è la Signora, la forza e l’anima di tutte le cose.
Questa concezione sopravvive ancora da noi – a eccezione del rituale – quasi unicamente nelle fiabe, in cui al mago è sufficiente soffiare, starnutire, fischiare, cantare una canzoncina o battere le mani per far comparire un oggetto desiderato.

Il padre di sette figli aveva a malapena finito di dire: «Vorrei che diventaste tutti corvi», che essi si trasformarono in corvi neri e volarono via.
Il desiderio diventa realtà non appena trova una formulazione sonora adeguata, cioè non appena il suo ritmo combacia con l’essere del desiderio. Chi però sbaglia, cade in potere dell’avversario.

Il depositario psicologico della «parola» è il desiderio, il quale della parola comune fa un suono, dandole vita e personalità, e così rende creativo il linguaggio.
Secondo J. Grimm, il termine Wunsch (desiderio) è strettamente connesso verbalmente con Wotan (Wuotan). Wotan, da parte sua, ha un soprannome che suona Omi, equivalente a «suono, rumore». Per tale motivo – secondo Grimm – spesso il termine Wunsch può essere sostituito con il nome di un dio o di un suo ministro.

Una forma elementare del desiderio è il grido, lo stesso grido con cui Thot creò il mondo. Quando questa estrinsecazione acustica del desiderio, della volontà di crescere e di Lam-spada-Kiriwinavivere, assume la forza di chiamata, diventa grido di sveglia, particolarmente importante nei riti del principio della primavera…
Allora il grido costituisce la base di tutta l’azione magica, la quale risveglia i «morti» dotandoli della forza vitale. […]

La «voce giusta» è dunque la parola stessa, perché solo il suono forma il «Grande Fiume» a spirale, vale a dire la sostanza primordiale che gli dèi e gli uomini posseggono in comune. Soltanto se il cantore riesce a riprodurre esattamente la «parola» degli Antenati, nasce l’unione mistica fra l’uomo e il suo antenato, che è il vero depositario della «parola»…
Raggiunta l’unione mistica, l’antenato parla per bocca del suo cantore perché nella sostanza sonora comune cadono i confini tra oggetto e soggetto. È questo il motivo per cui la «voce giusta», cioè il sacrificio sonoro e i suoi simboli concreti, formano il centro del culto degli Antenati.

(Schneider, Il significato della musica)

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Carrington-Tuatha

Il suono diventa materia, la «realtà» non è che suono «congelato», la parola che parliamo non è che voce divenuta «pietra e carne», le relazioni tra le sfere celesti e il mondo umano sono «acustiche», e se c’è un’esperienza che si può dire «trascendentale», è solo nell’udito che la si può fare… sono idee, queste, che si professavano un tempo anche dalle nostre parti, bastava presentarsi a una qualunque ora a un’adunanza di pitagorici per sorprenderli a ripetere la dottrina secondo cui il mondo è numero (di frequenze e di risonanze, di ripetizioni ritmiche e di echi).

La cosa curiosa è semmai che la metafisica occidentale abbia dovuto fare un lungo giro millenario per riconquistarsi un brandello di queste antiche «sapienze» musicali. La nostra «ontologia» solo da poco più di cent’anni ha riscoperto la sua dimenticata vocazione «linguistica». Troppo tempo ha sprecato appresso all’idea di un Essere «muto», di un Essere «silente» a cui, solo in un secondo momento, verrebbe in mente di uscire di sé, a enunciare la «Parola» creatrice.

Ma no, diceva Pitagora, se c’è un dio, è nella Parola – è, anzi, la Parola, quella a cui basta dire a una cosa: Sii! – ed, ecco, quella subito «è». Come potrebbe essere luce, domandava divertito ai discepoli, ciò che non obbedisce a un «comandamento» della Parola?
L’Essere, Dio, lo Sconosciuto, dunque parla. Ogni cosa che ha udito la sua voce, obbedisce Longhi-Pitagorae parla. Udire e parlare è essere – è essere presenti a questo strano «mondo» che il Filosofo nel suo gergo chiama «trascendentale». È trovarsi «in mezzo» a un mondo che è, insieme, ambiguamente, sia il «mondo della Vita», sia il «mondo del Discorso o del Racconto». Udire e parlare, sentire e dare voce in una parola a tutt’e due – è esser giunti sul loro confine, sulla soglia tra essere ed esser-ci.

Ci deve essere, diceva Pitagora, e Husserl a modo suo conferma, un «posto» dove i due «mondi», pur senza contatto diretto, risuonano l’uno nell’intimità dell’altro: un «posto» dove il dentro e il fuori «fanno all’amore» alla maniera propria dell’uomo. Secondo i suoi propri kamasutra linguistici. Un «posto», dunque, essenzialmente «erotico». Un luogo di desiderio – dove l’Essere è desiderio, e dà voce a ciò che vuole che «ci sia». Cioè a quel «niente» che non è da nessuna parte, tranne che nelle profondità acustiche del nostro orecchio, in quella sorta di «camera nuziale» in cui le vibrazioni del desiderio «vivente» nella Grande Parola degli Antenati (il Racconto, il «ci» dell’esserci) si sposano alla piccola parola, alla piccola frase, al minimo numero, al frammento ritmico di un’eccitazione individuale.

C’è un dentro nel dentro, dice Husserl – un altro «dentro», nell’udito un altro udito più profondo. Un «tempio», dice Rilke, un luogo intimo, dove ciò che è stato udito ritorna, ridonda, risuona e così – a cavallo di antiche frequenze (come narra l’ouverture di Parmenide) – trapassa per incantamento in quel «posto trascendentale» in cui i due «mondi», Cielo e Terra, di nuovo fanno all’amore come «ai vecchi tempi».
Di nuovo, incredibile a dirsi, senza toccarsi. A dividerli è solo lo scarto di un pelo, appena e solo quel capello sottile di cui – guarda un po’ – s’invaghì in illo tempore, a ciascuno di noi, la sua «sorella maggiore».

Comprendi? Incesto nell’udito – questo è il fenomeno umano. La «sorella più grande» (la Parola raccolta dal Grande Fiume del Racconto) desidera giacere con l’ultimo arrivato, col più piccolo dei desideri «viventi» nell’immaginazione di un bambino.
Solo nel suono però è possibile questo sposalizio. E allora bisogna che il desiderio del «presente vivente» entri con la sua «parolina» nel Racconto degli Antenati. Bisogna che sacrifichi la sua «vita» attuale, il suo «essere in atto», all’eterno Inattuale «ci» della «cosa» che ancora non obbedisce. Bisogna che quella «parolina» compia la magia – che trovi cioè la «voce giusta» che faccia parlare, come dio comanda, quel «niente» che non è da nessuna parte, tranne che nelle profondità acustiche dell’orecchio umano.