Modoc – La nascita di Aishísh

In un tempo lontano, una giovane donna di nome Letkakàwas, che portava sulla schiena il suo figlioletto come fanno le madri indiane, eresse un rogo per cremare il cadavere di indiano-Modocuna strega. In realtà, voleva morire là sopra anche lei con il bambino.
Il demiurgo Kmùkamch la sorprese proprio nel momento in cui si stava gettando tra le fiamme, ma non poté salvare che il figlio. Imbarazzato da quella creaturina, se la introdusse nel ginocchio e, tornato a casa, cominciò a lamentarsi di fronte alla figlia per un’ulcera che gli era venuta e che lo faceva soffrire molto.

La figlia cercò di estrarre il pus ma, con sua grande sorpresa, dalla piaga uscì un bambino.
Dato che il piccolo piangeva ininterrottamente, il «padre» gli volle dare un nome per calmarlo. Ne elencò diversi senza risultato. Ma quando giunse al nome Aishílamnash, che significa «colui che è stato nascosto nel corpo», il pianto si calmò; cessò del tutto quando il bambino intese il nome Aishísh che gli piacque.
Così egli crebbe presso il padre adottivo; diventò bravissimo nel confezionare ricche vesti e, per giunta, fu un gran giocatore, sempre vincitore anche nei confronti di suo padre, che ne concepì un sentimento di gelosia.

[fonte: Lévi-Strauss, L’uomo nudo]

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La giovane madre che muore «bruciata», il divino nascituro che porta in grembo, e la mano provvidenziale di un nume o di un demiurgo che lo estrae dal corpo materno, per metterlo in salvo nella sua coscia o in un ginocchio (e dare seguito alla sua gestazione)… insomma, ce n’è abbastanza per dedurre che qui non siamo in presenza solo di una casuale somiglianza tra i natali di Dioniso e di Aishísh, ma di un chissà quanto antico nucleo narrativo dalle cui successive e separate evoluzioni il Racconto (chi se non Lui è il «nume» che salva dalla morte e dall’oblio?) ha estratto Dioniso a beneficio dei nostri culti mediterranei, e Aishísh per il diletto delle epopee della vecchia California.

Dioniso-pantera-mosaico

Dioniso e Aishísh sono gli ultimi discendenti di una «stirpe» che doveva essersi già «estinta» prima, forse assai prima, che il suo Racconto, un pezzo almeno del suo Racconto, si spargesse per il vecchio e il nuovo mondo.
Dioniso, ovviamente, non è Aishísh – ma ciò non toglie che essi condividano una stessa trafila «natalizia»: che entrambi si trovino a dover nascere due volte, o per meglio dire: a morire alla propria origine «materna», per nascere una seconda volta «nel nome del Padre [adottivo]».

In entrambe le «origini» c’è una rottura di continuità – una linea genealogica (provvidenzialmente) spezzata non essendoci altro modo di dare al «figlio» la possibilità di sopravvivere all’infelice «libidine» di una Madre che, si tratti di Semele che s’innamora nientemeno del padreterno, o della «Rossa» della California che pratica come se nulla fosse l’incesto col fratello, in tutt’e due i casi è troppo «selvaggia», troppo «inenarrabile» – per accedere alla cultura, al linguaggio della cultura umana.

La nascita del nostro eroe si colloca dunque alla frontiera tra il vecchio mondo, dove valeva solo l’«io» di un desiderio eretto a legge e a misura di se stesso, e il mondo nuovo, il mondo della parola e del racconto, della legge e dei legami di parentela o, per dirla come dice lo stesso racconto, il mondo del Nome – dal momento che solo il Nome riesce Catlin-ragazzo-indianomiracolosamente a sedare il bambino. Solo il Nome lo acquieta. Anzi, come ci invita a riflettere lo stesso racconto, solo quando il bambino sente dire quel certo Nome là che, chissà perché, gli pare essere la sua parole, solo allora egli accede alla Langue e ai giochi di prestigio della Voce. Solo allora si lascia «privare del diritto di dire io». Solo quando riconosce che «Egli mi ha partorito», e del suo proprio «io» avendolo riconosciuto dice: non è che un «fanciullo nascosto» nel corpo del Demiurgo – solo allora sente d’essere presente al mondo, rendendosi presente al linguaggio umano.

Ma cosa possiamo dire del mondo selvaggio, della «anonima» Realtà da cui l’eroico, o divino, fanciullo proviene? Non era già linguaggio, già Langue, il linguaggio che egli parlava prima dell’avvento del Nome?
Se lo chiedevi a un Greco, suppongo che ti avrebbe risposto che, tramite sua madre Semele, Dioniso discendeva da sua nonna Armonia, sposa di Cadmo il Fenicio, ossia il «Rosso». Un Modoc o un Klamath ti avrebbe invece detto che «Rossa» era la nonna, e «Rossa» era anche la madre di Aishísh. Ma se per caso lo domandavi a un indù dell’India, scommetto che t’avrebbe indicato in cielo Aldebaran, Rohinî, la stella «rossa» del Toro – di quel Toro nella cui «coscia» (l’Orsa Maggiore), stando agli astrologi, fu trasferita e portata a termine la gestazione, e fu dato un futuro al Passato, del fanciullo divino.

Armonioso o incestuoso che fosse, a seconda delle posteriori interpretazioni, quel mondo era comunque senza parole: un mondo di colori, di fuochi, di roghi, di braci e di roveti ardenti – un mondo di così ardenti desideri, di tali e tante intensità di libido, e di tali e tante linee di fuga a inseguire ognuna ciecamente il proprio anelito, un mondo di tali e tante scariche di eccessi concupiscenti, da essere irriducibile a ogni freno, a ogni incantesimo, a ogni «demiurgica» magia.
Il pitagorico avrebbe giurato che anche in fondo a quel mondo convulso e caotico era già «nascosto» il musico a venire, e che la parola stessa spunta sulla bocca del bambino solo quando risente un’eco nostalgica di sua «nonna» Armonia. Era nascosta nel suo corpo, ma lui non lo sapeva. Non sapeva che ogni corpo è innanzitutto un «nascondiglio» della sua remota matrice.

Semele-incenerita

Quel che raccontavano gli antichi poeti californiani è però, a prima vista, di tutt’altro tenore. Il mondo che fu, così come essi lo narrano, stride con ogni nostra idea di «armonia», e perfino di «nostalgia». È un mondo di violenze e di crudeltà irrefrenabili, di stregonerie e di sopraffazioni criminali. Eppure, quell’idea del «germe nascosto» che è, per così dire, personificata da Aishísh – l’idea di un «seme» nascosto nel Passato caotico che fu, e che per tutto il tempo passato non ha fatto altro che passare da un «nascondiglio» all’altro, prima di sbocciare alla Vita Presente, al linguaggio parlato dalla Viva Voce dei Presenti – non è poi così distante dalla dottrina di Mastro Pitagora.

Già in quel mondo (ché la trafila del Dioniso Nascosto è lunga e tormentosa) si narra di un Fanciullo, di un antenato cioè del nostro «germe» linguistico, che era già lui «nascosto», non essendoci altro modo di tenerlo al riparo dagli occhi di una donna che impazziva d’amore per lui. Le era bastato vedere appena un suo capello, per perdere la testa.
C’era dunque in giro, già in quel mondo, una smania di congiunzione «peccaminosa», disposta a spergiurare ogni legame di parentela, e che perciò non arretrava neanche dinanzi alla distruzione sadica o all’incesto. E c’era però, insieme, anche una tenace Seksich-Semele-Zagreoresistenza alle provocazioni di questa Donna «perversa».

Come non riconoscervi la storia di Eco, la Tentatrice, e di Narciso che le resiste? D’accordo, la Passera Rossa, Letkakàwas, non è Eco, e il fratellino non è Narciso: eppure è difficile negare una sostanziale concordanza delle loro storie.
Un fanciullo si rifiuta alle insistenti e ripetute profferte libidinose di una Seduttrice che è in entrambi i casi «difettosa»: ora perché è incarnata nel corpo [proibito] di una sorella incestuosa, ora addirittura perché è senza corpo [il corpo essendole stato proibito].

Si potrebbe dunque dedurne che il mondo arcaico da cui proviene Aishísh, l’Eroe «dionisiaco» della California, quello dell’«ultima generazione» mitica, che di là è l’«ultimo venuto», di quel mondo l’unico «resto» vivente, è quello stesso mondo «primordiale» che nei nostri racconti è abitato da Eco, la Vana Tentatrice, e da Narciso, il «fanciullo nascosto» nelle oscure profondità del volere unico dei nostri primissimi desideri, quel primo fanciullo, quell’Uno che non s’era ancora tolto il vizio antico di dare voce solo al loro «io voglio», «io non voglio».
Dioniso da Narciso, dunque. Dioniso dalle rovine del mondo di Narciso. Ossia: il fanciullo nascosto nel corpo (nella coscia o nel ginocchio) del Padre dei Nomi [articolati], non sarebbe che l’ultimo discendente di un altro fanciullo, non meno nascosto – di un germe di linguaggio umano tenuto nascosto alla passione selvaggia di una Seduttrice troppo rossa per non irritare il «Toro», troppo focosa per non bruciare o morire essa stessa bruciata dal suo eccessivo ardore.

Non si vede dove una simile deduzione ci possa portare. Non ancora. Ma ci intriga più che la dimostrazione della sua fondatezza, quel che leggiamo sfogliando Ovidio, e le ragioni che ancora non intravediamo nell’«ordine» in cui egli dispone la successione delle sue Metamorfosi per cui… alla fine, alla tragica fine del mito di Eco e Narciso, egli fa immediatamente seguire il primo accenno al culto di Dioniso/Libero/Bacco.
Aveva appreso Ovidio dalla tradizione questa sequenza «da Narciso a Dioniso», o era solo una sua poetica congettura?
Ci intriga, come al solito, quel che non sappiamo. Sta Ovidio dirci come ci convenga «cucire» i due mondi…