Sacks – Il caso del piccolo Joseph

Rispondi a questo: se non avessimo né voce né lingua e volessimo rendere chiare vicendevolmente le cose, non tenteremmo, come fanno ora i muti, di manifestarle con le mani, la testa, e con tutto il resto del corpo?
(Platone, Cratilo, 422d)

Il mio interesse per i sordi – per la loro storia, la drammaticità della loro situazione, la loro lingua, la loro cultura – incominciò quando dovetti recensire il libro di Harlan Lane (When the Mind Hears). In particolare, non riuscivo a togliermi dalla mente la Goto-vedere-vocidescrizione di quei sordi che non avevano mai imparato una lingua, quale che fosse: le loro evidenti menomazioni intellettuali e, altra cosa gravissima, le distorsioni cui può andare incontro il loro sviluppo emotivo e sociale in assenza di una qualsivoglia autentica possibilità di comunicazione. Che cosa ci è indispensabile, mi chiedevo, per diventare esseri umani completi? La nostra cosiddetta umanità dipende in qualche misura dal linguaggio? Che cosa ci accade se non siamo messi in grado di apprendere una lingua? Il linguaggio si sviluppa spontaneamente e naturalmente, oppure richiede il contatto con altri esseri umani?

Un modo, invero drammatico, di studiare questi problemi è osservare gli esseri umani che sono stati privati del linguaggio; e la privazione del linguaggio, sotto forma di afasia, è un tema centrale della neurologia fin dalla metà del secolo scorso; su di essa hanno scritto abbondantemente Jackson, Head, Goldstein e Lurija, e anche Freud vi ha dedicato una monografia, nel 1891. Ma l’afasia è la privazione del linguaggio (in seguito a un ictus o a un altro incidente cerebrale) in una mente già formata, in un individuo compiuto. Si può dire che in questi casi il linguaggio aveva già fatto la sua parte (se una parte gli compete nella formazione della mente e del carattere). Chi intende invece esplorare il ruolo fondamentale del linguaggio deve studiare non già la sua perdita dopo l’acquisizione, ma i casi in cui tale acquisizione non è avvenuta. Eppure mi era difficile immaginare una situazione simile: avevo pazienti colpiti dalla perdita dell’uso della parola, pazienti afasici, ma non riuscivo a concepire che cosa significasse non avere mai acquisito neanche i rudimenti del linguaggio.

Due anni orsono, alla Braefield School for the Deaf, conobbi Joseph, un ragazzo di undici anni che aveva cominciato allora a frequentare la scuola – un undicenne assolutamente privo di linguaggio. Era nato sordo, ma fino ai quattro anni nessuno se n’era accorto. Il fatto che nonostante l’età non parlasse e non capisse quello che dicevano gli altri era stato attribuito a un «ritardo», poi ad «autismo», e queste diagnosi gli erano rimaste appiccicate. Quando alla fine la sua sordità fu evidente, venne considerato come un «sordomuto» di poca intelligenza e mai fu fatto alcun vero tentativo di insegnargli a parlare.

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Joseph bramava di comunicare, ma non poteva farlo. Non sapeva parlare, né scrivere, né esprimersi con i segni: solo la pantomima e i gesti gli erano accessibili, oltre al disegno, per cui aveva una marcata disposizione.
Che cosa è accaduto a questo ragazzo? seguitavo a chiedermi. Che cosa succede nella sua testa, come è arrivato a questo punto? Appariva vivace e animato, ma profondamente sconcertato: i suoi occhi erano attirati dalle bocche che parlavano e dalle mani che segnavano, le dardeggiava di sguardi interrogativi, straniti, ma anche, mi parve, bramosi. Egli avvertiva che in quei momenti tra noi «passava» qualcosa, ma non riusciva a capire di che cosa si trattasse – non possedeva, fino ad allora, la minima idea di una comunicazione simbolica, di che cosa fosse possedere una moneta simbolica, scambiarsi dei significati.

Privato in precedenza di ogni opportunità (non era mai stato esposto ai Segni) e menomato nelle motivazioni e negli affetti (soprattutto, defraudato della gioia che devono dare il gioco e il linguaggio), Joseph cominciava solo ora a impadronirsi dei primi rudimenti dei Segni, ad avere un accenno di comunicazione con gli altri. La cosa gli procurava, manifestamente, una grande gioia; sarebbe voluto restare a scuola tutto il giorno, tutta la notte, tutti i fine settimana, insomma sempre. La sua angoscia, quando Rourke-interprete-segnidoveva lasciare la scuola, era straziante, perché ritornare a casa significava, per lui, ritornare al silenzio, ritornare a un disperante vuoto comunicativo, in cui non poteva aver alcuno scambio con i genitori, i vicini, gli amici; significava essere ignorato, tornare ad essere una non persona.

Era una situazione toccante, straordinaria – di cui non avevo un esatto parallelo nella mia esperienza. Mi faceva in parte ripensare a un bambino di due anni fremente sulla soglia del linguaggio – ma Joseph aveva undici anni, e sotto tanti altri aspetti era come tutti i bambini della sua età. Mi richiamava anche alla mente un animale, ma nessun animale ha mai dato quell’impressione di ardente bramosia del linguaggio. Mi ricordai che Jackson una volta paragonò gli afasici ai cani – ma i cani sembrano completi e appagati nella loro mancanza di linguaggio, mentre gli afasici soffrono di una tormentosa sensazione di perdita. Anche Joseph ne soffriva: era evidente che provava la pena angosciosa di un vuoto, che si sentiva come mutilato e manchevole di qualcosa. Mi faceva pensare ai bambini selvaggi, bambini ferini; e tuttavia non era certo un «selvaggio», ma una creatura della nostra civiltà, con i nostri costumi – una persona, però, radicalmente isolata.

Joseph non era in grado, per esempio, di comunicare come aveva passato il fine settimana, e non si poteva chiederglielo, neanche con i Segni; non era in grado di afferrare il concetto stesso di domanda, e quindi tanto meno di formulare una risposta. Ma non era solo il linguaggio a mancargli: era evidente che non possedeva un senso chiaro del passato, della differenza tra «un giorno fa» e «un anno fa». Questa strana assenza del senso storico dava l’impressione di una vita priva di spessore temporale, della dimensione autobiografica, di una vita che esisteva solo nell’attimo presente.

La sua intelligenza visiva – la sua capacità di risolvere rompicapo e problemi visivi – era buona, in radicale contrasto con le gravi difficoltà che incontrava nei problemi di natura verbale. Disegnava bene e molto volentieri: faceva buoni schizzi della stanza, gli piaceva disegnare le persone; capiva le vignette, afferrava i concetti visivi. Fu questo soprattutto Thevarmadam-sordoa darmi la sensazione della sua intelligenza, un’intelligenza, però, in gran parte confinata al mondo visivo. Imparò in un baleno a giocare a «filetto», e divenne ben presto molto bravo; ebbi la sensazione che avrebbe imparato facilmente a giocare a dama o a scacchi.

Joseph vedeva, distingueva, categorizzava, usava; non aveva problemi nella categorizzazione o generalizzazione «percettiva», ma non sembrava in grado di andare molto al di là di questo, di avere idee astratte, di riflettere, elaborare, progettare. Sembrava completamente «letterale»: incapace di manipolare immagini, ipotesi o possibilità, incapace di penetrare in un regno immaginativo o figurativo. Eppure dava la sensazione di avere un’intelligenza normale, a dispetto di tutti questi limiti evidenti delle funzioni intellettive.

Non che gli mancasse la mente; solo che non la «usava in modo completo». È evidente che pensiero e linguaggio hanno origini (biologiche) del tutto distinte, che l’esplorazione e l’interiorizzazione del mondo e l’interazione con esso precedono abbondantemente l’avvento del linguaggio, che esiste un’ampia gamma di forme di pensiero – negli animali, nei bambini piccoli – assai prima che il linguaggio emerga. (Nessuno ha studiato queste cose meglio di Piaget, tuttavia esse sono evidenti per tutti i genitori, e per chiunque abbia in casa un animale). Un essere umano privo di linguaggio non è privo della mente o mentalmente deficiente, ma l’orizzonte delle sue capacità di pensiero è gravemente limitato, e lo confina, in pratica, in un mondo angusto, immediato.

Per Joseph si schiudeva adesso una comunicazione, un linguaggio, e la cosa lo faceva fremere di entusiasmo. A scuola avevano capito che non gli occorreva solo un’istruzione formale, ma che aveva bisogno di giocare con le parole, fare giochi linguistici, come fa il bambino piccolo quando impara a parlare. In tal modo, si sperava, egli avrebbe cominciato ad acquisire il linguaggio e il pensiero concettuale, ad acquisirlo nell’atto di compiere un gioco intellettuale. Mi vennero alla mente i gemelli descritti da Lurija, che in un certo senso erano tanto «ritardati» perché parlavano tanto male, e il loro enorme miglioramento dopo che ebbero imparato a parlare scorrevolmente.
Poteva accadere la stessa cosa anche a Joseph?

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Il termine «infante» significa letteralmente «che non parla», e molte cose fanno pensare che l’acquisizione del linguaggio segni un progresso qualitativo assoluto nello sviluppo della natura umana.
Malgrado fosse un undicenne ben sviluppato, attivo, intelligente, Joseph sotto questo aspetto era ancora un infante; gli era negato il potere, il mondo, a cui il linguaggio dà accesso.

Per citare Joseph Church: «Il linguaggio apre nuovi orientamenti e nuove possibilità di imparare e di agire, di dominare e trasformare le esperienze preverbali … Il linguaggio non è solo una funzione tra altre funzioni … ma una caratteristica che pervade l’intero individuo, facendone un “organismo verbale” (del quale tutte le esperienze, le azioni e le idee sono ora alterate in funzione dell’esperienza verbalizzata, o simbolica).

«Il linguaggio trasforma l’esperienza … Attraverso di esso … si può introdurre il bambino in un regno puramente simbolico dove esistono passato e futuro, luoghi lontani, rapporti astratti, eventi ipotetici, una letteratura basata sull’immaginazione, entità immaginarie Rourke-segni-maniche vanno dai lupi mannari ai mesoni pi greco …

«Al tempo stesso l’apprendimento del linguaggio trasforma l’individuo in modo tale da consentirgli di fare cose nuove, o di fare le cose vecchie in un modo nuovo. Il linguaggio ci dà l’accesso a cose che sono lontane, ci permette di agire su di esse senza che vi sia alcun contatto fisico. Innanzitutto, possiamo agire su altre persone, o su oggetti tramite le persone… In secondo luogo, possiamo manipolare i simboli in modi che sarebbero impossibili con le cose che essi rappresentano, e così arrivare a versioni della realtà nuove e persino creative … Possiamo riorganizzare verbalmente situazioni che nella realtà non si presterebbero a una riorganizzazione … possiamo isolare aspetti che non sono concretamente isolabili … possiamo confrontare oggetti ed eventi che sono distanti nello spazio e nel tempo … possiamo, se vogliamo, rovesciare simbolicamente l’universo come se fosse un guanto» (The Language and the Discovery of Reality).

Noi possiamo fare tutte queste cose, ma Joseph no. Joseph non poteva raggiungere quel plano simbolico che è un diritto di nascita dell’essere umano normale fin dalla primissima infanzia. Sembrava fissato nel presente, come un animale, come un neonato, confinato in una percezione letterale e immediata, e tuttavia reso cosciente di tutto ciò da una consapevolezza che nessun neonato potrebbe avere.

(Sacks, Vedere voci)

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Joseph non possedeva un senso chiaro del passato, della differenza tra «un giorno fa» e «un anno fa».
Joseph, tagliato fuori dal «mondo della voce», condannato a sentire sulla propria pelle gli effetti di quella «voce della Coscienza» che per lui rimaneva inudibile, non possedeva Miller-lingua-segniuna forma incrinata del tempo, com’è invece toccata a noi che quella «voce» la udiamo. Joseph aveva ancora quella che il filosofo chiama la Forma Pura del Tempo – la piena presenza al Presente, a un tempo che scorre ma non passa, mai in una «memoria».

Il tempo è nel dire – dice il Filosofo. Ora noi possiamo spingere più in là il suo postulato. Il tempo è nella voce. Il tempo che passa, la percezione del passare del tempo, è nella voce che la raggiungiamo.
Entrare nel «mondo della voce», passare la soglia del Reame del «dire», comporta dunque la perdita della Temporalità Pura, comporta la fine di Esaù e lo scippo dei suoi diritti di primogenitura da parte di Giacobbe – da parte cioè del «bugiardo». Nella voce infatti circola una Bugia che i sordi non sentono – ma di cui sono vittime lo stesso. La vita dei sordi è «priva di spessore temporale, della dimensione autobiografica». I sordi non possono (beati loro) avere una «storia», neanche d’amore! Essi amano, e il loro amore scorrerebbe senza però mai passare, se la (nostra) «voce della coscienza» non li assoggettasse comunque alla sua Storia.

L’Uomo è … un «organismo verbale». O, meglio ancora, un organo della Voce della Coscienza. Il sordo (beato lui) non è quest’Uomo morto al silenzio, quest’Uomo «chiassoso» che si racconta la «bugia» di Giacobbe: più discende nella sua «malafede», più dice di incontrare un Angelo sulla scala della sua ascensione celeste.
L’Uomo è ‘na parola – una parole, diceva de Saussure. Un resto di «sé» è tutto il suo «io». Un lembo di nostalgia, e nulla di più.

Perciò lasciamelo dire ora, ché non avrò un’altra occasione: c’è una poesia grandiosa – che è rivolta della voce contro la parola, le sue credenze e i suoi dogmi. Ma ce n’è un’altra ancor più spiritosa – che dice di volersi arrampicare su per le bugie della voce fino a fare di sé un flauto silente.

***

Morite, morite, di questo amore morite,
se d’amore morirete tutti Spirito sarete!
Morite, morite, di questo amore non paventate,
da questa terra su volate, i cieli in pugno afferrate!
Morite, morite, da questa carne morite,
non è che laccio la carne e voi ne siete legati!
Prendete, prendete l’accetta per scavare la prigione:
spezzate che avrete il muro, sarete principi, emiri!
Morite, morite, davanti al sovrano bellissimo!
Morti che avanti a lui sarete, sarete sultani e ministri.
Morite, morite, uscite da questa nube,
usciti che ne sarete, luna lucente sarete!
Tacete, tacete, il silenzio è sussurro di morte,
tutta la vita è in questo: siate un flauto silente!
(Jalâloddîn Rûmî, Mathnawî)