Omero – Le voci delle Sirene

Etty-Ulisse-sirene

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini
stregano tutti, chi le avvicina.
Chi ignaro approda e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli,
tornato a casa, festosi l’attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti: sull’ossa le carni si disfano.
Ma fuggi e tura gli orecchi ai compagni,
cera sciogliendo profumo di miele, perché nessuno di loro
le senta: tu, invece, se ti piacesse ascoltare,
fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani
ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino,
sicché tu goda ascoltando la voce delle Sirene.
Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti,
essi con nodi più numerosi ti stringano.

(Omero, Odissea, 12: 39-54)

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Greiner-Ulisse-sirene

Platone, è risaputo, diffidava del racconto omerico. Tutt’altro perciò suona il suo avviso ai naviganti, da quello che Circe dispensa a Odisseo e ai suoi compagni. Platone dice (in più occasioni): diffidate delle immagini, perché la chiave della «verità» è nella parola. L’immagine è lo scoglio, il pietrificato «segno di riconoscimento» delle cose, non della realtà: perciò, marinai, non fatevi sedurre! La «verità» è altrove che si cerca!
Come Odisseo, date ascolto piuttosto alla voce delle Sirene (avrebbe potuto aggiungere, perlomeno a piè di pagina – ma non lo fece perché, come detto, diffidava del racconto «ingenuo» di un poeta).

Platone condanna l’immagine – sia che la intenda nel senso di percezione visiva, sia di forma illusoria, fantasmatica, onirica, della psiche, sia ancora, più in generale, come resto, avanzo, copia o trascrizione (erronea e sbiadita) del modello ideale. Perciò, solo la contraddizione tra due immagini o la coesistenza in una sola immagine di due opposte «qualità», può suscitare quella «perplessità» che per Platone è il porto d’imbarco alla volta della conoscenza.

I marinai sono tanti, ma di Odisseo ce n’è uno solo. Solo lui osa quel che a Platone neanche passa per la mente di prendere in considerazione: osa dare ascolto alla voce Belly-Ulisse-sirenedelle Sirene. Osa delirare l’immagine. Osa costringerla a rispondere al suo appello «innamorato», anziché deviare per una rotta più sicura, al riparo dalle tentazioni immaginali.
Oh, sì, le Sirene sono belle, seducenti, e a tutti offrono la loro «immagine-esca», e tutti le contemplano impunemente grazie alla cera che, otturando loro le orecchie, li affranca dalla prova acustica. Dalla prova a cui anche Platone, nonostante tutto il credito che attribuisce al logos e perfino al mythos, si sottrae. Anche lui si tappa le orecchie. Lui, la voce delle immagini, non la sente. A Platone sfugge che l’immagine può essere così potente da darsi un seguito e produrre un suo «aldilà» nella voce: insomma, che l’immagine può essere a tal punto eccitante che l’eccitato non può fare a meno di in-vocarla.

Le Sirene sono immagini attraenti per tutti i marinai che si trovano a passare dai loro scogli. Ma solo per Odisseo sono così attraenti da «rompergli i timpani» e penetrare in quell’«alcova» dei suoi intimi desideri, dove solo la sua voce può ancora rincorrerle. Solo Odisseo osa quel che Platone non considera nemmeno, e cioè seguire l’immagine nella sua metamorfosi, lasciarla «trapassare tutta quanta nel sonoro» (Deleuze) fino a rimettere la propria «intensità» alla voce. Perché la voce la in-vochi.

Ciò che soltanto ci è dato nel delirio linguistico
è nominare le cose.
(Carmelo Bene)

Solo quel marinaio fra i tanti imbarcati nel viaggio delle nostre emozioni infantili, solo quello che fu irresistibilmente attratto dalla bellezza delle Sirene – solo lui ebbe (e forse ancora ha) bisogno di delirare, di far impazzire il linguaggio dei propri sensi. Non Izzo-Ulisse-sirenecontento della loro immagine, solo lui si avventurò a «predicarne il nome» nella sua intimità. Anzi, solo lui scoprì in sé un’intimità – perché solo la voce gli insegnò a distinguere un «dentro» e un «fuori» del suo corpo.
Solo la voce infatti trova un mondo «segreto». E solo la visita a questo «mondo» suscita alla voce, e insieme le certifica, (l’illusione di) una prima «presenza» a se stessa.

Ha ragione Circe a mettere in guardia Odisseo: chi è così pazzo da lasciarsi a tal punto stregare dall’Immagine da «importarla» nei silenzi della propria voce intima, c’è poco da fare – è solo un povero matto da legare.
È solo un uomo. Che, come tutti gli «scheletri» (del Passato) che marciscono sulla riva (dei nomi dati alle «immagini» attraenti), è iniziato alla «presenza» a un mondo che egli crede e sente come «suo proprio», intimo ed esclusivo, e che invece – come Circe la Strega ben sa – è l’illusione delle illusioni, l’idealità delle idee «umane»: il Presente, l’Adesso…
Guai a togliergli la camicia di forza: Odisseo ha udito solo le voci dei «morti», e l’Adesso che la sua voce silenziosa trova sul fondo del proprio essere (più o meno, all’altezza del diaframma) non è che il Passato delle corde vocali degli altri, nient’altro che «ricordi» di quell’Altro che egli stesso assieme agli altri «fu», prima ancora di trovarsi in presenza del suo in-citante «oggetto» amoroso.

È l’illusione umana, questa sorta di autocertificazione di presenza a noi stessi che, come Odisseo, ci trovammo a demandare alla voce in una delle nostre «navigazioni» infantili. È il linguaggio della nostra Specie che ha bisogno di passare tra gli scogli di questo delirio – per giungere all’Adesso, all’Eccomi, al Sono Presente. È il linguaggio a essere realmente «presente» alla sua vita trascendentale, e di questa «presenza» la nostra voce gode solo se, internandosi, delira i «nomi» che ha udito.
Miracolo della voce! Sì, l’immagine inganna ma, se si consegna alla voce, la voce è capace di farne un incantesimo! Perciò Platone avrebbe dovuto prestare più attenzione all’«aldilà» vocale delle Seducenti: forse gli avrebbe evitato di attribuire al logos quella «certezza d’esser presente» che è invece la voce a incontrare.

sirene-scogli

Sappiamo come la filosofia, da Platone fino a noi, tutta indistintamente ha rassegnato la ricerca della «verità» al logos. Ma se vuoi slegare il matto dai lacci del platonismo, non basta restituire la parola al mythos. Non si tratta, infatti, di seguire la parola nelle sue peripezie espressive. Si tratta, se ancora non fosse chiaro, dice Derrida, di seguire la voce, non la parola – la phoné, non il logos.
La parola non è che il resto di una stregoneria che il linguaggio si consente nella voce, e che solo grazie a essa può realizzare. La parola – soprattutto quella scritta – è essa pure un’immagine, un segno di riconoscimento ingannevole, un riflesso d’ombra. La «luce» del miracolo non proviene che dalla voce che «s’interna» nel suo proprio intendimento – nell’ascolto delle Sirene che cantano dagli Scogli del Passato. E chi al loro incantesimo abbocca, lo sappia o non lo sappia, è così che è iniziato all’Adesso del linguaggio umano.

Non il logos, meno che mai quello del Testo scritto, e ancor meno quello delle Sacre Scritture – non il logos, ma la phoné è la nostra «carne trascendentale», la sola garante Ulisse-sirene-vaso-grecodel delirio. Non la phoné dei fonemi che «suonano» nel mondo di fuori, e che prendono corpo e materia di «segni», ma la phoné che si mette in muto ascolto della sua propria intima eco.
Il nome dell’immagine amorosa che in-voca una risposta, non ha bisogno di uno sciopero dei telefoni per trovarsi inaspettatamente a intercettare le voci degli sconosciuti. Tutti i «sentiti-dire», i mormorii, le chiacchiere, le filastrocche di certi vecchi ritornelli (per informazioni rivolgersi al presidente Schreber), tutti i frammenti del corpo di Orfeo, tutti i «detti» proverbiali e non, gli si offrono come possibili sponde. Basta che uno solo di essi «si congiunga» a orecchio col nome in-vocato, che – ecco – la voce sente d’aver trovato il «mondo», l’altro mondo, il suo mondo «segreto».

… io non vanto una buona salute ho il diavolo in corpo eh il diavolo non vanta buona salute è malato da sempre, eh…
(Carmelo Bene)

Chi abbiamo in corpo? – questo è il punto: chi ci abita? chi mai ci può essere così intimo da imporci il suo «stato di salute»?
Ci abita l’Angelo, la verità, la luce, la grazia dell’essere? – o dentro ciascuno di noi è l’Inferno, la menzogna, l’inganno, la tenebrosa disgrazia dell’esistere? Forse né l’uno né l’altro. Forse a possederci è solo il patto che la nostra voce infantile strinse col linguaggio: in cambio della più bella delle Sirene, per avere una possibilità di congiungersi con Elena, la nostra voce fu costretta a cedere al linguaggio tutti i diritti sulla propria anima.
Ma sì, ha ragione Circe: soltanto un pazzo, soltanto un poeta può pretendere una verità, quando è stato lui il primo a mentirsi.