Sartre – La buona e la mala fede

Credo che l’amico Pietro abbia dell’amicizia per me. Lo credo in buonafede. Lo credo, ma non ne ho l’intuizione accompagnata da evidenza, perché questo tipo di oggetto Ringgold-uomo[l’amicizia] per sua natura non si presta all’intuizione.
Lo credo, cioè mi lascio andare a degli impulsi di confidenza, decido di crederci e di tenermi fermo a questa decisione, mi comporto insomma come se fossi certo, il tutto nell’unità sintetica di uno stesso atteggiamento.

Ciò che definisco come buonafede è quel che Hegel chiamerebbe l’immediato, è la fede del carbonaro. Hegel insegnerebbe subito che l’immediato richiama la mediazione e che la credenza, divenendo credenza per sé, passa allo stato di non-credenza.
Se credo che l’amico Pietro mi vuol bene, vuol dire che la sua amicizia mi appare come il senso di tutti i suoi atti. La credenza è una scienza particolare del senso degli atti di Pietro. Ma se so che credo, la credenza mi appare come pura determinazione soggettiva, senza correlativo esteriore.

È questo che fa della parola «credere» un termine usato indifferentemente per indicare l’incrollabile fermezza della credenza (Mio Dio, credo in Te) e il suo carattere disarmato e strettamente soggettivo (Pietro è mio amico? Non ne so nulla: lo credo).
Ma la natura della coscienza è tale che in essa il mediato e l’immediato sono un solo e medesimo essere. Credere è sapere che si crede, e sapere che si crede non è più credere. Così credere è non credere più – non essendo questo (non credere) che credere – e tutto ciò nell’unità di una stessa coscienza non tetica (di) sé [di una coscienza cioè che «non pone» nulla tra sé e sé, e dunque che non «interpone», non «media» tra sé e il suo essere].

Certo, abbiamo forzato la descrizione del fenomeno designandolo con la parola «sapere»; la coscienza non tetica non è sapere. Sicché, la coscienza non tetica (di) credere è distruttrice della credenza [non può porre, istituire, una credenza, essendo pura coscienza patetica]. Ma, in pari tempo, la legge del cogito pre-riflessivo implica che l’essere del credere debba essere la coscienza di credere.
Così, la credenza è un essere che si pone in questione nel suo proprio essere, che può realizzarsi soltanto nella sua distruzione, che può manifestarsi a se stesso solo negandosi; è un essere per cui essere è apparire, e apparire è negarsi.

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Credere è non credere. E se ne capisce la ragione: l’essere della coscienza consiste nell’esistere da sé, cioè nel farsi essere e quindi nel superarsi. In questo senso, la coscienza è perpetuamente fuga da sé, la credenza diviene non-credenza, l’immediato mediazione, l’assoluto relativo, e il relativo assoluto.
L’ideale della buonafede (credere ciò che si crede) è, come quello della sincerità (essere ciò che si è), un ideale di essere-in-sé. Ogni credenza non è mai abbastanza credenza, non si crede mai a ciò che si crede. E, di conseguenza, il progetto primitivo della malafede non è che l’utilizzazione di questa autodistruzione del fatto di coscienza.

Se ogni credenza di buonafede è una credenza impossibile, c’è ora posto per una credenza impossibile. La mia incapacità a credere che sono coraggioso non mi farà più impressione, in quanto ogni credenza non può mai, veramente, credere abbastanza.
Chiamerò mia credenza questa credenza impossibile. Certo non potrò dissimularmi che credo per non credere e non credo per credere. Ma il totale e sottile annientamento della Baselitz-uomo-fedemalafede per mezzo di se stessa non dovrebbe sorprendermi: si trova in fondo a ogni fede.

E che dunque?
Nel momento in cui voglio credermi coraggioso, so che sono vile? E questa certezza verrebbe a distruggere la mia credenza?
Ma, anzitutto, non sono più coraggioso che vigliacco, se si deve intendere questo nel modo d’essere dell’essere-in-sé.
In secondo luogo, non so che sono coraggioso; una simile valutazione su di me non può che accompagnarsi a credenza, perché supera la pura certezza riflessiva.
In terzo luogo, è ben vero che la malafede non arriva a credere ciò che vuol credere. Ma, proprio in quanto è accettazione del (fatto di) non credere ciò che crede, essa è malafede.

La buonafede vuole sfuggire il «non-credere-ciò-che-non-si-crede» (restando al riparo) nell’essere (immediato, in-sé); la malafede fugge l’essere nel «non-credere-ciò-che-si-crede» (e in tutti i giochi di mediazione), avendo disarmato anticipatamente ogni credenza: quelle che vorrebbe acquistare e, insieme, le altre che vuole sfuggire.
Volendo questa autodistruzione della credenza, da cui la scienza evade verso l’evidenza, demolisce le credenze che le si oppongono, che si rivelano anch’esse non essere che credenze.

Così possiamo comprendere meglio il primo aspetto della malafede.
Nella malafede non c’è cinica menzogna né sapiente preparazione di concetti ingannatori. Ma il primo atto di malafede è (posto) per fuggire ciò che non si può fuggire, fuggire ciò che si è.
Ora, lo stesso piano di fuga rivela alla malafede un’intima disgregazione in seno all’essere, ed essa vuole essere proprio questa disgregazione. Sicché, le due attitudini immediate che possiamo prendere di fronte al nostro essere [buona e malafede, credenza e conoscenza] sono condizionate dalla natura di questo essere e dal suo rapporto immediato con l’in-sé.

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La buonafede cerca di sfuggire alla disgregazione intima dell’essere (riparando) verso l’in-sé che essa dovrebbe essere e non è. La malafede cerca di sfuggire all’in-sé (riparando) nella disgregazione intima dell’essere. Ma questa disgregazione la nega allo stesso modo in cui nega di essere malafede.
Fuggendo attraverso il «non-essere-ciò-che-si-è», l’in-sé che io non sono nel modo d’essere ciò che non si è, la malafede, che si rinnega come malafede, mira all’in-sé che non sono nel modo d’essere del «non essere ciò che non si è».

Se la malafede è possibile, è perché essa è la minaccia immediata e permanente di ogni progetto dell’essere umano, è perché la coscienza nasconde nel suo essere un rischio permanente di malafede. E l’origine del rischio è che la coscienza, nel suo essere è, allo stesso tempo, ciò che non è, e non è ciò che è.

(Sartre, L’essere e il nulla)