Plotino – La memoria e la coscienza di sé

Come farà uno a ricordarsi di se stesso, finché [è così immerso in una contemplazione di cui] non avrà nessuna memoria, poniamo per esempio nel caso di un Socrate, di essere stato lui il soggetto di quella certa contemplazione, e tanto meno saprà distinguere se a Lam-tua-vitacontemplare sia stata [in lui] l’intelligenza (noûs) o l’anima (psiche)?
Dobbiamo ora pensare che, quando uno quaggiù (ἐνθαῦτα) contempla, soprattutto molto intensamente, nel contemplare non si volge indietro col pensiero su se stesso, ma possiede se stesso ed è così concentrato su ciò che contempla, che egli diventa addirittura l’oggetto stesso di contemplazione, offrendo se stesso, per così dire, quale materia da conformare [che cioè si lasci adeguare] all’oggetto contemplato, di modo che egli è se stesso solo in potenza [solo virtualmente].

Egli è dunque qualcosa in atto [qualcosa di reale] solo quando non pensa? E solo quando non pensa, egli è vuoto di tutto [ciò che è altro da lui, e quindi solo così è realmente se stesso]?
Ma allora, se egli è tale da essere tutto, gli basta pensare solo se stesso, per pensare il tutto; di modo che, contemplando solo se stesso, con lo sguardo concentrato tutto su se stesso preso com’è in tale stato di contemplazione, egli abbraccia tutto ciò che lo circonda, e con questo sguardo che tutto abbraccia, abbraccia insieme anche se stesso.
Ma se è così che si comporta, allora egli muta le sue contemplazioni – il che contraddice quanto dicevamo dianzi.

Non sarà dunque il caso di dire che per il noûs vale l’inalterabilità [l’essere sempre identico a se stesso], mentre all’anima, finché essa per così dire si sofferma [«staziona», o perlomeno fissa una sua momentanea dimora] agli estremi confini dell’intelligibile, è possibile il mutamento, man mano che essa procede dentro l’intelligibile?
Infatti, se qualcosa avviene [e dunque, muta stato, si muove] presso l’Immobile [che giace in se stesso, nel suo immediato essere «in sé»], questo suo «divenire» deve necessariamente presentare qualche differenza con l’Immobile, non essendo immobile allo stesso modo.

E questo cos’altro vuol dire se non che non avviene nessun mutamento quando, nella contemplazione, si passa dagli intelligibili [che lo circondano] al soggetto che in essi contempla se stesso, o viceversa quando dall’«in sé» del contemplante si passa a tutto il Francis-Bacon-autoritratto-bluresto [che lo circonda] – dal momento che, come detto, egli è tutto [mentre contempla tutti gli intelligibili], e tutt’e due [lui e il tutto] sono una sola cosa?
Cosa dire, se non che è piuttosto l’anima, allorché s’avventura nell’intelligibile, essa sì a essere soggetta all’alterazione e a notare la differenza tra quel che patisce di suo e quel che patisce invece dagli intelligibili che sono in essa? O, meglio ancora, non si dovrebbe dire che, finché è in stato di purezza [contemplativa] immersa nell’intelligibile, l’anima gode anch’essa di inalterabilità?

Essa è allora realmente [tutte insieme] le cose [così contemplate]; infatti, quando si trova in quel luogo [contemplativo], è necessario che essa arrivi all’unificazione (ἕνωσις) con il noûs, quando è all’intelligibile che si volge [la sua contemplazione].
Rivolta che sia rivolta [puramente] all’intelligibile, non vi è infatti più nessuna mediazione (μεταξύ); e una volta che sia giunta a contatto del noûs, si accorda con esso; e una volta trovato questo accordo, diventa una sola cosa con esso senza però dissolversi, in quanto ambedue sono insieme unità e dualità.
Finché si trova in questo luogo di contemplazione, l’anima non è soggetta a mutamenti, ma è in rapporto immutabile col pensiero e rimane, nello stesso tempo, cosciente di se stessa, poiché è diventata una sola e identica cosa con l’intelligibile.

(Plotino, Enneadi, 4: 4.2)

***

… perché, appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto
che, dietro, la memoria non può ire.
(Dante, Paradiso, 1: 7-9)

Watts-Orfeo-Euridice

… contemplando, non si volge indietro – non fa la fesseria di Orfeo – fluisce senza riflusso, strofa dopo strofa avanza nell’incantesimo di ciò che si trova a contemplare, ma senza bisogno di un ritornello.
Questo è per Plotino il pensare e, insieme, l’essere immediato – il non ritorno su se stesso, il non ripetersi, la virginea continuità del nuovo, del presente, del momento. Nell’immediato il «momentaneo» non trova mai il tempo per rimpiangere una qualche (perduta) Euridice. Mai il tempo di fare la conoscenza di ciò che è, e – ahimé – di ciò di cui è innamorato.

Nessuno conosce se stesso finché permane nell’immediato e nella sua indifferenza. Finché non percepisce la sua propria differenza – egli sarà pure se stesso, autistica mente se stesso, ma non ottempererà al detto delfico: conosci te stesso!
Conosci la differenza che sei! Esci dall’indifferenza del tuo essere «in sé» chiuso / porte e finestre, sportelli e sfinteri vari.
L’oracolo non dice: sii te stesso. Dice: conosci (γνῶθι) te stesso! Dice: prendi coscienza della tua differenza!

Essere e conoscere non sono la stessa cosa. Essere una sedia o il quadro in cui è dipinta Delfi-oracolo-vasouna sedia, diceva Leon Battista Alberti – non è la stessa cosa.
Essere una farfalla e sognare le farfalle non è lo stesso. Non può esserlo, almeno finché non ci succede di confondere lo stesso col differente.
Lo stesso ha bisogno del differente, nel mondo dei concetti. L’Essere al di là della «mediazione» dei concetti – non è però né lo stesso né il differente. O forse è tutt’e due, l’uno nell’altro confusi.

Di modo che, se Zhou non sogna soltanto la farfalla, se Zhou è addirittura la farfalla che sogna – lo deve al modo di conoscenza proprio dei nostri sogni: quel loro modo di spingerci all’avventura fino alle estreme regioni dell’intelligibile – fino ai confini della conoscenza. Là dove essere e conoscere «si unificano», si fondono l’uno nell’identità dell’altro, e così «come per incantamento» vedono sfumare i loro reciproci confini.

Essere quel che si conosce in sogno, e sognare di conoscerlo in quanto lo si è – e se pure non lo si è, almeno diventarlo per la durata di quel magico istante contemplato «così intensamente» da non volgersi indietro, da fluire senza mai rifluire in una memoria, da andare senza lasciare una qualunque traccia del passaggio, da partire senza tornare, da vedere senza rivedere, da produrre senza riprodurre, da improvvisare senza nulla a ripetere… da perdersi nella Realtà senza mediazioni, ma tutto questo, paradossalmente, solo per la grazia e in virtù della mediazione offerta da un sogno!

Essere e conoscere virtualmente, hai voglia se si possono confondere. Non c’è neanche bisogno di sognarla – la confusione sta in un qualsiasi miraggio, sul fondo sordomuto di ogni illusione.
Essere e conoscere ciò che realmente siamo e sappiamo, questo no, non ci è possibile: perché, dacché conosciamo, dacché ordiniamo numeriamo e nominiamo le tracce del nostro passaggio – noi non siamo più reali, non più di quella Realtà che non si appella e non ricorre a nessuna mediazione. Di quella Realtà senza memoria.

Dalì-passaggio-farfalle

Finché ce la facciamo ad «adeguarci» alle immemori farfalle che sogniamo, non c’è problema – e, perciò, neanche c’è niente di vagamente «erotico» nel nostro essere incosciente. Finché il nostro essere si «conforma» alle farfalle che di volta in volta gli capita di sognare, non c’è desiderio – perché non ci si distingue dall’Altro, ma ci si confonde, ci si immerge in esso come nel nostro proprio essere. Là, noi siamo l’Altro – siamo l’Essere immediato, l’Essere pieno di sé, quello che basta a se stesso: Prospero, padre di Eros.

Il problema comincia con l’«inadeguatezza»: comincia là dove si accusa una «insufficienza formale», un difetto, una mancanza, una «povertà». È allora che la psiche, per dirla alla Plotino, si distanzia dal noûs. È allora che la cera si differenzia dal miele di cui è fatta. La psiche è fatta di «materia intelligibile» che, per adeguarsi alle sue proprie «intellezioni», ha bisogno di passare per delle mediazioni. La psiche manca, in sé, di immediatezza. È la Pezzente, Penìa, madre di Eros.

La nostra conoscenza, la nostra memoria, è fatta di essere, ma di un essere che realmente non è – di un essere che essa tutt’al più sogna di tornare a essere, di un essere che essa può attingere soltanto virtualmente – appunto, sognandolo: facendo di esso l’«oggetto» = Neide-Orfeo-Euridicex della sua cerca. L’«oggetto» che virtualmente può essere solo là dove realmente manca.

E allora Plotino, e la conoscenza di tutti i filosofi dell’Essere – inseguono solo una farfalla metafisica? e solo per divenire essi stessi farfalle?
Ma sì, dice bene Deleuze: i filosofi non sono che larve, nient’altro che bruchi che attendono la loro metamorfosi. Germogli che spuntano tra le colonne del tempio delfico: tra essersi e conoscersi c’è un Vuoto di sapere e di memoria, un Manco di soluzione al Problema posto dall’oracolo.
Perciò, andare in pellegrinaggio a Delfi doveva essere un modo per eccitare i bruchi a fingersi precocemente le ali, a costruire e dare futuro a quella strana produzione e riproduzione «naturale» del loro essere, che è il desiderio.

Conoscere se stessi è desiderare l’Altro. Forse di più: è desiderare essere l’Altro. Essere quello che non si è. E insieme scoprirsi a non essere quell’altro che si dovrebbe essere per poter giungere a «unificarsi» col desiderato.
Anche Plotino è una larva di questo desiderio, confusa mente scandito in lingua delfica. Di questo desiderio che si lascia «sentenziare» dalle parole di un dio invisibile, e che si lascia «sancire» come la formula di un problema. Di un problema, di un «erotismo» comune a tutti gli apollinei, e ce ne sono tanti, ma proprio tanti che, come me, si contentano di immagini virtuali, e perfino di simulacri, per giungere agli incontri «nuziali» delle proprie astrazioni intelligibili coi sensibili miraggi di Bellezza.

… noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
luce intellettual, piena d’amore
(Dante, Paradiso, 30: 58-60)

Il desiderio è sempre desiderio di conoscere, sempre amore di luce, volontà di sapere, e volontà di vedere – di essere testimone, quando non addirittura lo sposo o la sposa.
Ma, in quanto desiderio, ogni conoscenza – e a maggior ragione quella di se stessi – è una lapide sulla tomba del proprio essere indifferente a ogni sorta di mutamento. È una Mecca costruita intorno alla Pietra Nera dell’immediatezza reale – che ci resterà per sempre oscura.

Non sei più te stesso, dice l’oracolo di Delfi. Fattene una ragione! Di te stesso puoi avere adesso solo una conoscenza, e solo a condizione che tu comprenda d’essere l’altro dell’essere, tutt’altro che a esso indifferente. Solo a condizione di desiderare l’altro che sei diventato. A condizione di voler fare la conoscenza di quell’Altro di cui non sei che un’altra larva. Anche tu, casomai, alle prese col filosofema delfico: conosci te stesso! Anche tu addolorato come Orfeo, e come lui costretto [per inadeguatezza] a volgerti indietro.