Ovidio – La metamorfosi di Callisto

Zeus-Mantova

Giove, il padre onnipotente, fece dunque il giro delle grandi mura del cielo, controllando che, minata dalla violenza del fuoco, nessuna parte rischiasse di crollare. Visto che erano ben salde, come dovevano essere, scrutò la terra e le fatiche degli uomini. Più di tutto, però, si preoccupò della sua cara Arcadia: le rese le fonti e i fiumi che, intimiditi, ancora esitavano a scorrere, ridonò l’erba alla terra, le fronde agli alberi e fece rifiorire le selve ferite dal suo fulmine.

{Eros da Thanatos}

E mentre così andava e veniva dall’una all’altra, ecco che il suo sguardo di colpo si fissò su una vergine di Nonacre, e subito una fiamma gli si accese e fin nel midollo l’avvampò.
Costei non era una di quelle che passano la giornata a cardare e rendere soffice la lana, o ad acconciarsi in mille modi i capelli: quando una fibbia aveva fermato la sua veste, o una benda bianca aveva raccolto i suoi capelli al vento, una volta che stringeva in mano una lancia leggera, oppure un arco, era una perfetta soldatessa di Diana, e sul Menalo Amigoni-Giove-Callistomai aveva messo piede una ragazza di lei più cara a Diana Trivia.
Ma non c’è privilegio che duri a lungo.

Alto era il sole, ormai giunto oltre la metà del suo tragitto, quando lei entrò in un bosco inviolato dal tempo dei tempi: qui dalla sua spalla depose la faretra, allentò la tensione dell’arco, e si sdraiò sul tappeto erboso del suolo, col capo poggiato sulla sua faretra dipinta.
Come Giove la vide così stanca e indifesa, si disse: «Di questa scappatella mia moglie di certo non saprà nulla, e anche se poi venisse a saperla, oh sì che ne vale la pena, di prendersi i suoi rimproveri!».

Subito assume l’aspetto e il portamento di Diana, e dice: «O vergine, mia cara compagna, su quali monti hai cacciato?». Dal prato balza su la fanciulla e: «Benvenuta, dea, – risponde –, che a mio parere, anche se lui mi sente, sei più grande di Giove!».
Sorride lui, divertito a sentirsi preferito a se stesso, e la bacia con impeto sulla bocca, con troppo impeto, come non s’addice a una vergine. E mentre lei si accinge a raccontare in quale bosco è stata a cacciare, la blocca in un amplesso e nel violarla si rivela. Lei si ribella, sì, per quanto almeno può fare una donna (o se tu l’avessi vista, Giunone, saresti più comprensiva!); si ribella, sì, ma quale fanciulla o chi altro mai potrebbe vincere il sommo Giove?

In cielo ritorna vincitore Giove, mentre lei ora odia quei boschi e quegli alberi che sanno; e fuggendo via di lì, per poco non si scorda di raccogliere la faretra con le sue frecce e l’arco appeso a un ramo.

Ed ecco, in quel mentre, Diana, la dea di Ditte, che fiera della selvaggina uccisa s’inoltra col suo seguito fra i gioghi del Menalo, di lontano la scorge e, riconoscendola, la chiama, Liberi-Diana-Callistoma quella al sentirsi chiamare fugge, temendo sul momento che in lei si nasconda ancora Giove; ma poi, quando vede che al suo fianco compaiono le ninfe, comprende che non c’è inganno e si unisce a loro.
Ahimé, com’è difficile non tradire la colpa con lo sguardo! Leva appena gli occhi da terra; non si pone come un tempo al fianco della dea; non è più la prima davanti a tutte; ma tace e arrossendo fa trapelare l’offesa patita.
Se non fosse stata vergine, da mille segni avrebbe potuto intuirne Diana la colpa; l’intuirono però le ninfe, a quanto pare.

Per la nona volta rinasceva in cielo la falce della luna, quando a caccia la dea, spossata dalla vampa del Sole suo fratello, trovò un bosco freschissimo, dal quale mormorando veniva giù un ruscello, sfiorando le rive e trascinandone via delle zolle.
Il posto le piacque, e con la punta del piede saggiò l’acqua; anche questa le piacque e allora disse: «Qui non ci vede nessuno: facciamo il bagno nude in queste limpide correnti».

La fanciulla della Parrasia arrossì. Tutte si tolgono i veli: lei sola prende tempo. Siccome indugia, le sfilano la veste e, quando è nuda, col suo corpo si scopre anche la colpa.
Smarrita lei si affanna a nascondere il ventre con le mani: «Via di qui! – le grida Cinzia; – non profanare questa fonte sacra!», e le ordina di lasciare il suo seguito.

{Thanatos da Eros}

Tiziano-Callisto-Diana

Da tempo la consorte del gran Tonante aveva capito la cosa, ma aveva rinviato la sua dura vendetta alla giusta occasione. Ora non c’era più motivo d’attendere: alla rivale (altro colpo inferto a Giunone) era nato un bambino: Arcade.
Appena puntò gli occhi e il cuore esasperato su questo fatto, esclamò: «Ci mancava solo questo, svergognata, che tu restassi incinta e partorendo rendessi noto a tutti l’oltraggio che mi hai fatto, e dessi la prova dell’indegna condotta del mio Giove! Me la pagherai, però: ti toglierò questa forma di cui ti compiaci, sfacciata, e per la quale piaci a mio marito!».

Così disse e, affrontandola, l’afferrò davanti per i capelli e la gettò bocconi a terra. Lei tendeva le braccia implorando pietà: ma ecco che pian piano le braccia cominciarono a coprirsi di peli neri, e le mani a curvarsi e ad allungarsi in adunchi artigli e a fungere da Bellmer-dollpiedi; e il viso, che un tempo aveva incantato Giove, si deforma in un testone mostruoso. E perché non commuovesse nessuno con suppliche e preghiere, le fu tolto l’uso della parola: dalla sua gola rauca esce solo un ringhio di rabbia minacciosa, che incute paura.
Anche se mutata in orso, conserva però l’anima di un tempo e, manifestando con gemiti incessanti il suo dolore, leva al cielo, alle stelle le mani, o quello che sono, e, costretta a tacere, avverte in sé l’ingratitudine di Giove.

Ah, quante volte, temendo di riposare nella solitudine dei boschi, torna a vagare davanti alla casa e nei campi che un tempo erano suoi!
Ah, quante volte, inseguita tra le rocce dal latrato dei cani, fugge atterrita, lei, la cacciatrice, per fobia dei cacciatori!
Spesso, vedendo delle belve, si nasconde scordandosi chi era, e pur essendo un’orsa, si spaventa se scorge un orso sui monti, ha terrore dei lupi, sebbene un lupo fosse suo padre [Licaone].

(Ovidio, Metamorfosi, 2: 401-495)

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In una delle tante storie intorno ad Artemide, la parte dell’eroina tragica toccava a una delle sue compagne di nome Callisto. È un nome proprio, formato dall’aggettivo Calliste, «la più bella», come la stessa Artemide era chiamata.
Si diceva che Callisto fosse stata una ninfa al seguito di Artemide, una cacciatrice che portava lo stesso costume della dea. E che, come lei, aveva giurato di restare vergine. I diversi narratori le attribuivano diversi padri: Nitteo, «l’uomo della notte», Ceteo, «l’uomo-mostro marino», o Licaone, «l’uomo-lupo»; le attribuivano anche diversi nomi, come Megisto, «la più grande», o Temisto, una forma del nome Temi.

Peruzzi-Callisto-Carro

Zeus l’aveva sedotta, secondo un poeta comico [l’allusione è qui al nostro Ovidio], sotto le sembianze di Artemide stessa. Nei racconti antichi infatti Artemide aveva ancora la forma di un’orsa e Zeus si era unito con Callisto sotto forma di un orso.
Originariamente, si trattava di nozze animali. Secondo una versione infatti Callisto sarebbe salita sul talamo di Zeus in forma di animale. Secondo i racconti di tempi meno antichi, Artemide avrebbe scoperto al bagno la gravidanza della sua compagna e perciò, nella sua ira, l’avrebbe trasformata in un’orsa. Sembra che la dea addirittura uccidesse la colpevole; ma alla fine Callisto riuscì a salire in cielo come «Orsa Maggiore», dopo aver partorito a Zeus un figlio destinato a diventare il capostipite degli abitanti dell’Arcadia. Il nome di costui, Arcade, è connesso con arktos, «orso».
Si diceva pure che Callisto avesse dato alla luce i gemelli Arcade e Pan, il dio dai piedi di capra della stessa regione, al carattere selvaggio e primitivo dei cui abitanti si addicevano simili dèi e simili antenati.

(Kerényi, Gli dèi e gli eroi della Grecia)

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E che? Ovidio non è forse uno di quei Cinque, al cui senno Mastro Dante si aggiunse per «assestare», prima di mettersi in viaggio, la sua bussola poetica? Quale maestria, dunque, sextusriconobbe e attinse a sé dalle sue Metamorfosi?
Io potrei dirne una, anche se forse non vale: dopo la Catastrofe – aveva detto Ovidio – al padreterno in persona non restò altro da fare che un’ispezione alle rovine del suo mondo antico. (Lacan dice che il bambino a tre anni si fa già da solo la sua prima «psicoanalisi»).

Lo so, è troppo poco, e forse pure un po’ banale: gli è morto Fetonte, gli è stata mortificata l’incoscienza del suo essere, e perciò a ogni «smarrito nella selva» che legge i suoi versi, Ovidio consiglia di rifare come allora («sempre acquistando dal lato mancino») il giro del mondo, e di ripetere il «divino» girotondo (centocinquanta, la gallina canta… canta l’eterno ritorno, il richiamo punto e a capo dell’essere a Se Stesso) per correre a vedere che ne fu, dopo quella Catastrofe, dopo la traumatica Svolta, che ne rimase della sua selvatica e virginea Arcadia. Perché fu da quelle parti che Eros a ciascuno sorse da Thanatos. Da quelle parti Bellezza gli ricominciò il mondo. Glielo ricominciò sull’altra sponda del Fiume. Sulla sponda in cui lei, Bellezza, era l’Altro a cui può un padreterno cedere, sia pure per una scappatella, la propria «maestà».

Allo «smarrito» Ovidio consiglia di tornare ad aggirarsi tra le rovine delle sue emozioni antiche, in quell’oscuro paesaggio di distruzione e di morte in cui il suo «senno» si trovò per la prima volta «smarrito». Consiglia di ripetere la messinscena di quello smarrimento. Di replicare quell’indimenticabile smarrimento di memoria, quell’istante discontinuo, quella frattura dei tempi – prima e dopo la Catastrofe, Passato e Presente – per cui il suo essere s’incrinò, saltando dall’una all’altra delle sue più antiche metempsicosi, quelle più prossime al Polo del suo essere.

La faccio difficile, e invece è molto più semplice: a Dante smarrito la poesia di Ovidio si rivelò insieme comica perché profonda, e profonda perché ridotta a Commedia, a «motto di spirito» di Se Stessa. Ridotta a dire: guarda il Cigno, guarda l’Auriga, guarda i Pioppi Callisto-Orsa-Maggioresulle rive dell’Eridano, e se comprendi l’allusione, puoi anche tu andare a spasso, e venire a scriverti, nella Memoria della tua Specie! Ma devi, prima, farti traghettare su quest’altra sponda della Via Lattea. Sulla sponda dove per Legge «la più bella» fu tramutata nell’Orsa Maggiore, e così condannata a «parlare» solo attraverso la sua dote di luce.

D’altronde, che altro poteva fare, perfino il padreterno, dopo la Catastrofe che aveva stravolto e distrutto il suo mondo? Cosa, se non un vagabondaggio a zonzo per le sue selve oscure – finché non fosse giunto al cospetto di quella Callisto, «la più bella» delle forme (lo dice il suo nome), di fronte a cui infine mettersi a specchio (se sei femmina, sono femmina anch’io!) e farsi così – lui fulmine – a sua volta fulminare? Cosa, se non riandare a quell’eccitato miraggio in cui il suo sguardo si fissò – ennesimo Narciso dell’essere, rimesso punto e a capo di Se Stesso, in un bambino più o meno di tre anni? Cosa, se non scommettere che tra «spaesati» ci s’intende a volo? E che a volte, con certi poeti, basta suggestionarsi a distanza, per assestarsi reciprocamente in un «dove» tanto incerto quanto degno di orientare a sé ogni poesia? In un miracoloso lembo di terra, da cui erotizzare il mondo per ricominciarlo daccapo, come un nuovo problema?

Non voglio farla lunga. Ciò che forse stupì Dante, è l’ordine di successione in cui Ovidio smarrisce, l’una dopo l’altra, le tragiche metamorfosi per cui passa e spassa l’ingenua «comicità» circumpolare del suo padreterno.
È qui la maestria di Ovidio. Qui dove dice che il padreterno stesso non ebbe di meglio da fare, dopo la Catastrofe, che passare in ordinata rassegna le più antiche costellazioni, quelle sorte intorno al Polo del nuovo cielo sghembo – con un occhio particolare per la sua diletta Arcadia, «la selvaggia terra degli orsi», sull’altra riva del Fiume.

Domenichino-Diana-ninfe

Cosa vi cercava l’occhio del padreterno? Nient’altro che una scappatella – una via di fuga, e nient’altro. La fuga in un uno di quei rarissimi momenti per cui, costi quel costi, vale la pena di mettersi a specchio di ciò che si contempla. E nella compassione di questo «riguardarsi», sentire l’«erotismo» che risorge dalle ceneri della propria libido mortificata.
Perciò, dopo il Cigno, dopo i Pioppi dell’Eridano (fratello e sorelle di Fetonte, e dunque suoi «prossimi» troppo vicini al luogo dell’accaduto), tocca adesso alla «lontana» Orsa – a quella che fu «la più bella» delle forme, prima che la gelosia di Giunone la «deformasse», riducendola al silenzio delle stelle.

Una volta non era un’Orsa – ma una vergine selvatica e analfabetica, votata alla castità. Era la compagna prediletta di Diana, la stella più radiosa dopo la Luna. Nulla sapeva di Fetonte e della sua tragica fine. A differenza delle Eliadi e del Cigno, lei era una «lontana».
È scritto tra le righe: quando il Fiume straripò, la lontananza trascinò alla deriva nella sua corrente certe «zolle» di fango e d’argilla, isole galleggianti, ciascuna popolata dalla sua flora e dalla sua fauna – vaghi frammenti di «espressioni prime», direbbe il Filosofo, Manet-ninfa-sorpresaresti non estinti, avanzi del vecchio linguaggio non raggiunti dalla furia del fulmine.

Dovette passare di lì, dovette saltare da un’isola all’altra, il padreterno stesso (più o meno aveva tre anni), per inaugurare il suo nuovo gioco «erotico»: la pazziella di Dominazione e Amore. Di Thanatos che dopo aver assoggettato a sé il mondo, si assoggetta, a sua volta, a un resto lontano di ciò che ha messo a morte e distrutto. Dovette, il padreterno, aggrapparsi a un brandello di selvatica e analfabetica «forma di miraggio», per concedersi una scappatella, un’eccezione alla sua letale «divinità».
È molto più semplice di quanto io sappia dirlo: gira e rigira, è sempre e comunque qualcosa di «rotto» a traghettarci di qua dalla «rottura». Su quest’altra sponda della Via Lattea, su cui impera la Gelosia di Giunone, è appena un frantumo del «corpo di Orfeo» che si mette di punto in bianco a poetare, comicamente, la sua tragedia silente.

Eros da Thanatos. Il piacere che sopravvive all’istinto di morte, e si ribella alla sua insistenza. Il piacere che trasloca, che trasmoda in un’altra forma, per non cadere nell’idolatria di nessuna «Quella che fu». Nemmeno in quella della sua «Beatrice», di Callisto o di Elena la Bella.
Ma per quanto sia votata alla castità e si tenga al riparo da ogni sguardo che la profani, questa Bellezza, che è l’«oggetto» illusorio di un «erotismo» che, a sua volta, è solo l’avanzo della perduta libido infantile, – questa Bellezza qui, questa Spiga di Mais, è destinata a non durare più del tempo che ci vuole al padreterno per un assaggio di lussuria, giusto quel tanto che gli basta per inaugurare il nuovo gioco di Amore e Morte.

Amore non voleva «essere visto». Non voleva essere confuso con quello che perfino il padreterno crede di vedere allo specchio delle sue brame. Amore voleva restare, timidamente, oscuro a Se Stesso – casuale, episodico, sonnambolico «gesto» senza senso. Eros voleva solo «poetare» spensieratamente le sue filastrocche. Non voleva sapere nulla della tragedia. Non sapere niente del Passato. Ma Thanatos lo raggiunse lo stesso. Lo mortificò con la crudeltà della Legge di Giunone. Lo ridusse a una stella «muta», perché quello che aveva da dire, lo dicesse soltanto a chi, come Psiche, fosse stato capace di «vedere le voci». Perché Amore è solo una voce, e per giunta provvisoria, del Passato che ci richiama a ripassare tra le sue rovine.