Santillana – La caduta di Fetonte

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Odilon Redon – La caduta di Fetonte

Il grande mito ufficiale sulla Galassia è la trasgressione di Fetonte e la conseguente ustione del cielo durante la sua folle corsa.
Manilio racconta nel suo poema astrologico che:

… questo era un dì il sentiero
dove passava Febo; e che in lungo volger d’anni
prese fuoco la rovente pista, le stelle ardendo.
Mutò il colore, le ceneri cosparsero la via
e ancora serbano della rovina il segno.
Inoltre è fama, fama vetusta e veneranda,
che Febo il cocchio al figlio avesse dato,
e il giovane, declinando dal sentiero,
stupito per l’arcana leggiadria dei segni,
di suo compito superbo, spronò l’igneo destriero
e volle nel corso superare il padre.
Divenne caldo il Settentrione, l’inusitato fuoco
sciolse colà le nevi, fece fuggir le Orse;
né si salvò la terra: ogni paese pianse
la comune sorte, ardendo con le sue città.
Poi dal disperso carro guizzò una saetta
e i cieli furon tutti una continua fiamma.
Il mondo prese fuoco, e in nuove stelle accese
chiaro ricordo di suo fato reca.
(Manilio, Astronomica, 1: 730-749)

Il mito di Fetonte è stato trattato ampiamente e con grandiosità fantastica da Ovidio (Metamorfosi) e da Nonno (Dionysiaca). Il vecchio Gibbon, rievocando la propria Heintz-Fetonteadolescenza, racconta come scoprì, estasiato, la bellezza della poesia latina leggendo appunto la descrizione ovidiana della tragica impresa di Fetonte.
Helios, così dice la storia, giurando sull’acqua dello Stige, aveva promesso di esaudire qualsiasi desiderio del suo giovane e avventato figliuolo Fetonte, giunto per la prima volta a fargli visita. Il ragazzo bramava una cosa sola: guidare per una volta il carro del Sole, e neanche le più disperate preghiere del padre valsero a fargli cambiare idea. Allora Helios, pur sapendo bene che nulla poteva impedire l’esito fatale di quell’avventura, fece del suo meglio per insegnare a Fetonte tutti i pericoli in agguato a ogni passo della via – occasione gradita a entrambi i poeti per elaborare gli ammonimenti paterni in una sorta di «introduzione all’astronomia».

Proprio come suo padre temeva, Fetonte non riuscì a controllare i cavalli e uscì di strada (Ovidio dice che il ragazzo lasciò cadere le redini alla vista dello Scorpione).
Il risultato è una confusione incredibile: non una costellazione rimane al suo posto e la Terra viene arsa orribilmente. Disperata, chiama a gran voce Giove per farlo intervenire senza indugio: «Guarda come i tuoi cieli sono in fiamme dall’uno all’altro polo – se il fuoco li consuma, l’universo stesso cadrà in polvere. Sofferente, angustiato, Atlante quasi non riesce a bilanciare l’asse incandescente del mondo sulle sue spalle» (Ovidio).
Dal canto suo, Nonno dichiara: «Vi fu un tumulto nel cielo che scosse le connettiture dell’universo immobile; si piegò perfino l’asse che passa per il centro dei cieli ruotanti. A stento il libico Atlante, puntellato sulle ginocchia, il dorso curvo sotto il maggior carico, poté sostenere il firmamento delle stelle che si rivolge da solo».
Zeus è costretto a intervenire e scaglia il suo fulmine contro il ragazzo. Fetonte cade nel fiume Eridano dove, secondo Apollonio Rodio, il lezzo del suo cadavere semiarso fa star male per diversi giorni gli Argonauti, che vi s’imbattono durante il loro viaggio (Argonautiche, 4: 619-623).

La storia di Fetonte è stata spesso intesa come commemorazione di un qualche grandioso e abbagliante fenomeno celeste, una cometa o una meteora. Tutti corrono per istinto, o meglio, per abitudine, a una spiegazione cosiddetta naturale. Ma un esame più accurato rivela che la faccenda non è così semplice.
Se da un lato il racconto del cataclisma è fantasioso e impressionistico, quasi che i poeti provassero piacere in una liberazione emotiva dalla regolarità delle orbite celesti, galleria-Borghese-Fetontedall’altro esso appare credibile dal punto di vista tecnico, come vien naturale sospettare a chiunque abbia letto il solido studio di Stegemann su Nonno come erede della rigorosa astrologia di Doroteo di Sidone. Quanto poi a Ovidio, la sua reputazione di poeta dotto è ormai fuori questione, anzi egli accenna a rigide formule cosmologiche con sorprendente autorevolezza. Le «montagne nascoste» che egli descrive emergenti dalle onde via via che i mari si ritirano dando luogo a una piana di sabbia, sorgono come «isole nuove».

Quest’immagine dei «picchi montani» e delle «isole» non rappresenta forse assai più efficacemente che non ad esempio la descrizione islandese dell’emergere di «una nuova terra», le stelle di una costellazione in progressiva ascesa (all’equinozio di primavera)?
Comunque sia, ne abbiamo una conferma indipendente nella versione platonica di questa «crisi» nel Timeo (22ce). Il sacerdote egizio che parla con Solone afferma che la leggenda di Fetonte «ha l’aria di una favola; ma la verità è una deviazione dei corpi che ruotano in cielo attorno alla terra, e una distruzione, che avviene a lunghi intervalli di tempo, delle cose sulla terra in una grande conflagrazione». È un’affermazione chiara, che concorda inoltre con quanto dicono Nonno e Ovidio, com’è giusto del resto, trattandosi di una tradizione pitagorica: ce lo dice Aristotele.

I cosiddetti pitagorici danno due spiegazioni. Alcuni dicono che la Via Lattea sia il percorso seguito da una delle stelle ai tempi della leggendaria caduta di Fetonte: altri affermano trattarsi del circolo nel quale si muoveva una volta il sole. Questa zona sarebbe stata bruciata, o in altro simile modo segnata, in seguito al passaggio di questi corpi.
(Aristotele, Meteorologica, 1: 8.345A)

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Odilon Redon – La caduta di Fetonte

I pitagorici non raccontavano favole vane né provavano il benché minimo interesse per insolite «catastrofi» sensazionali causate da meteore o simili. Ad esser precisi, il sacerdote egizio, a proposito della leggenda di Fetonte, dice a Solone: «la storia che si racconta anche dalle vostre parti».
Dov’è dunque questa storia in Egitto? Dal momento che la terminologia cosmologica egizia era più tecnica – nel senso attuale del termine – di quella greca, ci vorrà qualche tempo per scoprire il parallelo esatto. In Egitto, comunque, Fetonte sbalzato dal cocchio sarebbe stato detto «l’occhio perduto» o meglio, uno degli «occhi perduti». L’occhio andò «perduto» nella cosiddetta «mitica sorgente del Nilo», la sorgente di tutte le acque. Sorprende perciò che Ovidio sapesse che, a causa della caduta di Fetonte, «il Nilo corse atterrito all’estremità della terra e nascose la testa, che ancor oggi è occultata».

Ma, lasciando da parte l’Egitto per il momento, viene a proposito citare qui due casi estremamente distanti fra loro di residui di tradizione connessi al tema di Fetonte. Essi sono utili appunto perché provengono da siti lontanissimi dall’ambiente greco, e quindi non sono ricollegabili a nessuna di quelle catastrofi locali che presumibilmente lasciarono un’impressione così tremenda nella mente dei greci.
I fiote della Costa Loango dell’Africa dicono: «La Via delle Stelle [la Galassia] è la via del corteo funebre di un’enorme stella che, una volta, brillava nel cielo più splendida del sole». Succinto e senza tecnicismi.

uomo-torciaLa versione del Nordovest americano è più articolata: poiché l’America precolombiana non conosceva il carro, il «Fetonte» degli indiani Bellacoola, che è venuto a trovare il padre Sole grazie a una catena di frecce, vuole portare al suo posto le torce solari. «Helios» acconsente, ma ammonisce il figlio a non combinare guai e a non bruciare la gente. «Al mattino – dice – accendo una torcia, poi via via le altre, fino a mezzogiorno; nel pomeriggio le spengo poco per volta».
Il giorno dopo, «Fetonte», salendo lungo il sentiero del Sole, non solo accende tutte le torce che ha con sé, ma lo fa troppo presto, e la terra diviene rovente: i boschi incominciano ad ardere, le rocce si spaccano, molti animali si tuffano in acqua, ma anche le acque incominciano a bollire.

«Giovane Donna», madre del «Fetonte» dei Bellacoola, copre gli uomini con il suo mantello e riesce a salvarli, ma Padre Sole scaraventa il figlio sulla terra dicendogli: «D’ora in poi tu sarai il Visone!».
A noi oggi un banale visone potrebbe apparire altrettanto insignificante del tapiro o dell’«Apollo-topo», ma il fatto è che ci lasciamo ingannare fin troppo facilmente da mere «parole» e «nomi». Nella fattispecie, questo Visone dà il via alle maree, ruba il fuoco e lotta con i «venti»: è insomma contemporaneamente un Adapa, un Prometeo e un Fetonte!

Occorre resuscitare altre idee antichissime oggi perdute. Nella Grecia di Euripide, tutti sapevano benissimo che Eridano era il fiume Po. In una delle grandi tragedie euripidee, l’Ippolito, il coro anela una fuga dal mondo della colpa, verso nubi e montagne, verso terre lontane (735 ss.):

[…] sull’acqua dell’Eridano,
dove stillano nell’onde
purpuree le infelici fanciulle,
per pietà di Fetonte,
lucenti lacrime d’ambra.

Qualsiasi spettatore avrebbe compreso che le «infelici fanciulle» erano i pioppi che s’allineano lungo le rive del fiume e che le «lacrime d’ambra» erano un’allusione alle Eridano-whitericchezze della «via dell’ambra» che, dal mar Baltico, arrivava sino ai familiari lidi dell’Adriatico. E fin qui, tutto bene.
Ma come si deve intendere l’assai posteriore Strabone, quando dice che l’Eridano «non è da nessuna parte in terra» (5: 215), riferendosi quindi chiaramente alla costellazione Eridano in cielo? E che cosa vuol dire Arato (Fenomeni, 360) quando parla di «quei miseri resti di Eridano» poiché il fiume era stato «combusto per la caduta di Fetonte»? S’intende proprio lo stesso fiume, ampio e fiancheggiato da pioppi, che si getta nel delta del Po?

Nel raccontare l’eroico viaggio degli Argonauti, Apollonio Rodio ha conservato accuratamente i due livelli di significato: le avventure sono collocate in un contesto terrestre, ma dal punto di vista geografico non hanno alcun senso. Gli esploratori risalgono, sì, il Po, dove sono raggiunti, come si diceva, dal lezzo dei resti di Fetonte – ma è anche possibile che essi siano situati più in alto, in una cascata alpina presso il Damnastock, come vorrebbe suggerire un noto studioso.
Infatti la nave Argo, lasciando il Po, entra nel lago di Ginevra e di lì nel Rodano, che discende fino al mare; qui giunta prende il largo mantenendo la stessa longitudine, indi, con un’eccezionale impresa di trasporto via terra, attraversa il Sahara, arriva alla costa dell’Africa Occidentale, e di qui raggiunge Fernando Po. O perlomeno così la intendono senza batter ciglio quelli che interpretano il testo geograficamente.

Ma non c’è forse più buon senso a trattare l’Eridano come elemento dei cieli, dove è già chiaramente configurato assieme ad Argo?
Se poi si considerano allo stesso modo gli altri elementi della storia, se ne otterrà un racconto che, se non dissiperà il mistero degli Argonauti, avrà se non altro un senso.

Auriga-costellazione

La tradizione vuole dunque che, dopo la sua spaventosa caduta, quando ormai l’ordine era stato ristabilito, Fetonte sia stato catasterizzato da Giove (cioè collocato tra le stelle) col nome di Auriga, in greco Enioco ed Erittonio; contemporaneamente venne catasterizzato anche l’Eridano.
Manilio accenna a ciò nei versi «il mondo prese fuoco, e in nuove stelle accese / chiaro ricordo di suo fato reca», mentre Nonno dà un resoconto più dettagliato: «Ma il padre Zeus pose Fetonte nell’Olimpo quale auriga, e con tale nome. Poiché regge con luminoso braccio il Cocchio radioso dei cieli, egli ha la forma di un Auriga che si slancia in corsa, come se anche tra le stelle bramasse ancora il carro del padre. Anche il fiume combusto dal fuoco salì alla volta stellata con il consenso di Zeus, e nell’orbe stellato s’avvolge la corrente tortuosa dell’ardente Eridano» (38: 424-431).

Ora, nei tempi in cui il mito era ancora una forma di pensiero seria, non si identificavano in cielo oggetti che non vi appartenessero già. Il problema che sorse più tardi è quello posto da Richard H. Allen, il quale osserva che «la Via Lattea fu a lungo nota con il nome di Eridano, la Corrente di Oceano», nonché dal traduttore di Nonno, W. H. D. Rouse, che chiosa Eridano con un succinto: «la Via Lattea». Ci vuole però un bel coraggio a definire «tortuosa» la Galassia – anzi, il testo greco dice addirittura che «s’avvolge a spirale».
Ma, a parte questa incongrua immagine di una Via Lattea «a spirale», il mito di Fetonte intendeva spiegare, secondo i pitagorici, sia l’allontanarsi del sole e dei pianeti dall’antico cammino, sia l’investitura di Eridano che, assieme all’Auriga, veniva ad assumere le Scarsellino-caduta-Fetontefunzioni già della Via Lattea: ecco perché essi vennero catasterizzati assieme. Indubbiamente, ci si trova di fronte a una spaventosa confusione fra fiumi celesti e fiumi terrestri, e fra i nomi dati a entrambi i tipi di «corrente»; ma con pazienza è possibile districare il groviglio.

Partiamo dai fiumi del globo terrestre: il nome di Eridano non fu dato solo al Po, ma anche al Rodano, al Nilo e al Gange. […] Pertanto non sorprende che molto più tardi, in epoca medioevale, varie redazioni del Romanzo di Alessandro abbiano opinioni diverse circa il fiume seguito dal re nel suo viaggio verso il paradiso per ottenere l’immortalità.
In un romanzo francese in prosa del XIV secolo, Alessandro risale il Nilo; in una versione latina del XII secolo, si serve invece del Gange, poiché gli indiani gli hanno detto che il Gange ha le sue sorgenti in paradiso. Così è, infatti, per tutti i grandi fiumi del mito.

In cielo, i candidati sono tre. Oltre alla Via Lattea, gli autorevoli Catasterismi di Eratostene chiamano Nilo o Oceano la costellazione Eridano. Gli astrologi Teucro e Valente, invece, mettono l’Eridano tra le costellazioni che sorgono contemporaneamente all’Acquario; ossia, essi chiamavano Eridano il fiotto d’acqua che sgorga dalla brocca dell’Acquario. Per complicare ancor più le cose, questo fiotto d’acqua si pensava andasse a congiungersi con la nostra collezione Eridano sotto il Piscis Austrinus.
Dice Manilio (1: 438 ss.):

Poi viene a nuoto il Pesce australe, che dal vento
Austro ha suo nome e fioca fiamma emana.
A lui con ampi giri volgonsi i Fiumi;
dall’urna del freddo Acquario scorre una fonte
e l’altra incontra dove s’uniscono i lor flutti,
e un sol canale fanno, mischiando assieme gli stellati raggi.

Julian-cometa

C’è un’altra complicazione ancora, aggiunta al quadro generale da Eratostene, ma che questa volta porta infine alla comprensione decisiva: nei Catasterismi, a differenza di quanto dicono Arato e Tolomeo, Canopo viene posto nella costellazione Eridano anziché in Argo, il che dà al fiume una direzione diversa. Tutto questo «nodo gordiano» di malintesi interpretativi è imperniato sul nome Eridano: la miglior cosa da fare è seguire il buon esempio di Alessandro e «estrarre la caviglia del timone».
In assenza di un’etimologia greca decente, Kugler ha proposto per Eridano un’origine plausibile da Eridu, la sede di Enki/Ea, il sumerico mulNUNki = Canopo (α Carinae). Eridu segnava, e significava, la «confluenza dei fiumi», topos della massima importanza ove i grandi «eroi», a cominciare da Gilgameš, si recano in pellegrinaggio nel vano tentativo di conquistare l’immortalità – e fra di loro, secondo la sura 18 del Corano, c’è anche Mosè. Al posto di questa grazia impossibile, essi ottengono «le misure».

Ora, dal momento che «Eridu» era noto come la «confluenza dei fiumi», Eridano doveva, quasi per definizione, congiungersi con un qualche «fiume» nelle contrade meridionali, oppure terminare direttamente in Eridu-Canopo, come asserivano i Catasterismi.
Ma vi sono state «soluzioni» anche più drastiche. La prima è quella proposta da Servio, il quale vorrebbe dare una sola cosa di Eridano e di Fetonte. La seconda, offerta da Michele Acquario-figura-costellazioneScoto, concorda con Servio per quanto riguarda l’identità tra Eridano e Fetonte, ma va ben oltre. Scoto colloca nel «segno» Eridano la Figura sonantis Canoni – composta di diciassette stelle – a cui dà il nome di Canopo, sostenendo che Canopo tocca Argo. Di questo enigmatico personaggio egli dice inoltre che «impediva il lavoro del Sole con le note del suo liuto, poiché i cavalli stavano ad ascoltare: e Giove infuriato lo trafisse con il fulmine».

Gli astrologi intendevano Eridano come il gorgo (ζάλος) che scorre attraverso il mondo infero e le sue varie regioni, comprese quelle dalle quali si vede il Polo Sud celeste. Virgilio nelle Georgiche (1: 242-243) scrisse: «Questo polo è sempre alto sopra di noi; ma l’altro, sotto i nostri piedi, lo vedono il nero Stige e gli inferi Mani».
Ma perché Eridano venne catasterizzato contemporaneamente all’Auriga? Qual è la «funzione» in cui queste due costellazioni dovettero rimpiazzare la Via Lattea? La Galassia era ed è tuttora la fascia che collega il nord e il sud, il «sopra» e il «sotto». Ma nell’Età dell’Oro, quando l’equinozio di primavera si trovava nei Gemelli e quello autunnale nel Sagittario, la Via Lattea rappresentava un coluro equinoziale visibile, un po’ sfuocato per la verità, ma pur sempre un coluro che col suo ampio arco ininterrotto collegava il nord e il sud celesti e intersecava l’eclittica nei punti in cui questa incrociava l’equatore.

I tre grandi assi erano uniti e il viale galattico abbracciava i «tre mondi»: quello degli dèi, quello dei vivi e quello dei morti.
Ma questa situazione «aurea» venne meno, e fu Eridano a ricevere in eredità la funzione galattica di collegare il «mondo abitato» con la dimora dei morti situata nel Sud (parzialmente) invisibile. All’Auriga toccò rilevare i doveri settentrionali della Galassia e collegare alla meglio il mondo abitato con la regione degli dèi. Non c’era più un legame continuo e visibile che vincolasse gli immortali, i vivi e i morti: soltanto Kronos era vissuto tra gli uomini in splendida pace.

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto)