Eschimesi – I due amici

Due amici si amavano molto teneramente. Fin dall’infanzia, erano sempre stati assieme. Uno viveva in una delle isole più lontane, l’altro aveva la sua dimora molto più a nord, Inuit-spiritiall’estremità di un fiordo. Eppure si facevano visita molto spesso, e quando capitava che restassero separati per troppo tempo, entrambi sentivano un forte desiderio di rivedersi.

D’estate l’uomo del fiordo era solito andare a caccia di renne nell’entroterra; ma prima di fare ritorno a casa, prendeva sempre una renna intera, avendo cura di sceglierne una dalle corna vellutate e di lasciarvi tutto il sego, per offrirla all’amico.
Dal canto suo, l’uomo dell’isola era parsimonioso e metteva da parte grandi quantità di foca: e quando il cacciatore di renne tornava a fare visita al suo amico, gli veniva sempre offerta della deliziosa carne di foca essiccata; e la sera, quando la stanza si scaldava, veniva tirata fuori la carne congelata ed egli la metteva davanti all’amico come piatto freddo. L’ospite la elogiava moltissimo, e insieme chiacchieravano fino a tarda notte.

Di solito accadeva che il giorno successivo le parti s’invertivano: allora era il cacciatore di renne a ricevere la visita dell’amico, e il loro pranzo era tutto a base di carne di renna. La prelibatezza era ogni volta il sego delle corna di renna. L’amico lo trovava assolutamente delizioso, e mangiava fin quasi a scoppiare; e, il giorno dopo, nel congedarsi riceveva in dono della carne secca e del sego.

Un autunno il cacciatore si attardò nell’entroterra più del solito. Alla fine la terra era completamente gelata in superficie, eppure egli non faceva ritorno.
Dapprima, l’amico ne sentì molto la mancanza, ma dopo un po’ si irritò; e quando la prima delle foche conservate cominciò ad avariarsi, si mise a mangiare l’intera provvista. Più tardi, quando udì che il cacciatore era ritornato, andò dove c’era una fossa e tagliò un pezzetto di grasso da un cadavere, con il quale strofinò certe parti di una foca: aveva infatti intenzione di offrirle all’amico per fargli un brutto scherzo.

Vintage engraving of Eskimo's hunting seals from a canoe, 19th Century

Poco tempo dopo l’amico venne a fargli visita. L’incontro fu molto allegro e, come al solito, al cacciatore furono offerte varie ghiottonerie; allora egli raccontò di aver avuto poca fortuna nella sua ricerca della renna dalle corna vellutate e quello era il motivo per cui era rimasto lontano tanto tempo.
L’amico rispose: «Ti ho atteso con ansia per un po’, ma poi, quando le prime foche conservate hanno cominciato ad avariarsi, le abbiamo mangiate tutte. C’è però quella che è stata messa da parte per ultima. Mangiamola! Farà da piatto freddo».

La carne di foca fu portata e servita elegantemente, e il padrone di casa mise il pezzo di foca che era stato strofinato col grasso sopra tutti gli altri, e lo servì all’amico, pregandolo allo stesso tempo di prenderne un po’. Ma proprio nel momento in cui l’ospite stava per servirsene, qualcosa da sotto il ripiano gli diede uno strattone alla gamba.
La cosa lo lasciò alquanto perplesso; tuttavia ci provò una seconda volta, ma anche in questa occasione ricevette uno strattone, al che disse: «Devo uscire un momento». Si alzò e uscì.

Dato che era un angakok, poté udire la voce del suo spirito tutelare che l’ammoniva: «Il tuo amico ti offre il cibo con un vile disegno; quando rientrerai, rovescia il pezzo di Eskimo Throwing a Harpooncarne e mangia quella del lato opposto; se mangerai la parte che ora è rivolta verso l’alto, puoi stare certo che impazzirai».
Quando rientrò e si fu di nuovo seduto, rovesciò la carne; ma il padrone di casa pensò che l’avesse fatto per puro caso. Dopo aver mangiato a sufficienza, l’ospite sentì un dolore allo stomaco: probabilmente aveva toccato un po’ della carne avvelenata; ma si riprese presto e, nel prendere commiato, invitò l’amico a ricambiargli al più presto la visita.

Giunto alla sua dimora, prese una renna dalle corna vellutate e le fece lo stesso trattamento che l’amico aveva fatto alla carne di foca: la strofinò ben bene con del grasso preso da un cadavere, e all’arrivo del suo ospite tirò subito fuori della carne secca e del sego per fargli festa, e il pescatore non aveva mai trovato prima d’allora tutto così di suo gusto.
A sera venne servita loro la renna, con la parte avvelenata in cima; infilandovi il coltello, il cacciatore disse: «Prendi, abbiamo un po’ di carne fredda; l’ho tenuta in serbo per te per tutto questo tempo».
L’amico la divorò fino in fondo, esclamando ripetutamente: «Veramente squisita!», mentre il padrone di casa rispondeva: «Sì, perché è molto grassa».

Finito di mangiare, l’ospite sentì un dolore allo stomaco e, guardando severamente tutti i presenti, si alzò e uscì, ma il dolore non diminuì.
Il giorno seguente egli prese congedo e trascorse molto tempo prima che l’amico lo rivedesse; quando usciva con il kayak non lo incontrava mai, come invece gli accadeva prima.
Alla fine, quando il ghiaccio incominciò a coprire le acque, vide una barca, proveniente dal mare, che entrava nel fiordo e si rese conto che era quella dell’amico; accortosi che questi non faceva parte del gruppo, il cacciatore chiese: «Dov’è il vostro padrone?».
«È malato, è diventato pazzo furioso; ci voleva mangiare, perciò siamo fuggiti tutti».

L’indomani, il cacciatore andò a trovare il pescatore. Non si vedeva nessuno muoversi nella dimora, ma strisciando attraverso l’ingresso e guardando al di sopra della soglia, Lambert-vecchio-eschimeseegli scorse l’amico disteso sulla schiena con lo sguardo feroce e fisso nel vuoto, e la testa penzoloni sul bordo del giaciglio.
Gli si avvicinò e gli domandò come si sentisse: ma non ebbe risposta. Dopo un breve silenzio, all’improvviso però il pescatore si alzò e con tutte le sue forze gridò: «Poiché mi hai trattato in modo vile al tuo banchetto, ecco che ho mangiato tutti quelli che abitavano con me, e ora divorerò anche te». E, così dicendo, gli si lanciò contro.

Il cacciatore riuscì a stento a fuggire dall’ingresso e, correndo, si diresse al suo kayak. Riuscì appena a spingersi al largo, prima che il suo inseguitore lo afferrasse.
Il pazzo correva ora avanti e indietro lungo la riva, gridando: «Mi sento molto meglio adesso. Su, torna indietro! Quando non ti vedo per un giorno o due mi manchi molto».
Sentendolo parlare in modo abbastanza sensato, l’amico gli credette e si riavvicinò. Tuttavia, non appena raggiunse la riva, quello fece un balzo verso di lui, ma fortunatamente, essendosene accorto, riuscì a prendere il largo in tempo.

Tornato a casa, il cacciatore non parlò né mangiò, poiché era afflitto per l’amico, e le persone che vivevano con lui lo trovarono molto cambiato.
Verso sera incominciò a rivolgere loro la parola di sua spontanea volontà e raccontò quanto gli era accaduto; gli altri gli consigliarono di non andarci più, se solo ne avesse avuto l’occasione.
Tuttavia, il mattino seguente, egli ripartì – come se fosse stato costretto a farlo. E là accadde di nuovo tutto come il giorno precedente. Il pazzo lo inseguì fin dentro la casa, quindi sbarrò l’ingresso, per cui egli fu costretto a uscire dalla finestra e, a stento, raggiunse il suo kayak.

Il giorno seguente gli altri cercarono di nuovo di trattenerlo, ma egli era deciso ad andare. Entrò nella dimora dell’amico e lo trovò ancor peggio di prima; questa volta era steso con la testa sul pavimento e i talloni erano appoggiati al bordo della panca; gli occhi sporgevano, tremendamente immobili, e il naso era affilato come la lama di un coltello.
Quando l’amico di un tempo gli si avvicinò, egli si alzò e incominciò a inseguirlo per tutta la stanza, continuando a gridare: «Sto morendo di fame. Sto morendo, sono costretto a eschimese-mascheremangiarti».
Alla fine il cacciatore riuscì a saltare dalla finestra e raggiunse il suo kayak, ma aveva appena fatto in tempo ad allontanarsi dalla riva che vide il pazzo camminare sulla superficie dell’acqua, pronto ad afferrare la prua del suo kayak. Allora incominciò a oscillare avanti e indietro dentro il kayak e questo fece increspare l’acqua, di modo che il pazzo non riusciva più a tenersi in equilibrio ed era sul punto di cadere. In questo modo riuscì a sfuggirgli ancora una volta.

Il giorno dopo, le persone che vivevano col cacciatore tentarono di nuovo di trattenerlo, ma egli rispose: «Quando per un giorno intero non vedo il mio amico, mi manca molto e non posso fare a meno di andare a trovarlo».
Giunto alla dimora dell’amico, la trovò deserta; cercò dappertutto, ma non lo trovò. Poi notò delle orme, all’esterno, che salivano a spirale sulle colline; le seguì e si fermò davanti a una caverna nella roccia.
Qui vide l’amico seduto, piegato su se stesso e molto deperito. Poiché non si muoveva, il cacciatore gli si avvicinò e, nel tentativo di alzarlo, si accorse che era morto, e aveva le palpebre piene di sangue. Allora lo coprì con cura e sbarrò l’ingresso della caverna e, da allora, non ebbe più amici.