Marais – La memoria dell’istinto

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La memoria che io chiamo dell’istinto, è ereditaria, allo stesso modo in cui sono ereditari gli organi fisici dell’organismo. Il seguente esperimento, da me stesso compiuto, chiarirà quel che voglio dire.
Il bel noto uccello tessitore giallo del Sud-Africa intreccia un piccolo e meraviglioso nido sulla punta estrema di un ramo flessibile, teso di solito sull’acqua. Esistono diversi tipi di questo uccello, ma per il nostro esperimento possiamo sceglierne uno di una qualsiasi specie.

Avrete visto spesso i loro nidi, appesi ai rami penduli dei salici piangenti; ma vi siete mai presi la fatica di osservare come l’uccello lega al ramo il primo filo d’erba, e quale specie di nodo usa?
L’uccello adulto si alimenta di semi, ma i piccoli vengono nutriti di vermi, quasi fino al momento in cui lasciano il nido.
Ora, tenete a mente queste due «memorie istintive»:
a) il modo di costruire il nido;
b) il modo di nutrire gli uccellini.

Per quattro generazioni ho fatto covare da canarini le uova del tessitore giallo. Costringevo ogni volta i nuovi uccelli così nati a deporre le uova senza dar loro la possibilità di costruire il proprio nido caratteristico. Questa è la parte più difficile nido-uccello-tessitoredell’esperimento, ma non è impossibile.
Dopo che i canarini avevano covato le uova, i piccoli tessitori venivano in ogni caso nutriti con una dieta sintetica, avendo cura che non vedessero mai né un verme né un insetto. Neppure vedevano un filo d’erba, che potesse servire a costruire il nido.

Alla fine presi quella quarta generazione e la fornii di tutto ciò di cui gli uccelli avrebbero avuto bisogno nel loro ambiente normale. Tenete ben presente che per quattro generazioni non avevano visto un nido intrecciato, né assaggiato un verme.
Dalla propria esperienza personale, l’uccello non era assolutamente in grado di sapere che cosa dovesse fare. Quindi la sua memoria individuale era del tutto fuori causa. Io mi aspettavo che ci fosse qualche deviazione dal comportamento normale, ma non fu così.
Giunto il momento di fare il nido, gli uccelli si misero a tessere energicamente. Fecero più nidi del necessario, ma questo fatto si verifica spesso nella natura con finalità di protezione. I tessitori covarono le uova e poi nutrirono i loro piccoli con i vermi!

Questo esperimento dimostra che cosa intendo per memoria ereditata dell’istinto.
La seconda caratteristica della psiche in questione è questa: che l’individuo non è in grado di deviare da un dato comportamento già prestabilito. In altre parole, non può acquistare alcuna forma di memoria casuale individuale. È confinato nella sua memoria ereditata.
Questa memoria ereditata è un terribile tiranno, sotto ogni aspetto. Perfino davanti a un pericolo mortale non c’è scampo, se scampo significa un modo di comportarsi contrario alla memoria ereditata.

Farò due esempi. Le formiche nere «costruttrici di strade» (vere formiche, questa volta, non termiti) si trovano in molte regioni del Sud-Africa. Fanno dei sentieri, lunghi a volte centinaia di metri, di cui si servono per portare al loro nido ogni sorta di semi di piante e di erbe.
Da una certa distanza, si possono vedere due file di queste formiche: una fila sembra bianca, l’altra nera. Le formiche che si avvicinano trasportano ciascuna un seme bianco; quelle che si allontanano non trasportano nulla. La formica porta giù nel nido il seme con il guscio. Nel formicaio questo viene tolto con cura, il seme immagazzinato e i gusci ammucchiati fuori dal nido.

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Un tipo di queste formiche «costruttrici di strade» conosce un meraviglioso segreto naturale che nemmeno l’uomo è riuscito a scoprire. Sa come impedire la germinazione del seme, anche quando questo è posto in terra umida, al buio. Io ho il sospetto che bisbiglino un incantesimo, per stregare il seme.
Col microscopio non si riesce a scorgere il minimo difetto in questo seme; eppure, se prendiamo un altro seme della stessa specie e lo mettiamo esattamente nello stesso posto dove la formica aveva messo il suo, esso germina in poche ore.

Ma guardate un po’ come, senza volere, si esce fuori strada, quando si ha a che fare con le formiche!
Ritorniamo al nostro argomento. Queste «costruttrici di strade» hanno una grande paura dell’acqua. Un’inondazione è il loro più grande nemico naturale. Sapete perché?
Perché esse erano in origine formiche del deserto, poi emigrate, in tempi non remoti, verso regioni più privilegiate, e perciò non hanno ancora imparato a proteggere i loro nidi sotterranei dalle piogge, specie se lunghe e continue.
Perciò è profondamente radicata in tali formiche la paura di questo arcinemico della loro razza. Non hanno altra soluzione che la fuga, il più presto e il più lontano possibile.

Se interrompete il loro sentiero con un piccolo solco e lo riempite d’acqua, provocherete tra le formiche una grandissima confusione. Si affollano eccitate ai due lati del solco e ci formica-nera-bastoncinomettono moltissimo tempo a scoprire che la soluzione più facile sarebbe di fare una deviazione.
Prima che esse possano pensare a questa soluzione, tuttavia, mettete un filo d’erba attraverso il canale, che serva da ponte, e potrete allora osservare un comportamento strano e misterioso. Le formiche cominciano a saggiare questo ponte pericoloso. Una dopo l’altra, lo toccano con le zampe anteriori, stirando il corpo verso di esso e puntando sull’argine le zampe posteriori. Lo saggiano con le zampe anteriori e con le antenne, ma non appena si accorgono dell’acqua, si ritraggono in fretta, per informare le loro compagne che il ponte è senza alcun dubbio malsicuro.

Questo accade sull’argine che si trova dalla parte del formicaio, dove sono riunite le formiche prive di carico. Dall’altra parte del ponte, la parte cioè più distante dal nido, il comportamento delle formiche è completamente diverso. Le formiche arrivano lì, ciascuna con il proprio seme d’erba. Di solito il seme è così pesante che i loro passi sono molto incerti e faticosi.
Che cosa succede davanti al ponte? Senza la minima esitazione, a quanto pare, le formiche salgono a una a una sulla pagliuzza, con il loro gigantesco fardello. A volte una di esse si rovescia, ma si afferra al ponte con tutt’e sei le zampe, e lo attraversa. Riesce sempre a portare in salvo il suo carico e si affretta a rientrare nel nido come se per strada non ci fosse stato nessun intralcio.

Qui ci troviamo di fronte a un enigma: la formica priva di carico ha paura di rischiare la vita sul ponte, mentre la formica carica lo passa, con un fardello che rende il suo tentativo cento volte più pericoloso. Il fatto di portare un carico non diminuisce di certo la sua consapevolezza dell’acqua.
Prendete adesso un pezzo quadrato di latta, coperto di terra, e spingetelo sotto le formiche riunite davanti al ponte dalla parte più vicina al nido. Non appena si saranno radunate fitte fitte sulla latta, sollevatela, con le formiche sopra. Con un pennello sottile di peli di cammello fate un segno rosso sulla parte posteriore del corpo degli insetti: più formiche marcate, meglio è. Poi scuotete la latta, in modo da far cadere le formiche dall’altra parte del ponte.

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Vedrete che, subito, esse si precipitano tutte quante lungo il sentiero; poco dopo ritornano, ciascuna col suo seme di erba, e attraversano il ponte senza esitazione, come se avessero attraversato ponti tutta la vita.
Dopo, una volta che hanno messo il seme al sicuro, una certa quantità di formiche col segno rosso ritorna dal nido. Arrivate al ponte, si fermano, e non potrete far nulla per incoraggiare, non fosse che una sola formica, a riattraversare il ponte.
Se avete la pazienza di un naturalista, potete continuare l’esperimento dalla mattina alla sera, finché quasi tutte le formiche del nido saranno segnate con la macchiolina rossa.
Alla fine avrete imparato due cose:

La prima, che non riuscirete mai a insegnare a queste formiche, nemmeno quando l’hanno sperimentato già una volta, che il ponte può essere attraversato senza rischi.
La seconda, che non riuscirete mai a far capire alle formiche che, se il ponte è sicuro per una che porta un carico pesante, tanto più sicuro deve essere, in proporzione al peso, per una che è priva di carico.
Ve lo dimostrano le formiche stesse centinaia di volte; se continuate l’esperimento per mesi, potrebbero dimostrarvelo migliaia di volte: il loro comportamento non cambierà mai, e alla fine le abbandonerete senza speranza. La formica priva di carico non oserà formica-nera-legnomai attraversare il ponte, ma quando torna col suo carico pesante lo attraverserà senza esitazione.

Siete capaci di indovinare perché la formica priva di carico si rifiuta di attraversare il ponte e la formica carica no?
Se avete fatto qualche studio sulla psicologia animale, prima o poi troverete la spiegazione di questo comportamento delle formiche. Nel caso della formica priva di carico, che lascia il nido, il suo comportamento è determinato soltanto da un impulso istintivo, cioè quello di andare in cerca di cibo. In ogni caso non è un impulso molto forte, perché agisce in opposizione permanente a un ben più potente e onnipresente impulso: l’istinto di ritornarsene a casa, il più forte di tutti gli istinti psicologici (dopo quello sessuale, quando questo istinto è presente negli individui della razza).

Nei gradini più alti della scala animale, chiamiamo questo impulso «nostalgia del focolare», heimweh. Le formiche che tornano con il seme sono spinte invece da due impulsi tra i più forti: a) quello di tornare a casa; b) quello di portare il cibo al sicuro.
È come se aveste legato dei fili alle formiche, e vi metteste a tirarli. Il filo che tira gli insetti fuori dal nido è molto debole. Non appena le formiche si accorgono di un pericolo e si spaventano, il filo si spezza. Invece le formiche che tornano al nido sono tirate da due forti fili, che nemmeno la paura della morte può rompere. Vediamo così che l’enigma non era poi insolubile.

Adesso sapete cosa vuol dire lo psicologo quando afferma che la psiche istintiva non può deviare dalla formula di comportamento ereditata, e che nessun individuo può acquistare una memoria casuale; in breve, che per mezzo della propria esperienza l’individuo non è in grado di imparare nulla.
Ho detto anche che la psiche della memoria ereditata è una forza che nemmeno la minaccia della morte può contrastare, qualora la fuga rappresenti un comportamento antilope-nyalacontrario alla memoria della razza.
Per fare un esempio, citerò il caso delle antilopi sudafricane dello Springbokvlakte, nel Waterberg. Tale vlakte o pianura è un’isola di terreno aperto in mezzo al bushveld [vasta distesa pianeggiante ricoperta di folte macchie di arbusti ed alti cespugli] del Transvaal.

Questa antilope si è adattata esclusivamente alla vita in aperta pianura; in altre parole, tutta la sua memoria ereditata ha a che fare con la pianura. Qui, l’antilope sa come sfuggire a tutti i pericoli che la minacciano, sa qual è il cibo che più le conviene e sa come trovarlo; sa quando e come cambiare dimora. È in grado di vedere e di fiutare da molto lontano.
Nella pianura in questione c’erano, vent’anni fa, migliaia di queste antilopi. Ormai sono state sterminate. Lentamente, ma inarrestabilmente, l’uomo ha invaso la regione, vi ha costruito fattorie, ha recintato i campi e ucciso le antilopi.

A ovest si alzavano le montagne e a nord si stendeva l’interminabile bushveld, dove queste bestie si sarebbero trovate completamente al sicuro. La morte era da una parte, e la salvezza dall’altra, ma le antilopi non potevano fare quel passo che le avrebbe salvate. Migliaia di altri animali da caccia grossa, meno specializzati delle antilopi, fuggirono in mezzo alle macchie di arbusti e così si salvarono dall’estinzione. Capitava spesso che i cacciatori respingessero branchi di antilopi verso il bushveld. Ritornavano sempre – a volte il giorno stesso – a incontrare la morte nella loro pianura.

(Marais, L’anima della formica bianca)