Lacan – La parola, il gioco e lo spirito

Questo to be or not to be è una storia completamente verbale. Un comico molto simpatico aveva cercato di mostrarci come Shakespeare l’avesse trovato grattandosi la testa – to be or not…, e ricominciava – to be or not… to be. Se è divertente, è perché è a questo punto Americo-Amletoche si profila tutta la dimensione del linguaggio. Il sogno e il motto di spirito sorgono al medesimo livello.

Prendete la frase, evidentemente non molto divertente – Sarebbe meglio non essere mai nati. È abbastanza sorprendente sapere che nel caso del più grande drammaturgo dell’antichità la cosa si produceva in una cerimonia religiosa. Pensate se lo si dicesse a messa! I comici si sono incaricati di farne ridere. Meglio sarebbe non essere nati. – Sfortunatamente, risponde l’altro, capita appena una volta su centomila.

Perché è spiritoso?
Anzitutto perché gioca con le parole, elemento tecnico indispensabile. Meglio sarebbe non essere nati. Ma certo! Questo significa che c’è qui un’unità impensabile, di cui nulla può essere detto prima che passi all’esistenza, e che a partire da qui può effettivamente insistere, ma si potrebbe concepire che non insista, e che tutto rientri nel riposo e nel silenzio universale degli astri come dice Pascal.

È vero, può esserlo al momento in cui lo si dice: meglio sarebbe non essere nati. Ma è ridicolo dirlo ed entrare nell’ordine del calcolo delle probabilità. Lo spirito non è spirito che perché è abbastanza vicino alla nostra esistenza da annullarla con il riso. È in questa zona che si situano i fenomeni del sogno, della psicopatologia della vita quotidiana, del motto di spirito.
È molto importante che leggiate Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. Si resta stupiti del rigore di Freud, benché non ce ne dia affatto la parola definitiva, e cioè che tutto ciò che propriamente è spirito appartiene al vacillante livello a cui è la parola. Se essa non fosse lì, nulla esisterebbe.

Prendete la più idiota delle storie, quella del signore che, in una panetteria, pretende di non dover pagare niente – ha teso la mano e chiesto una torta, restituisce la torta e chiede un bicchiere di liquore, lo beve, gli si chiede di pagare il bicchiere di liquore e lui dice – Ho dato una torta in cambio. – Ma la torta, lei non ha pagato neanche quella. – Ma non l’ho mica mangiata!
C’è lo scambio. Ma come ha potuto incominciare lo scambio? È stato necessario che a un certo punto qualcosa entrasse nel circolo dello scambio. Bisognava dunque che lo Picasso-Lapin-Agilescambio fosse già istituito. Come dire che dopo tutto si è sempre nella situazione di pagare il bicchierino di liquore con una torta che non si è pagata.

Le barzellette sui mezzani di matrimoni, che sono assolutamente sublimi, sono divertenti anche per questa ragione. Quella che lei mi ha presentato ha una madre insopportabile. – Senta, lei non sposa la madre, ma la figlia. – Ma il fatto è che non è troppo carina, e non più tanto giovane. – Tanto più le sarà fedele. – Ma non ha molto denaro. – Ma lei vuole che abbia tutte le qualità! E così via.
Colui che congiunge, il mezzano, congiunge su tutt’altro piano da quello della realtà, poiché il piano dell’impegno, dell’amore non ha nulla a che fare con la realtà. Per definizione, il mezzano, pagato per ingannare, non può mai incappare in realtà grottesche.

È sempre nel giunto della parola, al livello della sua apparizione, della sua emergenza, del suo sorgere che si produce la manifestazione del desiderio. Il desiderio sorge al momento di incarnarsi in una parola, sorge con il simbolismo.
Beninteso, il simbolismo si collega a un certo numero di quei segni naturali, di quei luoghi, da cui l’essere umano è catturato. C’è un abbozzo di simbolismo addirittura nella cattura istintuale dell’animale da parte dell’animale. Ma ciò che costituisce il simbolismo, non è questo, è il Merken [il prendere nota, il ricordare] simbolizzante che fa esistere ciò che non esiste.

Segnare le sei facce di un dado, far rotolare il dado – da questo dado che rotola, sorge il desiderio. Non dico desiderio umano, perché, dopo tutto, l’uomo che gioca con il dado è prigioniero del desiderio così messo in gioco. Non sa l’origine del suo desiderio che rotola con il simbolo scritto sulle sei facce.
Perché è solo l’uomo a giocare con il dado? Perché i pianeti non parlano?
Questioni che lascio aperte per oggi.

(Lacan, Il Seminario: 2)

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C’è un solo posto dove possiamo essere rintracciati. Ed è là dove le nostre parole ci hanno situato. Non che fossero «di spirito profetico dotate». No, niente di così «serio». È solo che, come chiunque altro essere ragionevolmente umano, neanche noi possiamo risentirci a casa, se non tornando là dove le nostre parole ci hanno estraniati al nostro Passato «insignificante». Non possiamo, come tutti gli altri umani, essere disingannati a proposito di noi stessi, se non là dove ci siamo lasciati piacevolmente ingannare.

Mi prenderei a schiaffi, se penso a tutte le volte che, finita una storia, restavo lì, appeso, a domandarle: Ma tu non dicevi che…?
Ero lì, appeso a una parola che lei mi aveva detto, a rinfacciarle una certa torta che ci eravamo scambiati – insieme, io a lei e lei a me – solo per sedurci a vicenda. E ora, cosa? le stavo dunque chiedendo di pagare il bicchierino di liquore, quello che avevamo bevuto assieme, la notte della Festa?

Una cerimonia «religiosa», o quantomeno una Sagra pubblica: ecco cos’era andare a teatro ad Atene. Alla fine delle Dionisiache, per smaltire la sbornia, per fare «catarsi» dice mastro Aristotele, si andava a teatro. Ci si andava per disfarsi delle follie, per atterrare – magari planando – dal viaggio nei cieli dell’ebbrezza selvaggia di Dioniso. Per tornare, strada facendo, all’«umanità», alla «cultura», all’«esserci», alla «appartenenza a una gente», dopo la fuga al seguito del dio. E del suo vino. Quello sì che era liquore, e ne Dalì-illusione-otticabastava, allora, un solo bicchierino per equivocare a proposito della torta – chi come perché e quando l’avesse consumata, alla faccia nostra!

Ad ogni qual modo, non c’era niente di più sciocco che starle addosso a insistere sulla lettera di ciò che realmente ci eravamo detti. Macché, la giro e la rigiro, e sono sempre punto a capo: non c’era nessuno più sciocco di quello sciocco, che stava lì a rifare a lei il verso terminale: Ma tu non mi dicevi che…?
E adesso, tanto per cambiare, mi ritrovo ancora una volta a replicare quella sciocchezza. A chiedere, stavolta a me stesso: Ma tu non dicevi che la pazziella è finita mman’i criature…?

Qualcuno, la «pazziella» l’ha scippata ai «criature». Il poeta, dice Freud, ha scippato al gioco dei bambini il piacere dell’insignificanza. D’altronde, cosa veniva ogni anno il dio Dioniso a dire agli Ateniesi, cosa se non: Sono un capro ignorante, non so niente, e di niente so, ma se solo calzo i coturni – una suola s’interpone tra me e la madre Terra?
Veniva a richiamarli al Niente, al Non-Senso dell’essere, all’«immediatezza» spontanea e analfabeta. Veniva a «contattarli» o, letteralmente, a «ubriacarli» del suo liquore perché, nell’eccitazione bacchica, semel in anno «vivessero il loro essere» al di fuori di ogni Legge «apollinea» o vagamente «olimpica» che fosse.

Qualcuno, la «pazziella» l’ha dovuta «teatralizzare», per venire a capo delle tentazioni di Dioniso. L’ha dovuta sottrarre alla sua «insignificanza» senza scopi, perché – passata la sbornia – i caproni tornassero a calzare i coturni e riprendessero la solita vita, per il resto dell’anno.
Ora, dice Lacan, pensate un po’: Sofocle, a questi caproni ancora brilli che erano gli spettatori del suo teatro, riservava nientemeno le terribili parole del coro dell’Edipo a Colono. Qualcosa come: Ehi, dico a voi che domattina tornerete al vostro lavoro e al trantran quotidiano. Meglio sarebbe stato non essere nati…
Pensate un po’, dice Lacan – se un prete lo dicesse oggi durante la messa!

L’ultimo giorno del nostro amore fu la fine di tutte le Dionisiache. Solo con questa piccola differenza: che duemilacinquecento anni dopo, dalla sbornia non ci risvegliammo né a Borda-funny-gameteatro né in chiesa.
E perciò, a vacante, insistevo: Ma tu non dicevi che…?
Eravamo troppo seri – troppo poco spiritosi in quel «faccia a faccia», troppo meno del resto di niente capaci di congedarci da quel monello di Dioniso, per comprendere che eravamo, punto e a capo, là dove ci avevano ridicolmente inchiodato le nostre parole d’amore. Proprio quelle. E proprio là, dove esse ci erano servite per mentirci a proposito del Capro che era, allora, il nostro desiderio «nudo e crudo».

Non l’avremmo «nominato» quel desiderio, se non ci avesse invasato del suo «spirito». Se non ci avesse messo addosso la sua «allegria», non saremmo arrivati a dirci: ti amo. E tantomeno, adesso, tardivamente a domandarci: Ma tu non dicevi d’amarmi, e per sempre?
È stato un piacere ingannarsi reciprocamente. Un piacere desiderarsi, ma non saremmo arrivati a scrivere amore nella «casella vuota» di Afrodite, se quel piacere d’Oltre non fosse stato così spiritoso da azzardare a «musicare» un suo «motto», che facesse rima con le «cose serie» fino a stravolgerle.

Tutto ciò che è spirito – dice Lacan – appartiene al vacillante livello a cui è la parola.
Se la Parola barcolla – è perché è sempre, con un piede di qua e uno di là, sul confine tra il Non-Senso «spiritoso» che la fonda, e il Senso «spirituale» che essa fonda. Tra il Niente (la torta non consumata) e il qualcosa (il bicchierino di liquore bevuto di straforo).
Finché è consapevole della «pazziella» che la alimenta e la rinnova, e solo a condizione di questa consapevolezza, la Parola può rifiutarsi a fare la parte del Sensale. O della Vecchia Mezzana «accomodante», che sempre trova al desiderio un modo per aggirare la Legge. Solo che è sempre un desiderio altrui quello che essa s’incarica di esaudire. E a furia di mediare (a pagamento, s’intende) e di vendere ricette e soluzioni ai problemi altrui, o di compiacere i «gusti» altrui, la Parola perde di vista la sua «gratuità». Perde lo «spirito» del vagabondaggio, per mettersi a parlare contro i vagabondi. Perde la «pazziella» per darsi alla «pazzia» di prendersi sul serio.
Ed eccola che insiste: Ma tu non dicevi che… era per sempre?