Scholem – Abulafia e la combinazione delle lettere

Abulafia-manoscritto

Abraham Abulafia (1240-1292 circa) fu uno dei più eminenti rappresentanti della Cabala spagnola nel XIII secolo, di certo il più autorevole maestro e teorico di quella tendenza minoritaria della Cabala che Scholem non esita a definire «estatica», per distinguerla da quella «teosofica» che, proprio in quei tempi, si andava raccogliendo intorno al libro dello Zohar.
Abulafia fu il meno popolare dei grandi cabalisti, tant’è che «mentre lo Zohar – scrive Scholem – è stato ristampato circa settanta o ottanta volte, nessuno dei numerosi, e spesso voluminosi, libri di Abulafia è stato mai pubblicato dagli stessi cabalisti».

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Lo scopo di Abulafia – come egli stesso lo esprime – è di «dissigillare l’anima, sciogliere i nodi che la legano». Tutte le intime forze e tutte le anime nascoste negli uomini sono distribuite e differenziate nei corpi. Ma quando i nodi sono sciolti, ogni forza corre secondo la sua natura alla sua prima origine, che è unitaria, priva di ogni duplicità, e che comprende in sé la molteplicità infinita. Lo «scioglimento» è dunque un ritorno dalla molteplicità e dalla separazione all’unità originaria.
Del resto, anche nella teosofia del buddhismo nordico lo «scioglimento dei nodi» si presenta come simbolo della grande liberazione mistica dell’anima dai ceppi della sensualità.

Orbene, che significato ha questo simbolo nel linguaggio di Abulafia?
Vuol dire che vi sono determinate barriere che separano la vita individuale dell’anima umana dalla corrente della vita cosmica, che fluisce attraverso tutta la creazione, e che Abraham-Abulafiaper lui si personifica nell’intellectus agens della filosofia medievale.
Esiste una diga che trattiene l’anima nel suo naturale dominio della vita umana, e che perciò le impedisce di essere trasportata dalla corrente del divino – che scorre intorno o al di sotto di essa; ma la stessa diga vieta anche all’anima di acquisire la conoscenza del divino. I «sigilli» impressi sull’anima la proteggono da una tale inondazione e assicurano il suo naturale funzionamento.

Ma come vengono apposti questi sigilli?
Semplicemente, risponde Abulafia, per il fatto che la vita abituale dell’uomo, la sua percezione del mondo esterno, riempiono e impregnano l’anima di una quantità di forme sensibili o di immagini (chiamate, nel linguaggio della filosofia medievale, «forme naturali»).
Dal momento che l’anima comprende i grossolani oggetti del mondo naturale e accoglie in sé le loro forme, da questa sua funzione naturale deriva una sua particolare vita su cui è impresso il marchio del finito e del limitato.

La normale vita dell’anima è pertanto chiusa in confini determinati dagli affetti e dalle percezioni sensibili: e finché l’anima è piena di queste forme e di questi affetti, le è estremamente difficile pervenire alla visione delle cose divine e delle pure forme spirituali.
Ora, se si vuole che la vita divina irrompa nell’anima, pur attraverso i confini della sua vita naturale e senza che essa ne sia sopraffatta, bisogna cercare una via che consenta di raggiungere una tale meta con metodica sicurezza. Tale via è indicata dall’antico proverbio: «Chi è pieno di sé, non ha posto per Dio». Tutto ciò che riempie o occupa l’io naturale dell’uomo deve essere o eliminato o trasformato, acciocché i lievi contorni della realtà spirituale possano apparire pur attraverso il guscio delle cose naturali.

Abulafia cerca perciò forme e contenuti rappresentativi di un grado più alto che possano impregnare di sé l’anima umana senza opprimerne gli strati più profondi, anzi potenziandone l’efficacia. Bisogna che l’anima sia occupata con qualcosa di spirituale che, per il suo valore e significato, sia in grado di agevolarne il processo di purificazione senza turbarne le funzioni.
Se osservo un oggetto concreto – questo fiore o questa sedia, un uccello o un determinato avvenimento – e ci rifletto su, quell’oggetto o quell’evento hanno un senso in sé, un loro Abulafia-ruotevalore, in una parola: un significato. Ma come può l’anima apprendere a contemplare il divino con l’ausilio di cose il cui significato è necessariamente quello di distrarre l’attenzione dell’osservatore, allontanandolo dalla sua strada? Il mistico ebreo non conosce un particolare oggetto di contemplazione nel quale l’anima si sprofondi sino al rapimento, come avviene ad esempio nella mistica cristiana, con la meditazione sulla passione di Cristo.

Abraham Abulafia pertanto cerca un oggetto di meditazione spirituale, per così dire, cioè un oggetto tale che assolva il compito di far sorgere nell’anima una vita più profonda e riesca a sbarazzarla delle forme naturali; ovvero un oggetto che possa assumere il più alto significato, ma che, possibilmente, non ne possegga uno esso stesso.
Egli crede di aver trovato un tale oggetto nell’alfabeto ebraico, nelle lettere della lingua scritta. Bisogna che l’anima si occupi di un oggetto astratto, indeterminabile, perché qualsiasi oggetto evidente, chiaramente intuibile, avrebbe per sua natura un senso e un’importanza propri.

Non è sufficiente, per Abulafia – sebbene anche in ciò egli veda un passo innanzi –, occupare l’anima con la riflessione su verità astratte: anche in questo caso essa sarebbe ancora schiava del loro significato specifico.
Perciò il suo proposito è che essa si occupi di qualcosa che non sia realmente astratto, ma che nemmeno possa essere determinato come oggetto nel vero senso della parola: qualcosa che non abbia, come sarebbe in questi casi, un suo significato e una sua individualità.

È così allora che egli ha sviluppato la sua dottrina di una meditazione mistica sulle lettere dell’alfabeto e sulla loro combinazione come elementi del nome di Dio. Poiché proprio questo è il caratteristico significato ebraico – se così si può dire – di una tale meditazione: il nome di Dio, che rappresenta qualcosa di assoluto in quanto esprime l’essenza nascosta e la pienezza di ciò che ha il più alto significato, e che dà a tutto un significato (pur non avendone alcuno se messo a raffronto con l’intuizione umana), quel nome non ha un contenuto o un senso concreto.
E quindi Abulafia ne deduce che chi riesce a rendere oggetto della sua meditazione questo gran nome di Dio – ciò che in tutto il mondo c’è di meno determinato – è sulla giusta strada per consentire alla vita nascosta nella sua anima di manifestarsi.

Abulafia-meditazione

Partendo da questa idea centrale Abulafia ha costruito tutta una disciplina, che egli chiama «scienza della combinazione delle lettere». Essa rappresenta una guida metodica alla meditazione con l’aiuto delle lettere e delle loro combinazioni. Le singole lettere o i loro raggruppamenti in quanto tali non è necessario che abbiano un «senso»; anzi è un vantaggio se non significano nulla per noi, perché in tal mondo non possono distrarci.
Naturalmente per Abulafia non sono mai privi di senso: egli fa sua la teoria cabalistica secondo la quale la parola è l’essenza del mondo, e ogni cosa ha esistenza solo in virtù della sua partecipazione al gran nome di Dio, che si manifesta in tutta la creazione. Di conseguenza, anche il puro pensiero di Dio ha un linguaggio, e le lettere di questo linguaggio spirituale sono al tempo stesso gli elementi della realtà spirituale più fondamentale e della conoscenza più profonda. La mistica di Abulafia rappresenta un corso in questa lingua divina.

In altre parole, secondo lui si tratta di suscitare nell’anima umana un particolare stato di coscienza per mezzo di metodiche meditazioni, qualcosa come un movimento armonioso del pensiero puro, sciolto da qualsiasi oggetto sensibile. Egli stesso paragona, e a ragione, questa sua nuova disciplina alla musica. In effetti un esercizio di meditazione praticato sistematicamente, come quello che egli insegna e descrive nelle sue opere, porta a Abulafia-ruota-stellasensazioni assai affini al sentimento che nell’animo umano producono le armonie musicali – che appunto per loro natura non hanno un contenuto determinato.

La scienza delle combinazioni delle lettere è una musica del puro pensiero. La serie delle lettere dell’alfabeto corrisponde alla scala diatonica della musica. Tutto il sistema corrisponde abbastanza esattamente a princìpi musicali, applicati, invece che alle note, al pensiero in meditazione: così si compongono motivi, gustati in tutte le loro variazioni e nei loro accordi.
Dice Abulafia stesso in uno dei suoi scritti:

Sappi che il metodo della combinazione delle lettere è paragonabile all’udito, perché l’orecchio ascolta le note; e le note si accordano a seconda della melodia e della natura dello strumento; e così anche se si combinano due diversi strumenti, e le note si accordano, allora l’orecchio – percependo la loro differenza – è attratto piacevolmente. Le corde, pizzicate dalla mano destra o dalla sinistra, si muovono, e all’orecchio è dolce gustare le note. E dall’orecchio la nota va al cuore, e dal cuore alla milza, che è il centro dei sentimenti; e sempre nuovo diletto nasce dalla diversità delle melodie. Ora la stessa cosa accade con la combinazione delle lettere. La prima lettera può essere paragonata alla prima corda; se si tocca questa, e poi un’altra, e poi la terza la quarta e la quinta, i diversi suoni si combinano e dalla loro combinazione nascono motivi e melodie che raggiungono il cuore. E i segreti che si esprimono in queste combinazioni rallegrano il cuore, che così riconosce il suo Dio e si riempie sempre di rinnovata gioia.
(Abulafia, Gan na’ùl)

L’attività così diretta dell’adepto, che nella meditazione compone e scompone le lettere mettendo insieme interi motivi con singoli gruppi e combinandone diversi l’uno con l’altro, e godendo delle loro combinazioni in ogni direzione, per Abulafia non è dunque Abulafia-ruotapiù insensata e più inconcepibile di quella di un compositore.
E come – per citare Schopenhauer – il musicista esprime «ancora una volta» il mondo con note ineffabili e così ascende ad altezze infinite o scende a infinite profondità, allo stesso modo il mistico. Le porte dell’anima gli si spalancano nella musica del puro pensiero, non più costretto dal «significato» e nell’ebbrezza delle più profonde armonie che scaturiscono dal movimento delle lettere del grande nome, gli aprono la strada verso Dio.

Questa scienza delle diverse combinazioni delle lettere e dell’ordinata meditazione su di esse per Abulafia rappresenta la «logica mistica», corrispondente all’intima armonia del pensiero nel suo movimento verso Dio.
Il mondo delle lettere che si rivela all’osservatore in questa disciplina è, come dice Abulafia con un gioco di parole, il vero mondo della beatitudine. Ogni lettera, se il mistico si sprofonda nella sua contemplazione, rappresenta di per se stessa un mondo. E anzi ogni lingua parlata, non solo l’ebraico, consente la mistica arte combinatoria della lingua santa e dei santi nomi, dal momento che tutte le lingue, derivando da una corruzione della lingua originaria, cioè dall’ebraica, restano affini a questa.

E infatti in tutti i suoi libri Abulafia predilige giochi di parole in latino, greco o italiano, a sostegno appunto della sua tesi.
Così, alla fine, tutto quello che l’uomo esprime è da ritenersi composto di lettere sacre: poiché il cabalista nella composizione, scomposizione e ricomposizione delle lettere non riconosce solo le verità razionali della filosofia, che rappresentano il primo stadio, ma scopre anche profondi misteri, che secondo lui svelano la connessione di tutte le lingue con la lingua sacra.

(Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica)

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Toyen-pesci

Tra l’anima individuale (l’io) e la vita cosmica (il mondo) c’è di mezzo una diga «che trattiene l’anima», e che nel bene e nel male le imprime i suoi «sigilli». Una diga che, se da un lato la protegge arginando le potenze cosmiche, le forze naturali che minacciano di «sommergerla», dall’altro però le impedisce l’«avventura a Dio», le ostruisce l’Oltre.
Questa diga è fatta di molto e vario «materiale»: è fatta di arti e di scienze, è fatta di intelligenze e di immaginazioni, è fatta di verità e di visioni, ma soprattutto – e qui sta la «profetica» intuizione di Abulafia – è fatta di parole, di suoni, di note musicali e di lettere alfabetiche.

Questa diga è la Langue, dice oggi il linguista. Questa diga è la Macchina dell’inconscio, dice l’analista, è lo Specchio dei nostri miraggi. È la Cultura con cui l’uomo si frappone e media tra le potenze della Natura, dice dal canto suo l’antropologo.
Di qua sei un uomo, di là nessuno: di qua l’«essere» di Nessuno diventa il tuo, il mio, l’«esserci» di qualcuno. E la sola questione che conta, capirete, per un «estatico» come Abulafia è di trovare il buco per cui andare alla volta di Dio. O volgarmente detto: per andare oltre la diga.

Sì, ma per quale sentiero conviene che il «mistico» s’incammini nel corso delle sue meditazioni? No, non sarà né l’Intelletto agente né l’Immaginazione attiva della filosofia Shapiro-nave-folliscolastica, a fargli strada – perché la «strada a Dio» secondo Abulafia non passa né per le verità delle conoscenze né per l’immaginario degli artisti. La «strada a Dio» non passa né per il significato delle parole di cui si nutre l’Intelligenza, né per le forme sensibili di cui si pasce l’Immaginazione. No – essa passa per i suoni delle lettere, passa per la musica e per la poesia (se per poesia s’intende il puro «gioco della combinazione dei suoni», la sola pazziella della rima e dell’assonanza, lo spasso e il ripasso per il Paese dei suoni).

Dio ha tanti nomi, quante combinazioni sono possibili delle lettere attraverso cui ci giunge il suo richiamo, quello con cui ci «rivolge la parola», si badi bene: la parola insignificante, la parola «senza senso», la parola ridotta, o per meglio dire elevata, a puro «fonema».
I «nomi divini»: ecco quale sarà l’oggetto di meditazione del «mistico». Gli infiniti «nomi» possibili del Nome di Dio non sono concettia differenza di come li intende Raimondo Lullo –, e non sono nemmeno le idee platoniche, e quindi non sono né intelligibili né immaginali, ma sono pure e libere composizioni di atomi sonori che, non fa male ripeterlo, non hanno niente da dire. E solo a questa condizione possono fare breccia nella diga.