Schneider – Simboli acustici e simboli visivi

Possiamo, in sintesi, distinguere due tipi di simboli acustici.
Il primo è una realtà della natura che l’uomo può percepire. Tale, ad esempio, è il tuono, mediante cui si manifesta la potenza formatrice della tempesta.
Il secondo tipo è invece creato dall’uomo, che mediante la sua voce manifesta il proprio Borda-musici-loveritmo interiore.
Ma il simbolo grazie a cui l’uomo e un’altra realtà simboleggiata combaciano, si attua soltanto attraverso l’incontro e la congiunzione dei due tipi di simboli, nella mediazione di un ritmo sonoro comune o di una luce sonora comune.

La prassi religiosa insegna che, per raggiungere tale fine, il sacerdote deve sforzarsi di diventare una sorta di ricettore oggettivo dei ritmi della natura. Gli è necessario fungere da risuonatore prima di tentare di prender corpo nei ritmi estranei alle sue manifestazioni propriamente individuali. A tale fine egli si purificherà coi canti e con le acque: acque, la cui natura è molto prossima al suono. L’acqua purificherà il suo corpo materiale; il canto scaccerà il soffio morto. È così che egli giungerà a comunanza di sentire, tramite il suono.

Rimane una domanda a cui rispondere, e che nel frattempo si è fatta assillante: come ha potuto costituirsi il simbolo materiale e muto [se il simbolo ha sempre un’origine acustica]?
Abbiamo già richiamato il suono-luce che stabilisce una transizione tra la forma sonora e la forma materiale del simbolo. Ma vi è ancora un altro elemento da segnalare.

Ogni cantore sa che l’esecuzione di una melodia non è soltanto un accadimento psicologico, ma anche un evento di profonda rilevanza fisica. Presso numerosi popoli primitivi la semplice enunciazione di un’idea è spesso considerata come un atto assolutamente concreto, o anche più decisivo che non l’azione materiale che gli corrisponderebbe.
È molto probabile che i simboli senza base acustica siano stati creati da civiltà tardive. Bisogna peraltro tenere conto del fatto che spesso è difficilissimo discernere tale base acustica.

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Prendo come esempio il caso della Vacca sacra degli Indù. Ora, la sillaba AUMm è giudicata come il sentiero più nobile, su cui poter varcare il mondo materiale, allo scopo di volgersi al mondo primordiale. Il sentiero inverso, ossia la strada su cui si svolse il processo della creazione [cosmica], corrisponde dunque al rovesciamento della sillaba AUMm. Il che significa che la sillaba creativa era: mMUA. Ma tale sillaba riproduce il muggito della Vacca. E si noti: nella letteratura vedica il termine «vacca» equivale a «canto rituale, fecondità, ricchezza».

Mi permetto di ricordare anche un’altra forma di espressione visiva del simbolo acustico: le strane immagini degli dèi messicani. Queste curiose raffigurazioni, invece che manifestazione di una fantasia disordinata, erano la composizione di segni grafici misti a elementi mitologici. È vero che da tale insieme non si libera mai una frase grammaticalmente bene articolata, ma esso offre sempre una serie di idee perfettamente intelligibili.
E in tale procedimento le parole omofone, ma di significato diverso, sono sempre rappresentate dal medesimo segno.

Una base sonora esiste ugualmente nel caso dell’Albero del mondo, del Palo del sacrificio, della Colonna, della Scala o di altri simboli analoghi che, fungendo da mediatori tra gli dèi e gli uomini, si crede che occupino il centro dell’universo.
Fino a quando il cielo e la terra, o il mondo primordiale e quello attuale, formavano ancora un’unità, non era necessario nessun mediatore [essendo quello il Reame graffiti-aztechidell’Immediatezza]. Ma quando queste due regioni furono separate dalla zona intermedia, il legame non poté essere ristabilito che grazie a canti, a clamori, a preghiere, che la letteratura antica designa talvolta come frecce, o navicelle, o uccelli che varcano «l’oceano» dell’atmosfera.

Ma il mediatore per eccellenza è il «Palo del sacrificio», ossia l’Albero del mondo, che piantato «in mezzo alle acque», è cavo, e i cui rami si aprono nell’ordine naturale dei suoni della serie armonica. Al posto dell’Albero figura a volte una Scala di sette gradi o sette toni, o una corda vibrante o «un ponte di bambù» (forse un flauto di Pan).
Tutti questi simboli concreti sono nello stesso tempo veicoli del suono sacrificale; e poiché tale colonna d’aria vibrante si erge al centro sonoro del mondo, tutti questi oggetti devono situarsi necessariamente nello stesso luogo.

Ne consegue che il simbolo concreto di antica origine non può essere adeguatamente valutato se non quando se ne è riconosciuta la base acustica.
Questa regola sembra essere egualmente valida per il culto in genere.
Tutto ciò che durante un atto rituale si svolge in maniera visibile, è accessorio o luce sonora, poiché il brâhman (la migliore formulazione possibile) si manifesta esclusivamente nel Rta, ossia nella «via retta» tracciata dal canto.
Gli oggetti visibili non sono né brâhmanrtâvan (impregnati di Rta) – sono satyâm [cfr. latino satis, Saturno, «saturo», ecc.], ossia sufficientemente tali da godere sì di esistenza reale, ma al prezzo d’una morte.

Secondo la Brhadâranyaka Upanisad (5: 5. 1), satyâm si compone di tre sillabe: sa-ti-yâm: sa e yâm rappresentano la verità, mentre la sillaba ti è fuori di questa verità. Tale carenza è però compensata dal fatto che essa è «attorniata di verità».
La Chândogya Upanisad (8: 3. 5) ci dice che sa e yâm sono immortali, mentre ti è una sillaba morta. Secondo il commento di Šankara, qui la verità signoreggia sulla non-verità.

(Schneider, Il significato della musica)

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Da buon pitagorico, Schneider non ha dubbi: il simbolo ha un’origine acustica. Il Tempio del nostro linguaggio simbolico è dunque nell’udito. E precisamente esso sorge alla Confluenza di due Ritmi – quello del Mondo, della Realtà, della Natura da un lato, e quello che dall’intimo del corpo umano, passando per la laringe, si manifesta nella voce.
Il simbolo sorge là dove, per es., il suono do s’incrocia col sol – l’uno preso a simboleggiare la realtà esteriore, e l’altro quella interiore. Il simbolo sorge dove cadono gli «intervalli musicali» che l’uomo porta scanditi nell’orecchio [sintesi passiva] e nelle corde vocali [sintesi attiva].

Il pitagorico il simbolo lo sente, prima ancora di vederlo. Ecco perché il fondo di ogni simbolo, egli dice, è la Forma Vuota di un Mai Visto. Da questo fondo egli lo sente sorgere nell’eco che restituisce un frammento del «già suonato», nella vibrazione delle sue risonanze che fanno magicamente ritornare al Presente «reale», al ritornello della ripetizione quotidiana, la strofa d’un Remoto Passato «interiore» [non ancora simboleggiato, non ancora mediato, non ancora musicato].

Il simbolo sorge là dove l’«oggetto virtuale» di quel Passato [il «mai realmente visto», l’Immagine senza immagine, la Differenza vuota] si sposa sonoramente con un «suono reale» del Presente, producendo «l’incantesimo» d’un loro reciproco contatto, d’una magica fusione di due Ritmi in un Tempo comune. E, altresì, producendo l’impressione di aver ricucito almeno un brandello di quel Tempo /il solo Creativo/, che invece solitamente viviamo strappato, e soprattutto stonato, tra il «reale» e il «virtuale».

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Insomma: dal nostro Passato Immaginale [non ancora mediato, non ancora musicato, non ancora parlato] ereditiamo la Forma Vuota di un Miraggio, la Pellicola bruciata d’un Mai Visto, che il Sole, la Luce delle Apparizioni, ha «cannibalizzato». Ereditiamo un Vuoto Irrappresentabile.
Sennonché, da quel Vuoto aperto dalla Differenza Immaginale – ecco, d’un tratto, si trova a passare un altro Ritmo, o forse meglio: la stessa Differenza ritmata diversamente. Per la casa di do ecco passare il sol, l’uno e l’altro parimenti «disgiunti», tutt’e due «macchine celibi» in cerca d’un partner con cui «copulare» e mettere finalmente al mondo il Figlio dell’Uomo: il Simbolo.

È dall’incontro di due disparità che nasce il Simbolo, il Minimo Numero Umano, la Diade. Nasce all’incrocio equinoziale di due Ritmi Celesti – del Sole e della Luna. Nasce all’alternanza della Notte e del Giorno – dell’Inattuale e del più banale degli atti quotidiani. Nasce dalle nozze dell’Insolito «che mai accade» e del Solito «che accade e si ripete» (ormai stantio) tutti i santi giorni. Nasce per tentare la scalata al Rango Celeste perduto – per riassaporare un sorso di Lete, per tuffarsi di nuovo nel flusso Kush-cristo-squarciodell’Immediato e provare a raccattarne un frammento di Realtà.

In quanto ai «simboli visivi» (grafici e/o gestuali), essi non sono prodotti dal «linguaggio muto» dell’immaginazione, ma passano, per così dire, dalla porta già aperta dal simbolismo acustico. Così, l’Albero del Mondo, il Palo del sacrificio, la Colonna, la Scala, il Ponte – insomma, tutti quelli che fungono da «mediatori» tra il Cielo (virtuale) e la Terra (reale) – in tanto possono sorgere a un’esistenza linguistica, in quanto c’è già lo «spazio» simbolico instaurato dagli «incantesimi» acustici che li può accogliere.

Con ciò, da buon pitagorico Schneider non fa che riproporci il modello della «tenda di Pitagora». Vuoi orientarti nel Mondo Simbolico? Bene, ascolta!
Per cinque anni, pare, il discepolo era tenuto fuori della tenda ad ascoltare la voce del Maestro, ad ascoltarlo senza vederlo, perché non c’era altro modo di introdurlo alla percezione del Tempio che è nell’udito dell’uomo – non altra via che potesse ricondurlo al Paese d’origine della sua prima «sintesi attiva del tempo», della sua prima «creazione simbolica».

I «simboli visivi» sono dunque tardivi. Le «forme immaginali», pur essendo più arcaiche del linguaggio simbolico, restano tuttavia «nubili», impotenti a «coniugarsi» tra loro, ciascuna essendo intrappolata nella sua «differenza» e nella sua «disparità», finché il Suono non ne scopre il Ritmo Comune.
Solo da quel momento, solo cioè al termine del quinquennio di apprendistato che Pitagora imponeva ai neofiti della sua dottrina, solo dopo essere state non una, ma chissà quante volte, evocate e rievocate, «suonate» e «risuonate», in tutti i casi «richiamate» [alla Memoria] attraverso il Nome, attraverso la Nota che cade nell’«intervallo d’insania» che le associa e le combina – solo dopo questo «travaglio» le immagini possono anche, da sole, simboleggiare tra di loro.

Non è tardiva l’immaginazione. Anzi, la prima Differenza sottratta allo specchio del Mondo, come Narciso dimostra, è un’Immagine: per quanto sia stata bruciata dalla sovraesposizione alla luce del Sole, per quanto sia ridotta ormai a pura Forma Vuota, la Disgiunzione dall’indifferenza è nondimeno un Miraggio.
Solo che questo Miraggio rimane «muto», indicibile, irrappresentabile fino a che non è «doppiato» dal Suono: fino a che non diventa Parlante. Il che, detto nel gergo dei guru indù, vuol dire: finché non imbocca il «sentiero della Vacca». Finché non muggisce. Finché non emette un μύ qualunque.