Bando ai preamboli

Barroa-libro-bambino

Bando ai preamboli, e veniamo al dunque!
Questo non è il libro che l’Autore voleva che fosse, né la testimonianza più o meno autentica da lui rilasciata dinanzi a una giuria. D’altronde, può un libro essere confuso col verbale di dichiarazioni rilasciate da chi nemmeno sapeva d’essere chiamato a deporre? E poi, riguardo a quale crimine?
Non ci si aspetti dunque la fedeltà a un’ispirazione, perché l’Autore non fu ispirato – né, ancor meno, si pretenda da lui la verità dei fatti, perché l’Autore non fu mai interpellato, e tanto meno a proposito di com’erano andate le cose quella notte. Se pure si fosse mai sognato di rispondere, non era certo alle domande di una giuria, ma alle provocazioni di un demone che non gli dava tregua, e alla cui sfida sarebbe stato per lui vile sottrarsi. Di modo che, se qualcosa gli è scappato di bocca a proposito dei fatti, e se per caso se n’è subito pentito, lo si deve solo all’andamento peregrino della curva della sua pazzia.

Basta forse sciorinare parole in sequenza, per produrre un libro? E se per libro si deve intendere ciò che, tacitamente, suggerisce il nome che gli diamo – se cioè un libro è tale perché è libero di scegliersi la via per cui incamminarsi a qualcosa come una scrittura – se è questo il requisito minimo che il lettore gli chiede per degnarlo della sua attenzione: che il suo Autore sia libero di fare di Se Stesso l’equivoco che vuole – allora: bando ai preamboli, e diciamolo subito! Le parole all’Autore non servirono che a costruire mille labirinti in cui disperdersi. Egli non volle che donarsi all’enigma della sua sfinge. Chiese solo di potersi trascurare, omettere e dimenticare. A ogni porta a cui bussò non domandò Wolstenholme-libri-vecchialtro che un giaciglio dove passare la notte. A volte, in qualche casa gli successe di sognare a occhi aperti e d’innamorarsi d’un sogno che aveva fatto. Ma di quel sogno, a quelli della casa, non disse una parola – perché l’Autore allora ancora non parlava le parole della loro lingua. A quel tempo, l’Autore sapeva fare solo una cosa: dare-e-prendere.

Se dava o se prendeva, era per lui solo un passatempo, perché allora lui al tempo si dava né più né meno di come i bambini si danno al gioco: solo per andare a curiosare fuori di sé. Solo per evadere. Ma, per quanto lontano evadesse, era come se l’Autore non si allontanasse mai più di un palmo dal suo problema. O meglio: dal dolore di essersi tutt’a un tratto scoperto a essere solo un vecchio orologio rotto. In quale circostanza sarebbe accaduta questa amara scoperta, a noialtri non lo disse. Scommetto che non disse mai a nessuno cos’era successo quella notte del ’53.
In quanto al libro, a me ne diede solo una brutta copia, non so se l’unica o una delle tante che, a suo dire, aveva distribuito in ogni casa in cui gli era capitato di fare un sogno speciale – di aver sognato una scena della «commedia», era così che la chiamava, che aveva invano tentato di scrivere in gioventù.

Non era il libro che avrebbe voluto scrivere, ma solo un vecchio quaderno a quadretti dalla copertina nera. «Prendilo tu! – mi disse. – Era qui una volta che fiorivano le mie gialle margherite senza sangue». Mi disse che d’incanto erano spuntate da uno slancio a pubblicarsi, a mettere in piazza un «grazie di cuore» a tutte le bambole, le chiamò così, con cui aveva giocato in gioventù. Sempre allo stesso gioco: a indovinare a quale petalo darsi, e da quale invece ritrarsi. E se nel tiremmolla gli era successo ora di dare, ora di rubare – diceva che era stato solo perché tutti senza saperlo sogniamo lo stesso indivisibile sogno, antico quanto il mondo. Diceva che però intanto il mondo gira, e che nessuno può fermare la sua trottola.

Oh sì, l’avrebbe scritta – la Commedia del suo amore, se mai ne avesse avuto il genio. Se solo un po’ di blu avesse tinto il suo inchiostro, avrebbe raccontato a tutti di quella trottola-paintterribile notte del ’53, quando all’improvviso si scoprì a essere, dio mio come si può?, un orologio rotto!
«Passare il tempo e più non sapere che ora è! – mi disse. – Come si fa anche solo a cominciare una storia? Non ricordare ieri, non attendere domani – che razza di vita è questa?».
La sua vita era affamata di storie. Per averne una o, come si suol dire, per guadagnarsela, avrebbe dovuto avere passato, presente e futuro. Tre tessere da incastrare in un solo mosaico. E soprattutto l’arte! Per avere una storia, avrebbe dovuto sapere l’arte di chi sa rammendare gli orli dei tre anelli del suo sentimento. Di chi sa scrivere istintivamente le tre lettere-madri del suo alfabeto.

Capite benissimo che cosa mi aspettasi io dal suo quaderno a quadretti: non dico una risposta, una ricetta o la soluzione dell’enigma. Dico quantomeno la possibilità di farmi una mezza idea di chi fosse il suo strano Autore, che non era veritiero, e che non diceva mai un fatto senza perdere subito il filo del discorso. Che dire? era solo un povero diavolo che non sapeva rassegnarsi all’idea che il tempo era scaduto. Altro che orologio rotto! Era scaduto il tempo della sua pazzia, ma lui non lo sapeva. Continuava a bussare alla porta e a chiedere un giaciglio per la notte, solo un posto dove mettersi a sognare. Poi, il mattino dopo, questa era la sua pazzia, il suo sogno lo «consegnava» ai suoi ospiti occasionali, a ciascuno di loro lasciando scritto un segno di gratitudine. Che avesse dormito una sola notte a casa loro, era per lui quella che i filosofi chiamano «la ragion [più che] sufficiente» per non andarsene senza lasciare un dono.

Perciò se il senso del dono che fece di casa in casa rimane a noialtri nascosto, se ci è impossibile capire da chi a chi questo dono passava di mano, da quale donde e in vista di quale dove era destinato, non è dietro le parole che io gli ho messo in bocca, e non è nemmeno da queste mie parole risalendo, fin dov’è possibile immaginarli, ai suoi gesti, che ci conviene cercarlo. E forse non è neanche sotto che bisogna scavare – come sono soliti fare gli archeologi. Scavare facendo attenzione a non rompere ciò che si accingono a riportare alla luce.

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Forse, serve proprio il contrario. Forse, il suo dono va rotto – il suo gesto fatto a pezzi, perché non dico a tutta, ma almeno a un tratto della curva della sua pazzia, possa essere accostata una qualche stringa del nostro sapere abituale. Forse, il suo dono non ha nulla di privato, nulla da nascondere. Forse, è più superficiale di quanto tutte le «scienze della casa» possano immaginare. Forse è troppo reale, forse è di una realtà che per noi è troppo intempestiva, per non obbligarci a temperarla – per non costringerci ad annacquare, quando non addirittura a negare, la sua evidenza.
C’è un miele troppo tossico per il nostro palato. In superficie, a volte è così frenetica la danza dei suoi lampi di lussuria, che la realtà siamo costretti a non guardarla in faccia. La realtà è Tentatrice. Ecco perché nessuno la trova, se non là dove se e quando è tentato di andarla a scoprire.

No, per favore non chiamate aiuto! Non lasciate che sia un altro a dire di che si tratta. Potete vedere coi vostri occhi: c’è così poco da scoprire, anzi è già tutto scoperto, è già tutto detto in ciò che l’Autore mostra, che non c’è nient’altro da aggiungere. Semmai, molto «superfluo» da togliere via. Perché ciò che l’Autore dona, come ogni dono, è sempre troppo per chi lo riceve. Perché chi lo riceve, è senza meriti precedenti. Non lo riceve perché se lo merita col sudore degli sforzi della sua ermeneutica. Nessuno si merita i sogni, e tanto meno gli incontri che fa, ecco tutto!

***

Alle Sirene dapprima giungerai, che gli uomini
stregano tutti, chiunque le avvicini.
Chi ignaro approda e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli,
tornato a casa, festosi l’attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano.
Tu fuggi e tura le orecchie ai compagni,
cera sciogliendo profumo di miele, perché di loro
nessuno le senta: tu, invece, se ti piacesse ascoltare,
fatti legare nell’agile nave i piedi e le mani
ritto sulla scarpa dell’albero, a questo le corde ti attacchino,
sicché tu goda ascoltando la voce delle Sirene.
Ma se pregassi i compagni, se imponessi di scioglierti,
essi con nodi più numerosi ti stringano.
(Omero, Odissea, 12: 39-54)

***

Un lampo di genio, a nessuna vita, neanche a quella più anonima, è negato. È quando un corpo si appropria degli occhi – è allora che si decide il destino del suo primo sentimento. Waterhouse-sirenaSe questo sentimento abbia o no la forza, e in che grado, di equivocare a proposito di Se Stesso – si decide allora: e cioè quando nessuno è ancora io. Quando è narciso piccolo e cieco: è allora che le lucciole parlano al sentimento, e le sirene dagli scogli lo chiamano ad abbandonarsi a un dionisiaco continuo dare-e-prendere tutto ciò che si trova a lambire i suoi bordi, che dico? – a farli vibrare, a eccitarli, a tentarli.

Succede allora che il lampo di genio in mille lucciole si spezza. Sta al sentimento rapire a volo e prendere tutta per sé «la più bella». La bellezza a nessun sentimento, neanche al più perverso, è negata. Chi oserebbe dire che il sentimento d’un bambino inizi a sentire prima ancora di essere iniziato al bello? chi ancora si attarderebbe a dire che l’uomo è a priori un animale intelligente?
Ma la sto facendo lunga! mi sto di nuovo attardando nei preamboli! E invece dovrei limitarmi a dire ciò che ho visto io, anonimo segretario di tribunale, il giorno che l’Autore fu chiamato a comparire dinanzi ai dottori del Tempio, e io ero lì che redigevo il verbale…

Gli fu domandato: a chi il tuo dono è destinato?
E quello rispose di sentirsi in obbligo di restituire una certa refurtiva, di un furto che però aveva solo sognato.
O almeno questo è quanto intesi io. Perché di fatto l’Autore non parlò parole della nostra lingua. Ma che ci fosse stato un furto, che so? il rapimento di un fuoco sacro, o qualcosa del genere – non c’era bisogno che un interprete me lo venisse a dire. Lo vedevo da me, da come nervosamente arrotava le dita della mano: sembrava assalito dalla smania di contare, con cinque dita, tutt’e otto i petali di una rosa che aveva visto tatuata sul braccio di non so quale vergine misteriosa. Contava di sfogliarli uno per uno, a ciascun petalo dando un nome differente in modo da non confonderli.

Quegli otto petali – questo è quanto intesi allora, e fino a prova contraria ne sono tuttora convinto – erano come i fogli sparsi del Libro che nessuno ha mai scritto, ma che ognuno s’è sognato di scrivere, e di scriverlo da che una Musa tutta sua gli ha ordinato di farlo.
Scrivimi, sfogliami, scoprimi – questo era l’ordine a cui l’Autore obbediva. A darglielo erano, insieme, l’arco del desiderio teso a scagliare la sua freccia, e la meta a cui quella Eros-Cupidofreccia si prometteva d’arrivare. Una stessa musa – estesa dal principio alla fine della via per cui liberamente il sentimento dell’Autore s’infilava, come un cammello attraverso la cruna di un ago, e per dove? per andare a consultare gli echi che la parola di quell’ordine produceva in tutt’e dieci i cieli in cui era avvolta: spogliami! – sembrava che la musa dieci volte ripetesse – mettimi a nudo pubblicamente! io sono il desiderio che tutta la tua sapienza ha per poter essere saputa!

Pensai: che follia è mai questa! Venirsi a mettere a nudo dinanzi a una giuria, e perché mai? – a quale scopo? se poi uno nemmeno sa che sta parlando sotto giuramento?
Non è questo un ricatto bell’e buono? Pretendere da un povero diavolo che non bestemmi! Imporre a un vedente cieca obbedienza!
Che tutto si mostri! – e sia! Ma come non restarne fulminati? La bellezza delle Muse, se è essa la pelle del mondo, è però quella pelle che spera promette e giura di aprirsi a un’altra pelle ancora. Come si fa a contare i suoi otto petali con le sole cinque dita di una mano?

Gli fu poi domandato: ma tu, nel nome di chi parli?
A domandarglielo furono i giuristi della parola, furono i grammatici e i retori di corte, furono i faccendieri della ragione, furono i ragionieri dei pesi e delle misure, furono gli sciacalli e i cani della magia nera, furono – aumm aumm – i lupi più affamati, tutti addosso a lui.
Sicché lui, l’Autore, quel nome, ignaro del pericolo a cui si esponeva, finì per dirlo, sia pure a bassa voce, dinanzi alla Pubblica Giuria – ma non era un nome che a qualche giurista fosse conosciuto. Non era una parola della loro, pardon: della nostra, lingua!

Era il nome, a quel che ho potuto comprendere, di un’isola remota. O forse della Calipso che vi abitava, in attesa del naufrago che lei già aveva amato al «Tempo delle Madri».
DeCool-musaQuel nome l’Autore me l’ha poi ripetuto in privato mille volte. Però mai la sua lingua fu così chiara come quando pubblicamente l’improvvisò lettera per lettera. Wanaki Tarashi Toga: ecco come la mormorò. Pubblicamente.

Comprendo, miei oscuri lettori, la vostra curiosità di sapere di più riguardo a quel nome, ma – come ho già detto – esso non era che una di quelle parole che anzi erano tre!, e che tutte messe assieme non facevano mai un libro – a essere benevoli, facevano tutt’al più uno spergiuro, visto che passando e ripassando sopra quel triplice nome, l’Autore si curava ogni volta solo di anagrammarlo. Ogni volta lo storpiava, in modo da renderlo pubblicamente irriconoscibile. In fondo, non si trattava che dell’eco di un sogno fatto in una certa casa dove aveva dormito quella notte del ’53. E i «giurati» che gli facevano le domande, non erano che i fantasmi di un certo non so quale terrore sacro con cui un qualche demone da allora lo perseguitava. Di un terrore diabolicamente capace di produrre, oltre al tuono, anche la sua propria eco, e di lasciare il suo proprio segno – il segno di una bruciatura, di una cicatrice sulla pelle.

***

Non ti ho solo amata. Ti ho anche scritta, per poterti temere anche dopo – a cose fatte. Per poter rifare la mia timidezza – finché non fosse stata perfetta. Se c’è però qualcosa di umano in questo mio modo di dirti amore, è che lo scrivo sapendo che, se dico amore, dico il verme nel frutto del mio sentimento. Dico veleno, dico appiccicoso impasto di lussurie e gelosie. Dico l’anaconda che infesta le mefitiche paludi dell’inferno. Ma dico però anche la Tentatrice, la luciferina chiara provocazione a scrivere la lussuria del mio gioco sul fantasma del tuo corpo. Dico la Sciantosa, dico Calipso, dico Fedora. Dico il nome di una bambola. E aspetto che Lei mi dica qualcosa. Ma non voglio che me lo dica. Voglio indovinarlo. Voglio scoprirlo a occhi chiusi! Voglio sognarlo, parola per parola, il Libro che nessuno ha scritto, ma che a ognuno è dettato, lettera per lettera, dalla sua Musa!

Mallo-verbena

Il mio sentimento è tentato d’indovinarla, lettera per lettera, e senza perderne nemmeno una. Il mio sentimento la sente: è la parola della sua ultima sfinge. Troppo affamata di realtà, per non fare paura. Una parola fatta di tre parole, ascesa più in alto delle nuvole. Il mio sentimento lo sente: è l’indovinello al di là di tutte le sue possibili soluzioni. La vede: non è mai stata una rosa. No, è il papavero di cui si cibano i morti, quando all’improvviso sul loro mondo cala la dimenticanza e tutto torna in sé, e ogni sapienza rientra solo in ciò che ha saputo, e che ha saputo senza doverlo imparare a memoria.

Il mio sentimento muore tra le braccia della sua madonna. Si abbandona. Si lascia addormentare. Portami con te! Al mio sentimento bastano solo tre lettere: Winga Tortuga Fravashi, dimmi: da allora, da quella prima notte sai dirmi quanto tempo è passato?
Solo tre passi e il mio sentimento, un’altra volta, è in capo al mondo. Non ce la fa a morire, senza sapere niente della sua madonna. Perciò chiude gli occhi e si abbandona: perché sa che la sua Musa deve sparire e, sparendo, deve portare via con sé tutte le luci.

Perché la mia Madonna è la Notte – questo, all’Autore, gliel’ho sentito dire più di una volta. Non c’è una sola luce che non la storpi, diceva. Diceva che solo di notte alla luce della luna, e solo in sogno – solo a occhi chiusi, uno può fingere mio il sentimento di tarocco-fortuna-ciecaNessuno. Può farlo esistere, solo se lo finge. Perciò – disse – volevo farne una commedia! Ma mi è mancato il genio, e l’ispirazione appena spuntata è subito svanita.

Tutto il tempo che gli fu dato, a questa tentazione del sentimento di Nessuno di diventare mio e dunque di Qualcuno – tutto il tempo della sua vita non gli bastò che per trovare appena tre parole – per andare a cercarle in tutte le lingue del mondo, sennonché non un solo viaggio, non un solo incontro, non una sola bambola gli bastò. Wanaki Toka Carishi lo strinse tra le sue braccia: Copriti! – gli disse. – Figlio mio, copriti ché fa freddo!

Tutto è ricominciato però punto e a capo, quando sei venuta tu, sciantosa più della stessa Calipso, e hai detto a Nessuno: se fingi di chiamarti Ulisse, ti amerò per sempre!
E io allora mi ci sono perso, Wanaki Tika Tarashi – mi sono perso un’altra volta nel tuo sguardo, sul filo di quell’orizzonte mi sono perso, dentro i labirinti delle vie del mondo mi sono perso. E però, per quanto lontano mi sia avventurato, non è stato mai abbastanza per non sapere che avevo solo da sfogliare i petali della mia voce, se volevo ritrovarti.
M’ama – non m’ama? – che domanda sciocca! Le parole non servono a questo. Le parole servono a chi ha voglia di avventura. Servono a Ulisse per mettere a tacere Diomede. Servono a storpiare la paura nel desiderio di annientarsi.

E quando tu al mio sentimento hai detto: scopriti! quando l’hai incantato, il sentimento quando ancora non era il mio, ma il sentimento di nessuno, allora – quella notte è successo quello che non doveva succedere: il sentimento ti ha sentita, voce – e ti ha confusa con la mia anima vagabonda, che poco a poco mi scivolava sulla pelle. Come la promessa di un altro mondo. Per favore, toccami!

***

L’Autore era troppo eccitato a dire quel che diceva – perché io non finissi per fraintenderlo. Che ne posso sapere io del chiarore della sua dea? Che cavolo ne sappiamo, noi della casa, della ragione, se mai una ragione ci fosse, per cui uno diventa così stravagante, così divagante da girarci sempre intorno al suo problema, senza mai venirne a capo?
Quale poteva essere mai la ragione di tanta eccitazione? Me lo sto ancora chiedendo. E non trovo che questa assurda risposta: all’Autore dev’essere successo qualcosa quella notte del ’53 – qualcosa come vedere il sole sorgere a occidente.
Come altro interpretare la prima frase che, dopo tanta pena, tradussi dal suo quaderno? C’era scritto:

… ero bambino e dissi al vecchio: dammi un altro fuoco, perché quello che mi hai dato s’è spento!
… ero sempre io il vecchio e al bambino mandai a dire: eccoti le parole che ti mancano, prendile e non fare complimenti!

Se dunque qualcosa l’archeologo troverebbe sotto le parole dell’Autore, non sarà mai nulla di sensato, ma sempre e solo l’agitarsi di un pendolo su e giù – secondo o contro la freccia del tempo. Troverebbe l’intricata matassa di un andirivieni intorno a un anonimo Se Stesso, calato ora nella parte della sfinge, ora invece in quella di Edipo.