Jarry – Essere e Vivere

SIGNOR UBU: Così vi piace dire, signore, ma voi parlate a un grande patafisico.
ACHRAS: Scusate, signore, avete detto?…
SIGNOR UBU: Patafisico. La patafisica è una scienza che abbiamo inventato e il cui bisogno si faceva generalmente sentire.

Al principio era il Pensiero? o al principio era l’Azione?
Il Pensiero è il feto dell’Azione, o piuttosto l’Azione ormai giovane.
Non introduciamo un terzo termine, il Verbo: perché il Verbo non è che il Pensiero pupo-patafisicopercepito, sia da colui che esso abita, sia dai passanti dell’esteriorizzato.
Ma notiamolo tuttavia: perché fatto Verbo il Pensiero è irrigidito in uno dei suoi attimi, ha una forma – in quanto percepito – dunque non è più embrione – embrione dell’azione.

Bisogna che al principio l’Azione sia, per lo svolgersi degli atti del presente e del passato. Essa era, è, sarà nei minuti della durata, mediante l’indefinito discontinuo. – Al principio il Pensiero non era, perché È fuori del tempo: esso secerne il tempo con la sua testa, il suo cuore e i suoi piedi di Passato, di Presente e di Futuro. È in sé e per sé, e scende verso la morte scendendo verso la Durata.

«È meglio vivere», rispondono a tutto gli idolatri della moda…
Ma voi, scheletri che mi annusate mitre di vescovo coi vostri nasi camusi, voi non vivete – nonostante la testimonianza dei terrorizzati che vi proclamano loro passati compagni di strada – non negatelo, voi non vivete, e non c’è niente di male, fate di meglio,

voi Siete.

L’Essere, sotto-supremo dell’Idea, perché meno comprensivo del Possibile, è ip-indefinibile. Accontentati, cervello dai lobi lucenti, di questa intuizione, la fraternità dell’Essere e dell’Eternità. L’Eternità, il contrario del Vivere, lo distrugge. E anche l’Essere, dunque, pari all’Eternità.

Ora definiamo il suo antipodo dimostrato, il Vivere.

Vivere è atto, e le sue lettere non hanno che il senso del delirio di un maggiolino rovesciato. Vita uguale azione di succhiare del sé futuro mediante il sifone ombelicale: percepire, cioè essere modificato, risospinto, rovesciato come un guanto parziale; essere inoltre percepito, cioè modificare, stendere tentacolarmente il proprio corno ameboide.
Perché e dunque si sa che i contrari sono identici.

Essere, sbarazzato del basto di Berkeley, è reciprocamente non già percepire o essere percepito, ma che il caleidoscopio mentale iridato SI pensa.

volto-patafisico

Vivere: discontinuo, impressionismo in serie.

Essere: continuo, perché inesteso (non si districano i componenti di 0 né quelli di ∞).

Di conseguenza:

Quando l’Essere diventa il Vivere, il Continuo diventa il Discontinuo, l’Essere sillogisticamente il Non-Essere. Vivere = cessare di Esistere.
Vivere, ricordiamolo, va inteso come vita di relazione, vita nella cassa di chitarra del tempo che lo plasma; Essere, vita in sé, senza queste forme anortopediche. Vivere è il carnevale dell’Essere.

Un vivente interseca la vostra Perennità: verserà il vino del suo Tempo nel vostro Cristallo fuori-di-forma. Non vi modifica forse che se – contrariamente alle cose note – una sola particella di esso vi unge (abitudine, pare, di Mitridate). Assimilatevelo, perché cessi la vostra paura.

O che scompaia. Perché l’Essere e il non-Essere sono molto vicini, essendo accomunati da un elemento. Insieme in voi, sarà trasmutato nella vostra sostanza: espulso lontano da voi, sarà ritenuto vostra escrezione.

L’Anarchia È; ma l’idea scade se viene risolta in atto; occorrerebbe l’Atto imminente, asintoto quasi {Sempre. E per questo nessun’altra preoccupazione se non di mantenere la prestigiatore-patafisicostufa degli Atti}. – Vaillant per il suo nome predestinato [a essere «valente] volle vivere la propria teoria. Invece del Mostro inconcepibile, fu palpabile e udibile la caduta non spaccata di uno dei sonagli del suo allegro cappuccio. E tuttavia fu grande [lanciò una bomba nella Camera dei Deputati]. – Benché fosse contrario all’Essere. – Perché l’Essere è migliore del Vivere. Ma – casistica lecita – per glorificare in pace con la mia coscienza il Vivere voglio che l’Essere scompaia, risolvendosi nel proprio contrario. Giorno e notte successivi, che abilmente si evitano, semi-toni, coincidenti, io li aborro; e venero l’ascensione lampeggiante di uno dei due soltanto.

I miei congegni non sono costruiti; ma prima che l’Essere scompaia voglio annotarne i simboli – e non cimbali, nonostante la rima futura, come ha corso il rischio di scrivere (e con ragione, lo vedrete) la mia penna fallace – che per i bambini – fu buon padre e sposo – si scolpirà sulla sua lapide.

Simboli dell’Essere: due Occhi Nictalopi, cimbali in effetti appaiati, di cromo circolare, perché identico a se stesso: –

Un Cerchio senza circonferenza, perché inesteso; –

L’Impotenza dei pianti di un cuore, perché eterno.

Ogni assassinio è bello: distruggiamo dunque l’Essere.
Con la sterilità. Ogni organo in riposo si atrofizza. L’Essere è Genio: se non eiacula, muore. Ma le Opere ex-saltano le barriere, benché io disdegni di porger loro, alla caduta, grazie alla mia voce, l’ansietà dei timpani altrui.
Con lo stupro: inconsapevole dell’ambiente e della frequentazione degli Uomini, della lettura delle Opere e dello sguardo circolare delle Teste.

Benché l’azione e la vita siano scadimento dell’Essere e del Pensiero, sono più belle del Pensiero quando, consapevoli o no, hanno ucciso il Pensiero.
Dunque Viviamo, e con questo saremo Maestri. – Laggiù, sugli scaffali, essi non vivono, ma il loro pensiero non recita forse al loro – che solo può capire – Genio, sui tre cerchi stridulenti dell’avorio del loro ventre irreale?

(Jarry, L’Art Littéraire, marzo-aprile 1894)

***

Un po’ di mattutino delirio patafisico fa bene alla salute. A quella mentale, innanzitutto. È un modo di prendere le distanze dal «vivere» se stavamo vivendo, e dall’«essere» se mattutino-patafisicofino a un attimo prima eravamo proprio noi a eiaculare quella certa non so più quale «verità», nel nome suppongo di una santa «ragione», a piena ed esiziale discolpa del nostro «peccato originale».
Una merendina patafisica, per districarsi nel mucchio delle proprie fesserie. Sia ringraziato Jarry che gratuitamente ce la dispensa, più di cent’anni fa – cioè, stamattina.

Oh, come passa il tempo. Passa, dacché non siamo più. Passa, dacché viviamo il disagio di vivere. Dacché ci siamo, nel Paese dei Balocchi simbolici, noi non siamo più. Amara – tragica verità «edipica»: ora che non siamo più niente, ora ci riconoscono: Costui è un uomo. Costui si è ucciso, ha distrutto il suo Pensiero, ha abdicato alla sua Azione, è saltato nel Verbo della Tribù.
Ora sì che i Tebani sono soddisfatti. Un’altra «nullità», dicono, è nata in mezzo a noi.

Oh, come delira Tebe. Presa com’è nella paura del Tempo che il suo Verbo-Orologio scandisce. Ma mi pare che l’ho detto, o perlomeno l’ho sentito dire a un Pellerossa: che il Sole che ci scalda è cannibale. Che il Sole ci illumina per accecarci all’Essere. Per spezzare il «continuo» pensare fuori-di-forma, pensare per es. l’immagine nel Senza Immagine, e i colori dell’arcobaleno come i settantamila veli della Vuota Salomè.

Si vive. È Lui, il SI, Lui il Vivente. L’inconscio Erode che ci divora le verità e le bugie, tutte con la stessa indifferenza. È l’Orco a volere la strage degli innocenti, e il guaio è che il suo volere non è confinato nelle favole, se non per mettere da subito in allarme i bambini.
Volete diventare uomini? Siate masochisti! Divorate voi stessi!
Ma che razza di vita è questa, inscritta nella Sintassi di un Verbo che per essere verbalizzato pretende l’auto-sacrificio iniziatico?
Nient’altro che un SI vive, un SI tira a campare – e chi SI è visto SI è visto: non è che un gioco di specchi. Un somigliarsi – di modo che tutti i contrari finiscano per parere identici, e tutte le differenze sacrificate sull’altare della LEGGE di Tebe.