Cattabiani – Sant’Antonio e i suoi misteri

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Il lungo periodo che preludeva alla primavera, ovvero all’antico Capodanno nell’arcaica religione romana, era contrassegnato da cerimonie per purificare gli uomini, gli animali e i campi, e per favorire, propiziando gli dèi, il rinnovamento del cosmo. Alla fine di gennaio si indicevano le Ferie sementine durante le quali si procedeva alla lustrazione dei campi e dei villaggi, e si offriva a Cerere e a Terra una pozione di latte e mosto cotto, detta burranica, sacrificando loro una scrofa gravida accompagnata dalla usuale offerta di farro, mentre le giovenche, adoperate nei campi, venivano inghirlandate di fiori e lasciate in riposo.

«State alla pingue greppia cinta di serti, o giovenche», cantava Ovidio nei Fasti (1: 666-704): «per voi verrà il lavoro con la dolce stagione. L’aratore sospenda al palo l’aratro dimesso: la terra quand’è fredda teme ogni solco… Faccia festa il villaggio; purgate le ville, o coloni; ponete ogni anno i doni sopra rustici altari. Le madri delle biade si plachino, Cerere e Terra, col sangue di una scrofa pregna, e con il farro loro. Hanno Cerere e Terra comune ufficio: ché quella fa germinare i semi, questa li chiude in seno».

Nel calendario odierno ritroviamo in questo periodo molte feste e cerimonie che sotto il velo di un santo hanno una funzione lustrale e fecondante. La più importante, perché ingloba tutte queste funzioni rivelando i legami sotterranei con varie tradizioni Orsi-sant-Antonioprecristiane, è quella di Sant’Antonio abate che cade il 17 gennaio.
Il patriarca del monachesimo non è una figura leggendaria: è realmente vissuto in Egitto tra il 250 e il 356, e ci è pervenuta anche una sua lettera autentica indirizzata all’abate Teodoro e ai suoi monaci. Una testimonianza degna di fede sulla sua vita e sul suo insegnamento è contenuta nella Vita scritta nel 357 secondo alcuni, nel 365-373 secondo altri, da sant’Atanasio di Alessandria che era stato suo discepolo in gioventù.

Questa Vita di sant’Antonio, la cui autenticità è ormai indiscussa, ha fissato gli aspetti e i caratteri più frequenti della letteratura agiografica monastica, esercitando una grande influenza soprattutto in Occidente: sant’Agostino nelle Confessioni narra come la sua figura, a trent’anni dalla morte, suscitasse vocazioni irresistibili. L’opera diffuse largamente la conoscenza della vita monastica e ispirò un’abbondante letteratura in cui il ruolo dei demoni tentatori e tormentatori è alquanto esagerato, com’è accentuata la tendenza al meraviglioso. Persino uno scrittore controllato come Gustave Flaubert cedette al fascino delle leggende sull’eremita e i suoi «persecutori» scrivendo quello che definiva enfaticamente «il libro della mia vita», Les tentations de Saint-Antoine, mentre fu forse il peggiore.

Da testimonianze degne di fede pare che il patriarca egiziano del monachesimo sia morto effettivamente il 17 gennaio. Se così è, le leggende e le usanze connesse alla sua festa dipendono non tanto dalla sua figura storica di uomo di preghiera, di anacoreta e di direttore d’anime, quanto dalla collocazione calendariale. Sicché sant’Antonio ha assunto a poco a poco le funzioni di divinità pagane così come la sua memoria obbligatoria.
D’altronde nella storia dell’evangelizzazione è sempre successo che i convertiti trasferissero all’interno della nuova fede usanze e «riti» della precedente, perché si trattava di tradizioni cui non potevano rinunciare, pena la perdita della loro identità.

E infatti ancora oggi si benedicono il 17 gennaio gli animali domestici sul sagrato delle chiese dedicate al santo, e fino a qualche decennio fa era pure diffusa l’usanza di offrire sant-Antonio-benedice-animalidoni in natura ai sacerdoti che a loro volta distribuivano immagini di sant’Antonio da appendersi come amuleti nelle stalle.
Un’altra usanza di derivazione pagana è la preparazione di un dolce benedetto che viene poi dato a uomini e animali malati perché sant’Antonio, che resistette alle tentazioni, è considerato il vincitore del male.

Una sagra che denuncia la connessione con le tradizioni romane è quella delle «fave cotte» di Villavallelonga, in provincia dell’Aquila. Narra una leggenda locale che tanto tempo fa un proprietario terriero, non riuscendo a trovare braccianti, imprecava spesso: «Finirà che farò lavorare la terra al diavolo».
Un giorno si presentò un signore offrendosi con altre persone per lavorare i campi. Lo strano individuo soggiunse che non volevano nessun compenso se non un po’ di cibo senza sale. Il proprietario, soddisfatto, se ne tornò a casa ordinando alla moglie di preparare il pranzo per i braccianti; ma si scordò di avvertirla che non doveva usare sale.

Quando fu l’ora del pranzo, la donna portò il cibo in tavola, ma quei braccianti dall’aspetto riservato lo rifiutarono disgustati.
Allora lei esclamò: «Gesù, Giuseppe e Maria, come fate a mangiare senza sale? Non sarete per caso diavoli?».
A quelle parole i giovani con il loro capo più anziano sprofondarono nel terreno spandendo un acre odore di zolfo.
E la donna s’inginocchiò invocando: «Sant’Antonio mio, che hai sopportato
innumerevoli tribolazioni, ti ringrazio. Tutto il raccolto lo darò in tuo onore per la festa».
Da allora a Villavallelonga si distribuiscono il 17 gennaio «fave cotte» e panetta, una focaccia di farina, sale, uova e anice, mentre si svolge una sfilata di maschere carnascialesche, i mmascar brutt, diavoli acconciati con stracci ripieni di paglia, incatenati, con maschere cornute sulla testa e una cipolla in bocca.

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Villavallelonga – I mmascar brutt

Sant’Antonio è considerato anche il guaritore dello herpes zoster, ovvero il cosiddetto «fuoco di sant’Antonio». Gli agiografi cristiani collegano a questa funzione l’usanza di incendiare nella notte che precede la festa grandi cataste di legna, dette «falò di sant’Antonio», le cui ceneri sono considerate amuleti. Il fuoco in questo contesto ha una funzione purificatrice, brucia ciò che resta del vecchio anno, compresi i mali e le malattie.
Ma la spiegazione che ne viene data popolarmente è un’altra, legata alla leggenda: sant’Antonio sarebbe il padrone del fuoco, compresa quella sensazione di bruciore dello herpes zoster; e addirittura avrebbe la funzione di custode dell’inferno: ingannerebbe i diavoli sottraendo loro alcune anime non meritevoli delle fiamme eterne.

Una leggenda del Nuorese narra a questo proposito che una volta nel mondo non c’era fuoco e gli uomini soffrivano il freddo. Un giorno mandarono una delegazione nel deserto della Tebaide perché pregasse Antonio di procurare loro il fuoco. L’eremita, dopo molte insistenze, promise di aiutarli e andò a bussare, accompagnato dal suo maialino, sant-Antonio-Abate-santinoalle porte dell’inferno chiedendo di entrare.
Quando i diavoli lo videro apparire si spaventarono perché conoscevano i suoi poteri e lo giudicavano invincibile: lo respinsero, ma mentre stavano chiudendo la porta il maialino riuscì a sgusciare nell’inferno scorrazzando dappertutto e sconvolgendo la società dei diavoli. Satana e i suoi angeli neri non sapevano più che fare; quel maialetto era inafferrabile.

Non c’era che una soluzione, pur sgradita: pregare sant’Antonio di venire nell’inferno a riprendersi la bestiaccia. E il Santo, che non aspettava altro, andò nel regno dei dannati con l’inseparabile bastone a forma di tau. Durante il viaggio di risalita in compagnia del maialino docile e sorridente fece prendere fuoco al bastone, sicché giungendo sulla terra poté accendere una catasta di legna: e da allora il fuoco ha riscaldato l’umanità.

Sant’Antonio custode dell’inferno, sant’Antonio portatore del fuoco ovvero della vita agli uomini grazie al maialino che gli permette di entrare nel regno diabolico: tutte queste ingenue storielle non avrebbero alcun senso, tranne che per gli entomologi del folklore, se non celassero, come spesso succede nelle leggende e nelle usanze collegate ai santi dei primi secoli, un nucleo precristiano. Se d’altronde si riflette su un’altra funzione attribuita al Santo, di essere il patrono dei fabbricanti di spazzole, che usano setole di maiale per fabbricare i loro prodotti non ancora plastificati, è difficile, anzi impossibile respingere la tesi di un sedimento pagano.

Già si è spiegato come molte cerimonie agricole di lustrazione dei campi e di purificazione degli animali, tipiche del mese di gennaio nella Roma antica, si siano trasferite alla festa di Sant’Antonio. Anche il maialino, attributo della Grande Madre Cerere, è una prova di questi fili sotterranei che legano passato e presente.
Margarethe Riemschneider (Miti pagani e miti cristiani) ha tuttavia osservato che originariamente era un cinghiale; e non è una ipotesi infondata se il Pisanello raffigurò Pisanello-sant-Antonio-abatel’eremita in un quadro, custodito oggi alla National Gallery di Londra, con un cinghiale, come d’altronde Antonio Tempesta in un libro, Vita di sant’Antonio abate, patriarca degli eremiti d’Oriente (1597), conservato nella biblioteca Casanatense di Roma.

Il cinghiale era l’attributo di un dio celtico rappresentato come un giovane che porta in braccio l’animale. Secondo la studiosa tedesca, questo dio-cinghiale era il simbolo di Lug, rappresentato anche come dio-cervo e dio del gioco o della divinazione.
Lug era colui che risorgeva assicurando la resurrezione dell’uomo e il ritorno della primavera, della «luce» a ogni anno: dunque garante di fecondità e di nuova vita. Era il figlio della Grande Madre celtica cui erano consacrati cinghiali e maiali, come a Cerere.
I Celti lo onoravano al punto di porre una statuetta di cinghiale sull’elmo e di raffigurarlo sugli stendardi. Spalmavano addirittura sui capelli, che portavano corti, una densa poltiglia di gesso perché diventassero rigidi e assomigliassero alla cotenna dell’animale, come testimonia il «Galata morente» del Museo Capitolino a Roma.

In molte leggende dell’area celtica si narrava la caccia al cinghiale immortale, per impadronirsi di un pettine e di una forbice posti fra le sue orecchie: allegoria della comunione, in forma di cosmesi, con il dio Lug della quale i capelli impomatati in forma di cotenna erano il simbolo. Gli stessi sacerdoti, i druidi, erano chiamati «Grandi Cinghiali Bianchi». Neppure il primo medioevo perse la nozione che il cinghiale fosse un animale divino se correva voce che tutti i re della stirpe merovingia avessero la spina dorsale coperta di setole al pari dei maiali, e se Teofano riferisce che avevano il soprannome di «schiena-pelosa» o di «setolosi».

Potremmo allora concludere che, come è avvenuto spesso nel cristianesimo primitivo, i Celti convertiti hanno trasferito probabilmente gli attributi di Lug su sant’Antonio – le cui reliquie erano giunte proprio nelle loro terre, in Francia – non curandosi affatto che la moltiplicazione delle caratteristiche potesse inserirsi soltanto approssimativamente nella leggenda. «La fede popolare, allorché cerca arbitrariamente un sostituto alle sue concezioni, poco si cura della logica della verità storica – osserva Margarethe Riemschneider. – Avviene così che né l’attributo né il campo d’azione di sant’Antonio possono armonizzarsi per nulla con la leggenda».

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Successivamente il cinghiale venne demonizzato secondo la tradizionale strategia pastorale volta a estirpare il ricordo dell’antica religione precristiana, e sostituito con il maialino la cui presenza fu giustificata con due leggende: la prima narrava che l’animale altri non era se non il diavolo sconfitto dall’eremita vittorioso sulle celebri tentazioni e costretto a seguirlo sottomesso; la seconda sosteneva che il santo aveva guarito un giorno un maialino che da quel momento lo seguiva come un cane.

In ogni modo, l’unico fatto certo è che alle reliquie di sant’Antonio, traslate nel secolo XI in Francia e conservate in un primo periodo nella chiesa di Saint-Antoine-de-Viennois alla Motte-Saint-Didier, venne attribuita la virtù di curare lo herpes zoster grazie al potere dell’eremita sull’inferno e sul fuoco. I malati si recavano così numerosi nella chiesa del paese che per poterli raccogliere si rese necessaria la costruzione di un ospedale con la fondazione di una confraternita di religiosi per assisterli: ebbe così origine l’Ordine ospedaliero degli Antoniani che prese come insegna la gruccia a forma di tau, un simbolo che in Egitto era attribuito agli dèi.

Dunque è in terra celtica che si formano le leggende occidentali su sant’Antonio e si elaborano i suoi attributi, compreso il maialino. Tuttavia gli agiografi moderni tentano di giustificare storicamente l’animale ipotizzando che i religiosi, per assicurare almeno in caccia-cinghialeparte la sussistenza dell’ospedale, allevassero maiali che vagavano per le vie mantenuti dalla carità pubblica. A un certo momento per motivi d’igiene si decise di eliminare tutti gli animali dalle vie dell’abitato, tranne i maiali degli ospedali antoniani che per essere riconosciuti dovevano portare al collo una campanella, anch’essa diventata attributo del Santo.
Ma è un’ipotesi fragilissima se si riflette che anticamente la campana era simbolo del grembo materno, connessa dunque come il maialino alla Grande Madre con il suo Figlio. Sicché la campanella antoniana, che il Santo porta con sé nell’iconografia tradizionale, è in realtà non il «ricordo» dei maialini dell’ospedale francese, che forse non sono mai esistiti, ma il simbolo della morte e della resurrezione.

In un diverso contesto teologico anche il sommo sacerdote ebraico portava sull’orlo del vestito campane e melograni alternati che esprimevano lo stesso simbolismo di morte e resurrezione, ma anche quello della fertilità poiché essa comprende nel processo riproduttivo morte e rinascita insieme. «Perciò – commenta la Riemschneider – alla messa il rintocco della campanella si fa udire all’elevazione, cioè allorquando l’ostia si transustanzia nel momento della produzione, della vivificazione di ciò che non ha vita. La campana, posta sopra o dentro le tombe, risponde allo stesso fine».

Vi sono troppi elementi per non ritenere infondata questa tesi. Si aggiunga che Lug, dio della morte e della resurrezione, regnava, come tutte le divinità con questa funzione, sugli inferi. Perciò nel processo di cristianizzazione della sua figura, anzi della sua funzione, sant’Antonio assunse anche quella di custode dell’inferno, divenne colui che poteva salvare le anime destinate alla dannazione, e dunque «padrone del fuoco», omologo alle fiamme infernali; e infine, per il suo legame simbolico con il cinghiale-maiale, diventò il patrono dei fabbricanti di spazzole.

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Soltanto seguendo questo itinerario sotterraneo fra religiosità pagana e cristianità medievale si può spiegare l’enorme e a prima vista incomprensibile popolarità in Occidente dell’anacoreta egiziano e della sua festa in cui si portano, come si diceva, a benedire gli animali domestici per scongiurarne le malattie e favorirne la fecondità. Un tempo questa usanza era uno spettacolo che colpiva l’osservatore per la sua grazia francescana, come capitò a J.W. Goethe nel suo viaggio in Italia.

«Ieri – racconta nel suo diario al 18 gennaio 1787 – festa di Sant’Antonio Abate, abbiamo goduto una divertente giornata. Faceva il più bel tempo del mondo, durante la notte c’era stato il gelo, e il giorno era sereno e tiepido… Sant’Antonio, abate o vescovo, è il patrono delle creature a quattro zampe, e la sua festa diventa un saturnale delle bestie normalmente addette a portare la soma, nonché dei guardiani e dei conducenti. Oggi tutti i padroni devono restarsene a casa oppure girare a piedi, e non si manca mai di raccontare qualche brutta storia di signori miscredenti che, avendo obbligato in questo giorno i loro cocchieri ad attaccare gli equipaggi, sono stati puniti con gravi sciagure. La chiesa sorge su una piazza vasta da sembrare quasi deserta, ma nella ricorrenza è fucanoli-sant-Antonioanimatissima; cavalli e muli, con le criniere e le code intrecciate di nastri vistosi e sovente sfarzosi, sono condotti davanti a una cappelletta alquanto discosta dalla chiesa, dove un prete, con un grande aspersorio in mano e una fila di secchi e tinozze d’acqua benedetta dinanzi a sé, annaffia senza risparmio i vispi animali, a volte raddoppiando maliziosamente d’energia per incitarli. Cocchieri devoti portano ceri grandi e piccoli, i signori inviano elemosine e doni affinché per tutto l’anno le preziose e utili bestie siano preservate da ogni guaio. Asini e bestiame cornuto, oggetto di non minori cure per i proprietari, beneficiano di questa distribuzione di grazie per la parte loro destinata».

In questa cerimonia l’eco delle lustrazioni antiche è chiaramente percepibile sicché la memoria dell’eremita svanisce in un tessuto sincretistico di riti, alcuni romani, altri di origine celtica, che hanno la funzione, come si è spiegato, di favorire l’avvento della primavera. Lo dimostra anche la festa della Focura in onore del Santo a Novoli, in provincia di Lecce. Nella piazza principale si prepara un’altissima catasta di legna a forma di cono sulla cui cima si pianta un ramo d’arancio insieme con spighe di grano e una bandiera con l’effigie dell’anacoreta. Nel tardo pomeriggio del 16 inizia la processione alla quale partecipano tutte le confraternite del luogo. I fedeli portano grandi ceri: per questo motivo la processione è chiamata intorciata. Non appena la statua è uscita dalla chiesa si raccolgono le offerte. Rientrata la processione, si sparano i fuochi d’artificio e si accende il falò, detto focura, intorno al quale si chiacchiera e si mangia. Alla fine la gente di Novoli cerca di portarsi a casa qualche tizzone o un po’ di cenere come amuleti.

(Cattabiani, Calendario)