Colli – Il ricordo primitivo e l’attimo

La conoscenza è soltanto memoria, mai vera immediatezza. Le sensazioni, addirittura le impressioni sensoriali, e in genere tutto quello che i filosofi hanno chiamato conoscenza immediata, non sono altro che ricordi. E il tessuto intero della coscienza – ossia il conoscere effettivo di un soggetto umano – quello che sentiamo, rappresentiamo, Carrington-torre-memoriavogliamo, operiamo, la nostra anima o una stella, è una semplice concatenazione di ricordi che si collegano a costituire il mondo della rappresentazione.

Eppure l’immediatezza noi la possediamo, senza saperlo. Sono i ricordi che la testimoniano: essa è l’origine della memoria, ma sta totalmente fuori della coscienza, senza avere somiglianza alcuna con la sensazione, col sentimento, con la volontà. Il ricordo ci indica solo la direzione verso qualcosa che è estraneo allo spazio e al tempo, è irrappresentabile, ma che, in quanto origine della memoria, noi possediamo, e che pure dà segno di sé attraverso il tempo.

Quando però si voglia isolare il tempo, restringerlo, frantumarlo, fermarlo, nella ricerca dell’immediato che si supponga in esso contenuto, non se ne troverà traccia. Spezzato il tessuto del tempo, in mezzo si spalanca il vuoto in cui precipita l’immediatezza. Qui nell’interstizio sta il contenuto inavvertito, l’intensità non misurabile sul fondo della vita.
Ma noi fraintendiamo tale contenuto, riferendolo all’attuale oggetto della nostra coscienza, come se della rappresentazione facesse parte anche quella immediatezza.

Si consideri un ricordo primitivo, ossia un caso di memoria dell’irrappresentabile. Un uomo ricorda, al di fuori della sfera sensoriale, un momento di immediatezza, e accenna a questa esperienza interiore: «ho sentito un ostacolo». La designazione è qui simbolica, poiché «ostacolo» implica determinazioni spaziali e temporali che ineriscono alla rappresentazione, mentre il contenuto dell’esperienza è extra-rappresentativo.
Quell’uomo tuttavia sa di aver vissuto in un certo modo, anche se, quando viveva questo, egli non sapeva di viverlo. Si può vivere qualcosa senza saperlo, e questo è appunto il caso dell’immediatezza. Se c’è un sapere, c’è chi sa e c’è che cosa costui sa: ma proprio questo nell’origine dei ricordi primitivi non si può stabilire.

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Allora, se soltanto di quel che sappiamo noi possiamo dire che è qualcosa, si dovrà concludere che quel vivere, in un certo modo, in sé non è nulla ed esiste solo nel ricordo successivo?
La conclusione è corretta, se si segue – e non si può non seguire – il filo della rappresentazione: rimane tuttavia inesplorato qualcosa che pure fa parte della vita, ma non è rintracciabile nel tessuto rappresentativo e ne mette a repentaglio la continuità, ovunque lo si voglia oggettivare o fissare in conoscenza.

Del resto ciò che viene ricordato è differente per natura da ciò che «era» la cosa che poi sarà ricordata. Il ricordo avverte che vi fu alcunché di diverso dall’attuale rappresentazione: proprio in questo consiste l’essenza della memoria. Essa è la conservazione attenuata di qualcosa.
Ma di che cosa?
Se il ricordo è primitivo, di un qualcosa che ricordo non è, né rappresentazione, ma in ogni caso va riconosciuto come ciò che non è prodotto dal ricordo, bensì eventualmente lo produce, come ciò che si dovrà giudicare non reale, poiché non è un oggetto, ma è comunque eterogeneo rispetto al ricordo, e anche rispetto alla forma rappresentativa della memoria.

Soltanto nel ricordo affiora la conoscenza: quello che noi ricordiamo, per esempio «ho sentito un ostacolo», lo chiamiamo così – e prima ancora lo conosciamo così, poiché conoscere è porsi qualcosa come oggetto – ma non era un «ostacolo» quando abbiamo chiave-pulcino-serraturavissuto in quel certo modo, e neanche era un oggetto, come pure non era allora un «sentire», mentre anche «ho sentito» indica un oggetto, e nulla cambia se la designazione è interiore.
Solo in seguito abbiamo ricordato quell’immediatezza, quella vita è diventata un oggetto: ciò si è espresso in rappresentazioni, e queste in nomi.

E non si potrebbe dire invece che allora c’era già l’ostacolo, e, distinto da esso, l’uomo che lo sentiva, soltanto che lui non aveva preso coscienza di tutto ciò?
Ma il non prendere coscienza significa che manca o si è offuscato il soggetto conoscente, e questo equivale a dire che non c’è nessun oggetto, e quindi neppure un «sentire un ostacolo».
Se qualcosa non è in noi né fuori di noi, non è assolutamente nulla. L’inconscio indica soltanto i limiti della memoria in un soggetto empirico. Ma all’origine, nella sfera dei ricordi primitivi, non c’è posto per l’oblio.

Dove si ricorda qualcosa che ha una durata, il ricordo non è di primo grado. Si ha qui l’espressione di un qualcosa che ancora non è immediatezza, ma esso stesso espressione, poiché ciò che ha durata è nel tempo, e il tempo è nella rappresentazione.
Il ricordo primitivo esprime ciò che è non soltanto al di fuori dello spazio, ma anche del tempo: la memoria riguarda allora un qualcosa senza durata, l’abisso che si apre entro il tessuto temporale.

La celebrata esperienza dell’attimo è per contro già essa stessa un ricordo, un’espressione dell’immediatezza, che non può coincidere con l’immediatezza. Anche un lampo di luce ha una sua durata, c’è nel suo bagliore un culmine e un declino, e in generale ogni più piccolo attimo ha pur sempre un’estensione temporale, ossia è divisibile, ricadendo nella rappresentazione.
L’attimo [l’«istante», il νῦν] di cui parlano Platone e Goethe e altri esaltatori dell’immediato è così una designazione impropria e simbolica di quest’ultimo. Tuttavia l’indicazione espressiva primordiale dell’immediatezza può valere solo nella forma dell’attimo, dell’istantaneità, dove prende origine il dominio della memoria.

(Colli, Filosofia dell’espressione)

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Conoscere, sapere, chiarire, comprendere, nominare, definire, determinare – insomma tutta l’attività della nostra memoria e intelligenza – è perdita dell’immediato, è ricorso alla mediazione dei segni, e perciò stesso è «rappresentazione», ossia il nostro modo di presentare – di dare un presente – all’irrappresentabile – al Passato incosciente del nostro essere (il «fondo della vita», lo chiama qui Colli – il paradiso perduto di tutte le mitologie).

Laggiù – in quell’abisso che è il nostro «duende»… un Drago, anzi no: il Drago custodisce il (nostro) Vello d’oro. Il Remoto che nulla sapeva di sé, e che nulla di sé diceva o definiva o nominava – ecco il Tesoro che ogni argonauta della parola, ogni artigiano della Bottega simbolica, sogna un giorno di poter ritrovare. Lo cerca perché, senza saperlo, sa d’averlo perduto, o d’essersi egli stesso perduto a cercarlo in un certo «non so dove come e quando fu». Insomma: laggiù, nel Paese dell’incoscienza e dell’oblio. Nel Reame dove la vita vive senza memoria. Nel Fiume dove l’acqua scorre finché non incontra un «ostacolo» che la devia ad altra destinazione, spingendola cioè a rimettere il corso del suo destino alla «mediazione» simbolica dei segni e delle parole.

Le Rupi Cozzanti, la Soglia, la Frontiera, il limen passato il quale l’immediato è perduto: ecco dove, volenti o nolenti, è ricondotto ogni Giasone che voglia «curare» se stesso, e Moreau-Giasone-Medeasoprattutto mettere alla prova il proprio «eroismo». Tutti i viandanti che si alternano nella messinscena della Cerca, come Giasone, di ciò che cercano, sanno a malapena solo che andò perduto nel momento stesso in cui, ciascuno per la via stretta della propria ripetizione incosciente, approdò al suo «ricordo primitivo», al suo primo mattone di coscienza.

È laggiù, dunque – è nelle primizie più acerbe della nostra immaginazione – che il cercatore, se vuole davvero trovare qualcosa, deve frugare. Deve riandare, dice Colli, alle origini della propria memoria. Deve provare a ricostruire la «formula» del proprio incantesimo, rimasta di là – dall’altra parte delle Simplegadi. Quella «formula» che fu talmente immediata, che è tuttora, essa, tutto il (Niente del suo) Tesoro. Essa, l’insensata trimetilamina di tutto il suo essere. Del suo non sapere, non avere e non volere nulla. Del suo desiderio di dormire. Del suo insistente istinto a morire al mondo della rappresentazione – quasi unica via per tornare di là, a casa.

L’origine della memoria sta totalmente fuori della coscienza – è l’intangibile aldilà, l’Oltre di ogni rappresentazione, di ogni conoscenza, di ogni nome, parola o simbolo.
Non ne sappiamo nulla. Solo la coda della colomba, solo lo strascico di un’eco distorta, solo la poppa della Nave Argo – è tutto ciò che ai viandanti rimane, una volta passato il Confine… una volta «saltati» dal linguaggio immaginale a quello simbolico.
Soggetto, oggetto, numero, nome, cosa, animale, persona, posto dove come e quando… non sono che mezzi al servizio della rappresentazione cosciente – reliquie simboliche, rottami della Nave che un tempo solcava, spensierata, i mari anonimi dell’Immaginazione divagando, senza un perché, da un flusso all’altro della propria «curiosità», ovunque la Domanda Incosciente soffiando nelle sue vele la istigasse a «problematizzare» lo Spazio dell’indifferenza, per «sottrarvi» ora questa, ora quella differenza.

Dall’«adesso» a quel ricordo primitivo – il viaggio, va da sé, è a ritroso verso qualcosa di estraneo allo spazio e al tempo, alla volta di qualcosa che è più antico delle sintesi di spazio e tempo che strutturano il mondo della Rappresentazione.
Il tempo è nella rappresentazione, dice Colli. Il tempo è nel dire, dice Heidegger. Il tempo non è che la sintesi (lunatica) del nostro avvento al di qua della Frontiera Simbolica. Non Buzzati-orologioè che la ripetizione della sintesi (solare) dello Spazio del nostro arcaico Mondo Immaginale.
E perciò, dall’«adesso», dal «qui e ora» per cui si trova a passare il viandante, fino ad «allora», fino a «laggiù», fino ad affrontare il Drago a cui eroicamente, come Giasone, dovrà scippare il Vello d’oro – tutto il Racconto non è che Teatro. Non può sfuggire alla «rappresentazione». È rappresentazione. È Presente che passa. Non è quel Passato che, tuttora, è.

Anche l’«attimo», dice Colli, è rappresentazione. Sebbene Platone lo pensasse come una sorta di «atomo» atemporale, rimane tuttavia un modo di dire, un nome, una definizione che implica il tempo e la sua divisibilità. Per quanto non ne sia che una piccola «frazione», comporta comunque una rottura del Continuo, dell’Indifferenziato, dell’Indifferente, dell’Anonimo.
E tuttavia, dice subito dopo Colli, la rappresentazione non ha forse niente di meglio da offrire per rendere l’idea del «salto» con cui, all’origine della nostra memoria, balzammo /sobbalzammo/ nel Presente di quest’altra «realtà»: dal mondo delle idee e delle contemplazioni, precipitammo tra le cose, i soggetti, gli oggetti, le persone, le città, gli animali, le case… tutte le case, però, tranne quella, la nostra, la perduta – e forse proprio perciò, l’unica che ha ancora un futuro da creare. Il resto è roba vecchia, rappresentazione stantia.