Lewis Carroll – Alice in viaggio tra gli insetti

«I biglietti, per favore!», disse la Guardia, cacciando la testa allo sportello.
In un istante tutti cavarono fuori i biglietti. Erano biglietti della stessa dimensione delle plunkert-guardiapersone e pareva che riempissero la vettura.
«Su, il tuo biglietto, bambina», continuò la Guardia, guardando severamente Alice.
E molte voci dissero tutte insieme (“come il coro d’un canto”, pensava Alice): «Non lo fare aspettare, bambina, ché il suo tempo vale mille lire al minuto».
«Mi dispiace di non averlo, – disse Alice tutta impaurita: – nel luogo dove sono partita, non c’era l’ufficio del bigliettaio».
E di nuovo il coro delle voci continuò: «Non c’era spazio per l’ufficio nel luogo donde essa è partita. Il terreno lì vale mille lire il centimetro».

«Le scuse sono inutili, – disse la Guardia, – dovevi comprare il biglietto dal macchinista».
E ancora una volta il coro delle voci continuò: «L’uomo che conduce la macchina. Ebbene, il fumo solo vale mille lire lo sbuffo».
Alice diceva fra sé: “È inutile tentar di parlare”. E siccome non aveva parlato, non sentì il coro delle voci, ma con sua grande sorpresa s’accorse che tutti pensavano in coro (io spero che voi comprendiate che cosa significa pensare in coro… perché debbo confessare che io non lo comprendo): «È meglio non dire nulla. La lingua vale mille lire la parola».
“Stanotte mi sognerò le mille lire, son certo che le sognerò”, pensava Alice.

In quel momento la Guardia la stava fissando prima con un telescopio, poi con un microscopio, e poi con un binocolo. Infine disse: «Tu viaggi in senso inverso!».
E così dicendo, chiuse lo sportello e se ne andò.
«Una bambina così piccola, – disse il signore che le sedeva di fronte, vestito di carta bianca, – dovrebbe sapere in che senso viaggia, anche se essa non sa come si chiama».
Un Caprone, che sedeva accanto al signore in bianco, chiuse gli occhi e disse a voce alta: «Essa doveva sapere la via dell’ufficio dei biglietti, anche se non sa leggere».
Ma uno Scarabeo che sedeva accanto al Caprone (era una stranissima vettura tutta piena di passeggeri d’ogni specie) disse, giacché pareva che si seguisse la regola di parlare a turno: «Essa dovrà essere rimandata di qui come bagaglio».

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Alice non poté vedere quello che aveva parlato dopo lo Scarabeo, ma poi sentì una voce affannata e cava: «Si cambia la macchina!…», disse la voce, che poi fu come soffocata e costretta a interrompersi.
“Pare la voce d’un cavallo”, diceva Alice fra sé; e una voce straordinariamente sottile, accanto all’orecchio di lei, disse: «Tu dovresti fare un bisticcio su questo: un bisticcio su cava e cavallo».
Allora una voce gentile a distanza disse: «Sapete, le bisogna mettere l’etichetta: “Ragazza, fragile”».
E dopo questa, altre voci continuarono: (“Quanta gente c’è in questa vettura!”, pensava Alice): «Essa deve andare per posta, perché ha un collo addosso. Deve essere mandata come un dispaccio per telegramma… Deve tirare il treno da sé per il resto del viaggio…». E altre proposte di questo genere.

Ma il signore vestito di carta bianca si chinò un po’ e le bisbigliò all’orecchio: «Non badare a ciò che si dice, cara, ma prendi un biglietto di ritorno tutte le volte che il treno si ferma».
«Veramente non lo farò, – disse Alice con qualche impazienza, – io non appartengo a questo viaggio di strada ferrata… Poco fa ero in un bosco… e vorrei poter tornare indietro».
Disse la piccola voce accanto al suo orecchio: «Adesso potresti fare un gioco di parole: dalì-alice-insettiqualche cosa, sai, su volere e potere».
«Non mi seccare, – disse Alice, invano guardandosi per scoprire donde venisse la voce; – se ti piacciono tanto i giochi di parole, perché non ne fai uno tu?».

La piccola voce trasse un profondo sospiro: segno evidente di grande infelicità, e Alice avrebbe detto qualche parola di consolazione, “se il sospiro fosse stato come tanti altri!”, ella si diceva. Ma era così straordinariamente minuscolo, che non si sarebbe assolutamente sentito, se non le fosse suonato accanto all’orecchio. Di conseguenza ella avvertiva un forte solletico all’orecchio che la stornava dal pensiero dell’infelicità della povera creatura.

Continuò la piccola voce: «So che tu sei un’amica, una cara amica, una vecchia amica. Benché io sia un insetto, tu non mi farai male».
«Che specie di insetto?», Alice chiese con ansia. Ciò che voleva veramente sapere era se pungesse o no, ma pensò che non era una domanda che si potesse educatamente porre.
«Che! allora non ti…», cominciò la vocina, quando fu soffocata da un acuto strillo che veniva dalla macchina, e tutti si levarono impauriti. Alice tra gli altri. Il Cavallo che aveva messo la testa allo sportello, la ritrasse tranquillamente dicendo: «Si tratta di saltare un ruscello».

Tutti parvero soddisfatti di questa spiegazione, ma Alice si sentiva un po’ nervosa all’idea di un treno che doveva saltare. “Però, ci porterà alla quarta Casella, e questa è una consolazione!”, disse fra sé.
L’istante dopo sentì la vettura levarsi dritta in aria, e nella paura che la invase, Alice s’afferrò all’oggetto più vicino, che poi era la barba del Caprone.

Ma la barba, toccata, parve svanire, e Alice si trovò tranquillamente seduta sotto un albero, mentre la Zanzara (che era l’insetto che le aveva parlato) si equilibrava su un ramoscello che le pendeva sulla testa, facendosi vento con le ali.
Certo, era una Zanzara colossale: “della dimensione di una gallina”, pensò Alice. Pure, non ne ebbe paura, dopo che avevano conversato tanto tempo insieme.

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«… Allora non ti piacciono tutti gli insetti», continuò la Zanzara, come se nulla fosse accaduto.
«Mi piacciono quando sanno parlare, – disse Alice. – Nessuno di essi parla mai, nel paese da cui vengo».
«E che razza di insetti ti allietano, e donde vieni?», chiese la Zanzara.
«Gli insetti non mi allietano affatto, – spiegò Alice, – piuttosto ne ho paura… almeno di quelli grandi. Ma posso dirti i nomi di alcuni».

«Naturalmente, essi rispondono ai loro nomi?», osservò con indifferenza la Zanzara.
«Non l’ho mai saputo».
«E a che servirebbe aver il nome, e non rispondere?».
«Non serve ad essi, – disse Alice; – ma serve alle persone che li nominano, credo. Se no, perché ogni cosa avrebbe un nome?».
«Non so – rispose la Zanzara. – Nel bosco laggiù non ci sono nomi… Ma, su, continua con la lista degli insetti: così perdi il tempo».

«Prima, la Mosca cavallina», cominciò Alice, contando i nomi sulle dita.
«Oh, bene, – disse la Zanzara, – a mezza strada da quel cespuglio, vedrai la Mosca dei cavallucci di legno. È fatta interamente di legno, e va di ramo in ramo dondolandosi su se mosca-cavallinastessa».
«E di che vive?», chiese Alice con grande curiosità.
«Linfa e segatura, – disse la Zanzara; – ma su, va’ avanti con la tua lista».

Alice contemplò la Mosca dei cavallucci di legno con grande interesse, e dicendo fra sé che certo, per sembrare così lucente e appiccicaticcia, era stata riverniciata di fresco, continuò: «E v’è il Moscone della carne».
«Guarda il ramo sulla tua testa, – disse la Zanzara, – e vedrai il Moscone della carne. Ha il corpo di salsiccia, le ali di costoletta e la testa di braciola».
«E di che vive?», chiese Alice, come prima.
«Di salame e di pasticcio di sanguinaccio, – rispose la Zanzara, – e fa il nido in un tegame».

«E poi c’è la Mosca del formaggio», continuò Alice, dopo aver guardato ben bene l’insetto, che aveva la testa nel fuoco, mentre essa diceva: “Forse questa è la ragione per cui agli insetti piace volare intorno alle candele”.
«Puoi veder strisciare ai tuoi piedi, – disse la Zanzara (Alice ritrasse i piedi impaurita) – una Mosca del pane e formaggio. Le sue ali sono fette sottili di pane e burro, il suo corpo è di Gorgonzola, gli occhi di Gruviera».
«E di che vive?».
«Di maccheroni e di pere».
Ma in mente ad Alice sorse un’obiezione: «E se non ne trova?», essa disse.
«Morirebbe, è naturale».
«Qui deve accadere molto spesso», osservò Alice pensosa.
«Accade sempre», disse la Zanzara.

E allora, Alice rimase un minuto o due meditabonda. La Zanzara si divertiva intanto a zirlarle intorno alla testa: finalmente si adagiò di nuovo, e osservò: «Io credo che tu non abbia l’intenzione di perdere il nome».
«Veramente no», disse Alice con una certa ansia.
«Eppure io non so, – continuò la Zanzara con tono d’indifferenza: – pensa il guadagno che faresti, se lo perdessi ritornando a casa. Per esempio, se la governante volesse alice-cignochiamarti per la lezione, direbbe: “Vieni qui…” e dovrebbe interrompersi, perché non avrebbe un nome con cui chiamarti, e tu allora non dovresti rispondere».

«Io credo che questo non servirebbe a nulla, – disse Alice: – la governante mi farebbe scuola lo stesso. Se non ricordasse il nome, mi chiamerebbe “signorina” come fa la cameriera».
«Bene, “signorina” vuol dire piccola signora, – osservò la Zanzara, – e allora… s’ignora la chiamata. Ecco: questo è un bisticcio. Mi piacerebbe che l’avessi pensato tu».
«Perché ti piacerebbe che l’avessi pensato io? – chiese Alice. – È un brutto bisticcio».

Ma la Zanzara non rispose e trasse un profondo sospiro, mentre due grosse lacrime le solcavano le gote.
«Non dovresti far dei bisticci, – disse Alice, – se ti addolora tanto».
Poi venne un altro di quei malinconici sospiri, e tosto la povera Zanzara parve essersi dissolta con esso, perché Alice guardò di nuovo da quella parte, e non vide più nulla sul ramoscello. E allora, siccome si sentiva intirizzire per esser stata così a lungo seduta, s’alzò e si mise a camminare.

Arrivò subito a una pianura, con un bosco dall’altro lato: sembrava molto più oscuro dell’ultimo bosco, e Alice ebbe paura di entrarci. Però, ripensandoci meglio, decise di andare innanzi: “Perché certamente non ritornerà più”, essa si diceva, e quella era l’unica via per l’Ottava Casella.
«Questo dev’essere il bosco, – disse meditabonda, – dove le cose non hanno nomi. Chi sa che ne sarà del mio, quando c’entrerò! Non mi piacerebbe perderlo… perché dovrebbero darmene un altro, e certo sarebbe brutto. Sarebbe divertente trovare la creatura che portasse il mio vecchio nome. Proprio come i manifesti quando la gente perde i cani: “Risponde al nome di Menelik: aveva un collare d’ottone”; figurarsi, chiamare ogni cosa che s’incontra “Alice”, finché una risponde. Ma se fosse saggia, non risponderebbe affatto».

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Divagava a questo modo, quando raggiunse il bosco, che le sembrò molto freddo e ombroso. “Ma ad ogni modo è un gran conforto, – si diceva entrando sotto gli alberi, – dopo tanto caldo, entrare nel… nel… che cosa?”, ella continuò, piuttosto sorpresa di non poter trovar la parola.
“Vado sotto il… sotto il… sotto questo, sai”, e mise la mano sul tronco dell’albero. “Chi sa come si chiama! Credo che non abbia nome… sì, certo, non ce l’ha”.
Stette silenziosa per un minuto a pensare; e poi ricominciò: “E allora è realmente accaduto, dopo tutto. E ora, qual è il mio nome? Voglio ricordarlo, se posso. Sono proprio decisa”. Ma l’essere decisa non significava nulla, e tutto ciò che poté dire, dopo molto scervellarsi, fu: “Al, so che comincia per Al”.

Proprio in quel punto venne a passare una cerva, che guardò Alice coi suoi grandi gentili occhi, ma non sembrò per nulla impaurita.
«Qua, qua!», disse Alice, sporgendo la mano e provando a carezzarla.
Ma quella diede un piccolo balzo, e poi la guardò calma di nuovo.
«Come ti chiami?», disse finalmente la Cerva, con una soavissima voce.
“Vorrei saperlo”, pensava la povera Alice, e rispose tutta rattristata: «In questo momento, nulla».
«Pensaci ancora, – disse la Cerva, – così non può essere».

Alice pensò ancora, ma non venne a capo di nulla.
«Per favore, e tu non puoi dirmi come ti chiami? – ella disse timidamente. – Forse schloe-alice-cervam’aiuteresti a ricordare il mio nome».
«Te lo dirò, se vieni un po’ più oltre, – disse la Cerva. – Qui non posso ricordarlo».

Così esse viaggiarono insieme per il bosco, Alice con le braccia strette affettuosamente intorno al morbido collo della Cerva, finché non arrivarono in un’altra pianura, dove la Cerva balzò improvvisamente in aria e si liberò dal braccio di Alice.
«Io sono una Cerva, – esclamò con voce di gioia. – E povera me, tu sei una creatura umana».
Tosto uno sguardo di sgomento apparve nei suoi begli occhi bruni, e l’istante dopo essa s’era slanciata lontano a grande velocità.
Alice la seguì con lo sguardo, lì lì sul punto di scoppiare in lacrime per aver perduta così improvvisamente quella piccola compagna di viaggio.
“Però, so il mio nome ora, – ella si disse: – questa è una consolazione. Alice… Alice… non lo dimenticherò più. E ora chi sa quale di queste due frecce dovrei seguire!”.

Non era molto difficile rispondere a questa domanda, perché nel bosco c’era una strada sola e la freccia su tutti e due i cartelli aveva la punta rivolta in quella direzione.
“Lo deciderò, – si disse Alice, – quando la strada si dividerà e le frecce indicheranno diverse vie”.
Ma la cosa non sembrava probabile. Ella continuò ad andare, ad andare, per molto tempo, e dovunque la strada si divideva era sicura di vedere due frecce che indicavano la stessa via, una col cartello: “Alla casa di Tuidledum” e l’altra: “Alla casa di Tuidledì.”

«Credo, – disse finalmente Alice, – che essi abitino nella stessa casa. Non so perché non ci abbia pensato prima. Ma non potrò starvi a lungo. C’entrerò per dire: “Come state?” e domanderò loro d’indicarmi la via per uscire dal bosco. Se potessi soltanto arrivare all’ottava Casella prima di notte!».
Così continuò ad andare innanzi, parlando a se stessa mentre camminava, perché, nel voltare intorno a un angolo acuto, s’imbatté in due grassi omini, così all’improvviso che non poté fare a meno di dare un balzo indietro, ma per riaversi l’istante dopo, già assolutamente certa che dovevano essere proprio loro! Tuidledum e Tuidledì…

(Lewis Carroll, Attraverso lo specchio)