Eliade – Corde cosmiche e tessitura pneumatica

Le speculazioni cosmologiche e fisiologiche indù hanno spesso usato le immagini della corda e del filo. In breve, si potrebbe dire che è il loro modo di ordinare ogni unità vivente, tanto il Cosmo quanto l’uomo.
Tali immagini primordiali servono a rivelare la struttura dell’universo e, nel contempo, a descrivere la situazione specifica dell’uomo. Le immagini della corda e del filo vanno a anelito-surrealsuggerire ciò che la filosofia in seguito espliciterà, ossia che tutto ciò che esiste è, per sua stessa natura, prodotto, «proiettato» o «tessuto» da un Principio superiore; e che ogni esistenza nel tempo implica una «articolazione» o una «trama».
Tuttavia è importante distinguere diversi temi paralleli:

1) Le corde cosmiche (cioè i Venti) tengono unito l’Universo, proprio come i «soffi» tengono insieme e articolano il corpo dell’uomo. L’identità tra i «soffi» (prâna) e i Venti è già attestata nell’Atharva Veda (XI, 4: 15). Gli organi sono uniti insieme grazie ai «soffi» (al respiro), cioè, in ultima analisi, grazie all’âtman. «Io conosco il filo teso sul quale sono tessuti questi esseri viventi; conosco il filo del filo e anche il grande brâhman» (Atharva Veda, X, 8: 38). Questo filo (sûtra) è l’âtman, e nella Brhadâranyaka Upanisad (III, 7: 1) la dottrina del sûtrâtman è certamente formulata: «Conosci, o Kâpya, quel filo che tiene legati insieme questo mondo, il mondo di là e tutte le creature? (…) Colui che conosce questo filo e questo interno reggitore, costui conosce il Brâhman, conosce i mondi, conosce gli dèi, i Veda e le creature tutte».

2) Quando, alla fine del mondo, le corde di vento saranno tagliate, l’Universo si disintegrerà. E poiché «è per mezzo dell’aria, come di un filo, che questo mondo e l’altro mondo e tutti gli esseri sono legati (…), di un uomo morto si dice che le sue membra si sono sciolte, poiché era il Vento (il respiro) il filo che le teneva unite» (Brhadâranyaka Upanisad, III, 7: 2). Aggiungiamo che anche in Cina si trovano idee analoghe. Nello Zhuang-zi (3: 4) si parla dell’«uomo il cui legame è sciolto dal Sovrano», essendo la sua «morte» un allentamento della corda su cui dio ne aveva sospeso la «vita».

3) Il Sole lega a sé i mondi per mezzo di un filo. Come ripete più volte il Satapatha Brâhmana, «il Sole unisce questi mondi con un filo: ora, questo filo è identico al vento» (VIII, 7. 3: 10). «Il Sole è l’anello di congiunzione, perché questi mondi sono attaccati al Sole mediante i quattro punti cardinali» (VI, 7, 1: 17). Del Sole si dice che è «ben tessuto (…) perché cuce insieme i giorni e le notti» (IX, 4. 1: 8). Questa allusione alla congiunzione dei giorni e delle notti trova una corrispondenza nell’immagine vedica delle due sorelle, la Notte e l’Aurora, le quali «come due tessitrici soddisfatte che d’accordo tessono il filo teso» (Rig Veda, II, 3: 6), tessono il tempo.

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4) Poiché unisce il mondo a sé con un filo, il Sole è il Tessitore cosmico e viene ripetutamente paragonato a un ragno. «Il tessitore della tela è certamente colui che brilla laggiù, poiché si muove lungo questi mondi come su una tela» (Satapatha Brâhmana, XIV. 8. 22). Un gâtha sacrificale parla del Sole come di un ragno. Diverse Upanisad usano l’immagine del ragno e della sua tela, secondo l’orientamento religioso proprio a ciascuna di esse. Si paragona al ragno sia l’âtman, sia l’«imperituro», sia Dio. «Come un ragno sale sul suo filo (…), così dall’âtman partono tutti i soffi, tutti i mondi, tutti gli dèi, tutti gli esseri» (Brhadâranyaka Upanisad, II, 1: 20). «Come un ragno espelle e ritrae, proprio così in questo mondo tutto trae origine dall’Imperituro» (Mundaka Upanisad, I, 1: 7). Per una Upanisad teista come la Svetâsvatara, è «il Dio unico che, simile al ragno, si avvolge da sé dei fili usciti dalla Materia primordiale» (VI, 10).

5) Infine, un certo numero di testi post-vedici identificano il Tessitore cosmico sia con l’âtman o il brâhman, sia con un Dio personale quale il Krsna della Bhagavad Gîtâ. Quando, in un passo famoso della Brhadâranyaka Upanisad (III, 6: 1), Gârgî chiede: «Yâjnavalka, se le acque sono la trama in cui tutto il mondo è intessuto, in quale trama sono intessute le acque?», Yâjnavalka risponde: «Nel vento». E poi spiega che a sua volta il vento è intessuto nei mondi celesti, e che questi sono intessuti nei mondi dei gandharva, e questi nei mondi del Sole, e così di seguito fino ai mondi del Brâhman. Ma quando Gârgî gli chiede: «E i mondi del Brâhman in quale trama sono intessuti?», Yâjnavalka si rifiuta di rispondere: «Oh, Gârgî, non fare troppo domande: bada che la testa non ti scoppi. Tu poni problemi che vanno al di là di una divinità oltre la quale non jayson-tessitricec’è più nulla da chiedere». Però, nel paragrafo successivo (III, 7: 1 ss.) Yâjnavalka afferma che il «reggitore interno» è il vero Grund, il fondo dell’universo. E questo reggitore è il sûtrâtman, l’âtman immaginato come filo.

Nella Bhagavad Gîtâ, è Dio a «tessere» il mondo. Krsna dichiara che lui stesso è la Persona Suprema «dalla quale è tessuto questo universo» (VIII, 22). «Da me tutto questo viene tessuto» (IX, 4). E, dopo la gloriosa teofania del canto XI, Arjuna esclama: «Tu sei il Dio Primordiale, lo Spirito Antico (…), da Te tutto è stato tessuto» (XI, 38).

Come si vede, nel tema del Tessitore Primordiale si ritrova la stessa situazione rilevata a proposito del Ragno Cosmico: egli è omologato sia al Sole, sia a un Principio trans-personale, sia ancora a un Dio personale. Ma quale che sia la sua natura o la forma in cui si manifesta, il Creatore, in tutti questi contesti è un «tessitore», nel senso che tiene attaccati a sé, con fili e corde invisibili, i mondi e gli esseri che crea (più esattamente: che «eietta» da sé).
Giungere a essere ed esistere nel tempo, durare, vuol dire essere proiettati dal Creatore restando legati a lui come con un filo. Anche quando (già ai tempi dei Brâhmana, ma soprattutto nelle Upanisad) fu dato risalto alla necessità di «unificare» e di articolare i «soffi» per forgiare la Persona Immortale – l’Âtman – si trattava sempre di una «creazione»; si crea il mezzo per accedere a un modo d’essere trans-personale, ci si forgia lo strumento con cui ottenere l’immortalità.

È da osservare che anche nelle Upanisad (dove il problema era del tutto diverso, si trattava di esprimere l’esperienza ineffabile della scoperta e della conquista del Sé), l’immagine del filo è utilizzata in relazione con l’âtman.
Sembra dunque che le principali correnti della spiritualità arcaica indù siano state alimentate dall’idea-forza, che ciò che è vivente, reale, esistente (sia nel tempo, sia nell’atemporale), è eminentemente una unità ben ordinata e articolata.
Prima di scoprire che l’Essere è Uno, la speculazione indù riconobbe che la dispersione e la disarticolazione equivalgono al non-essere; che, per poter veramente esistere, si deve essere unificati e integrati. E le immagini più adeguate per esprimere ciò erano il filo, il ragno, la trama, la tessitura. La tela del ragno mostrava in modo suggestivo la possibilità di «unificare» lo spazio partendo da un centro, collegando tra loro i quattro punti cardinali.

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Queste immagini e queste speculazioni derivano da esperienze profonde. Tutte le volte che l’uomo prende coscienza della propria situazione esistenziale, cioè del suo modo specifico di esistere nel cosmo, e assume questo modo di esistenza, esprime codeste esperienze decisive con immagini e miti che in seguito avranno un posto privilegiato nella tradizione spirituale dell’umanità.
Un’analisi attenta permette di scoprire le situazioni esistenziali che hanno dato origine al simbolismo indù del filo e della tessitura.

La creazione cosmogonica e lo stesso cosmo, sono simboleggiati dal tessere. Per i Brâhmana l’universo esiste perché tutte le sue parti sono coordinate, perché la trama spazio-temporale viene «tesa» grazie al sacrificio. Ma questa concezione della tessitura dell’universo e della ricostituzione di Prajâpati mediante la magia misteriosa del sacrificio non è molto antica. Quella di Prajâpati che, nel creare i mondi, gli dèi e gli esseri viventi, si esaurisce e si smembra, è un’idea religiosa esclusiva dei Brâhmana.
Però, per gli stessi Brâhmana, è stato Prajâpati a creare l’universo e il sacrificio non fa che prolungarne l’esistenza. L’esaltazione del sacrificio onnipotente non deve farci dimenticare che anche per i Brâhmana il cosmo è tenuto ad avere un autore.

Il sole, gli dèi, o Brâhman, «tessono» il mondo. La trama dipende dunque da un tessitore. L’universo viene creato da un Essere diverso, ma è collegato per mezzo di cordicelle col suo autore. La creazione non è del tutto separata dal Creatore: aderisce a lui come karma-surrealattraverso un cordone ombelicale.
Questo è un punto importante perché ne deriva che i mondi e gli esseri non sono e non possono essere «liberi». Non possono muoversi a piacere. Il filo che li collega col loro Autore li tiene in vita, ma anche in dipendenza.

«Vivere» equivale sia a esser «tessuti» dalla Potenza misteriosa a cui l’universo, il tempo e la vita debbono la loro trama, sia a essere allacciati da una funicella invisibile a un Cosmocrator (il Sole, Brâhman, il Dio personale). Sia dall’uno che dall’altro punto di vista, «vivere» significa essere condizionati, dipendere da un Altro.
Questo Altro può essere Dio o un Principio Impersonale, misterioso, difficile da identificare, ma di cui si sente la presenza in ogni esistenza temporale; infatti, ogni essere sente d’essere il risultato dei propri atti e, nel contempo, di qualcos’altro; sente di essere «tessuto», legato cioè indissolubilmente al proprio Passato; sente di costituire una «trama», la quale, a un certo punto nella speculazione indù, finisce per essere considerata indistruttibile, nel senso che la «trama» si scioglie sì con la morte dell’individuo, ma per prolungarsi da una sua esistenza all’altra, costituendo di fatto la ragion d’essere di innumerevoli trasmigrazioni.

È probabile che una delle radici dell’idea del karma vada cercata nelle speculazioni relative alla tessitura cosmica e alla trama costituita dalla serie ininterrotta dei sacrifici. Noi qui non affronteremo il problema delle origini dell’idea del karma. Diremo solamente che questa idea non prende forma tra uomini religiosi che si sentano collegati come da fili a un Dio personale; essa si impone al pensiero quando si scopre che l’uomo è il risultato dei propri atti rituali, cioè quando si sente legato da se stesso, e a se stesso.
L’insistenza con cui si medita sul fatto che ogni uomo è inserito in una serie di avvenimenti temporali, che egli fa parte di una Trama, che non può sfuggire al Passato, prova che il pensiero non riesce più a soddisfarsi delle soluzioni rituali, utilizzate dalle società primitive e arcaiche, basate sulla rigenerazione periodica del tempo (rigenerazione implicante l’abolizione del Passato).

Le immagini del filo, della corda, del legamento, della tessitura sono ambigue: esprimono tanto una situazione privilegiata (essere collegati col Dio, trovarsi in relazione col fondo huynh-uccello-legatoprimordiale – con l’Urgrund cosmico), quanto una situazione miserevole e tragica (essere condizionati, incatenati, predestinati, ecc.).
In entrambi i casi, l’uomo non è libero. Ma nel primo caso l’uomo vive in permanente comunicazione col suo Creatore o con l’Urgrund cosmico; nel secondo si sente, invece, prigioniero di un destino, incatenato da una «magia» o dal proprio passato (dalla somma di tutte le sue azioni).

Un’ambiguità analoga si può intravedere in altre formulazioni del simbolismo indù. Tanto Varuna, quanto Vrtra, e anche le divinità della morte, sono «signori dei legami»: essi vincolano e paralizzano gli esseri viventi, legano i morti, e Vrtra «incatena» le acque.
In questo simbolismo indù dei legamenti, dominano elementi magici: l’uomo legato è paralizzato, votato alla morte. Infatti, si ritrovano le stesse immagini e formule del legamento nella stregoneria, nella demonologia e nella mitologia della morte.
Tuttavia, Varuna e Indra sciolgono gli uomini, li «liberano» (Indra «libera» anche le acque «incatenate» da Vrtra nelle cavità della montagna). Ciò vuol dire che questi dèi hanno «il potere di legare e di sciogliere» (cfr. Matteo, 16: 19, e altrove).

Un altro esempio: lo Yoga è il mezzo principale per liberarsi dalla schiavitù che è alla base di tutta la condizione umana. Per mezzo dello Yoga si può realizzare la libertà assoluta.
Ora, lo stesso termine «yoga» implica in un certo modo un «legare»; la radice yug, «congiungere», si ritrova anche nelle parole latine jungere, jugum, e in «giogo». Ciò appare comprensibile se si ricorda che lo Yoga è anzitutto una tecnica che mira al perfetto dominio del corpo, al «soggiogamento» degli organi e delle facoltà psico-mentali.
Si tratta dunque di congiungere, di articolare e di unificare l’attività degli organi e il flusso psico-mentale. Lo yukta è l’«unificato», ma anche colui che è in stato di congiunzione con Dio.

(Eliade, Corde e marionette, in Mefistofele e l’Androgino)