Abd al Wahhab al Bayati – Autobiografia del ladro di fuoco

orozco-prometeo

La lingua poneva sulla testa calva una parrucca d’eloquenti iperboli
indossando assonanze e dissonanze nei padiglioni reali
dell’era cosmica – le navicelle spaziali – le rivoluzioni.
Nelle capitali orientali i poeti accattoni – eunuchi
in gabbia strisciavano sul ventre proni
i pidocchi – il muschio proliferava nelle loro poesie,
e nelle loro torri i poeti del sogno prezzolato, di ciprie
e d’unguenti stemperavano il pallore della dea della poesia che
invecchiava sulle vette dell’Olimpo
rubandole l’alloro avvizzito dei musei – pattumiere – esibizioni
raccolte di foglie autunnali nei cimiteri delle poetiche scuole antiquate.

Nelle gabbie gli eunuchi lodavano i servi – i re.
Il ladro del fuoco giungeva al mutare delle stagioni
portando i comandamenti dei fiumi – dei tempi,
eccolo arrivava visionario:
pensava – nella corsa equestre dei mortali umani,
nel bagliore della terra su cui scendeva –
assieme all’uomo-sole e alla chitarra-donna
liberi dalle catene,
intravedeva le onde della storia e la tristezza delle razze
degli uccelli – pietre – morti,
su un papiro scrivendo i nomi delle principesse di Bukhâra
e i comandamenti portando dal mare dell’infanzia – moschee – mercati.

Disse nella sua cappa lunga
come l’obelisco egizio – la palma della Concorde:
Sei entrata dalla finestra dell’aurora nel mio cuore?
Chi ti ha dato il diritto del sonno, del pellegrinare e del cercare
le mura della città dell’amore?
Ho visto il suo volto livido all’aeroporto di Parigi.
Ho pianto quando mi ha salutato per l’ultima volta.
Gli eunuchi lodavano i servi-re, in gabbia.
Il ladro di fuoco era al bar,
cantava per gli uccelli estenuati dall’erranza nei giardini di neve.
Ero stanco,
e lottavo contro il sonno che scendeva dalle scale della notte
con il fumo e con le piogge.

Diceva: beviamo questa notte in onore della principessa della poesia esiliata.
La pioggia lavava gli alberi e le ferite e i tetti.
La musica del violinista russo fondeva all’angolo del bar,
nella sua melodia ho visto le città bianche dell’infanzia
e i fiumi di ghiaccio e le foreste degli Urali.
Giurammo assieme per l’uomo-sole e la chitarra-donna
e la bella principessa rideva di cuore.
Chi ti ha dato il diritto di cercare Dio nella città dell’amore?
E la fontana che piange?

Ho visto il volto livido nel fondo del bicchiere,
e la sua mano passava tra i suoi capelli rossi nel turbine della danza,
e sopra la notte, il ghiaccio ho visto e il fumo.
Cercavo di bar in bar, di esilio in esilio,
il viso che portava il ladro del fuoco della poesia
dal tempio del dio-uomo,
cercavo la principessa dell’esilio dietro i suoi capelli rossi:
corriamo ansimando nella città dell’infanzia – i templi – i mercati
si beve dalle coppe, si brinda.
Nelle gabbie, gli eunuchi lodavano i servi – i re
i pidocchi – il muschio proliferava nelle loro poesie,
volgemmo i nostri cavalli dietro la sua capigliatura.

Chi ti ha dato questa luna verde?
Sei entrata nel mio cuore dalla finestra della tristezza?
Ho visto il ladro del fuoco assopito da solo
sulla sedia del bar.
È partita, disse: Chi veglierà sui fiumi
alle nozze del giorno della morte?
Chi con il furore della poesia getterà le luci nei fiumi?
Le ossa della nuova era della terra, qui le sento, crescere.

Il destriero del fuoco nelle epopee greche scalpita sotto i miei piedi.
Questa sofferenza, vuota di ogni senso, non ha nome:
lei è partita
disse: forse il fulmine colpirà l’obelisco egizio – la palma della Concorde?
La primavera abbandonerà Parigi?
Ho visto il suo viso livido in fondo al bicchiere
e nello specchio
eroe morto, come se dalla tomba fosse tornato al bar
affinché all’alba si partisse insieme in groppa ai cavalli
per le piane di quest’oriente.

Mi hai chiamato, oh tuono?
Bukhâra si è avvicinata
che all’alba la tribù porti gli astri occulti – i satelliti
e li lanci dall’alto delle rupi sui gabbiani.
La pioggia lavava gli alberi, le ferite e le terrazze.
La musica del violinista russo si fondeva all’angolo del bar.
Nella sua melodia ho visto le città bianche dell’infanzia
i fiumi gelati e le foreste degli Urali.
Giurammo assieme, nel nome dell’uomo-sole e della donna-chitarra.
Si è realizzato il miracolo della vita dopo la morte?

Mi hai chiamato, oh tuono?
Ho visto un ciclone di poesia abbattersi su questo pianeta radicato
nel terrore e nella violenza.
Vedo il poeta arare col suo grido la terra del sogno.
Mi hai chiamato?
Congederò la logica dalla mia egida
viaggiando attraverso il fuoco e la parola
alle nozze del giorno dell’amore:
mi avvento sulla mia preda la poesia – la donna
come l’astrologo – il mago della città dell’amore
sulle stelle.

Dopo la morte ho visto il volto livido rinascere
da un sorriso e come una cascata cadevano dal cielo
i suoi capelli rossi.

cavalla-donna-rossa

(Abd al Wahhab al Bayati, Poesie in esilio)