Deleuze – La memoria involontaria

{… puoi giocare a caso quanto vuoi, ma non puoi sfuggire alla ripetizione: nella serie di risposte che darai a caso ci sarà comunque un ritornello.
Non c’è navigante nell’Oceano dell’Umano – che non si senta un Argonauta, e che prima o poi non sia tentato di tornare sulla «scena del crimine». Essendo stato scippato della sua Rea-bimbi-scogli«lettera», o meglio: di ciò che quella data «lettera» per lui rappresentò in illo tempore – tornerà, è solo questione di tempo, ma vedrai che tornerà a frugare e perquisire, a smontare e rimontare la casa di chi gliel’ha «rubata». Dovesse pure navigare a vista e mutare rotta a seconda dei venti – c’è poco da fare: prima o poi ripasserà dalle parti delle sue Simplegadi. È la «lettera» che lo chiama a sé, pardon – è il «vello d’oro», o forse solo lo straccio di un «vestito», appena l’orlo di un certo «ornamento», a cui però è aggrappato il suo destino.

Il viaggio è sempre un viaggio di ritorno, perché all’andata siamo venuti qua, in questo Egitto, e ora da qua non possiamo che risalire alla Sorgente. Solo che qua abbiamo cominciato a parlare simbolico, e il viaggio stesso, ciò che noi chiamiamo «viaggio», è solo un simbolo che, come tutti i simboli, ritorna sul «luogo di un’assenza». Essendo una metafora, non potrà che ricondurci prima o poi nel «non-dove», ovvero nel posto irrappresentabile dove la Metafora si genera. Dove essa si produce e riproduce – senza memoria della sua Origine.

Per il viaggio, «ciascuno – dice Deleuze – sceglie la propria altezza o il proprio tono, e forse le proprie parole, ma l’aria è pur sempre la stessa, e sotto tutte le parole insiste uno stesso ritornello, su tutti i toni possibili e a tutte le altezze».
Il ritornello – lo Stesso – è nelle parole, non nella coscienza di colui che le parla!
Puoi scegliere le vele che vuoi per la tua imbarcazione, e misurare con tutta la precisione che vuoi l’altezza dell’albero-maestro, scartare il legno di noce e usare quello di quercia, fa lo stesso: l’Oceano, o il Fiume, in cui navighi, ha le sue correnti «dialettiche» e queste immancabilmente ti riporteranno sulla soglia delle Simplegadi.

Non sei tu che ritorni, è il Racconto che, gira e rigira, va sempre ; e perciò più tu viaggi a caso, e più evidente ti apparirà che è il Racconto a battere, monotonamente, sempre lo stesso chiodo – quello della croce, perché no?
Il Racconto tornerà – perché è lui il Nocchiero che governa il timone a poppa. E la nave andrà, eccome se andrà fino a Roma, fino a quell’avvenire che si chiama Roma, solo se avrà fatto a meno di quel presuntuoso di Palinuro che, fissando le stelle, crede di sapere dov’è l’Oriente e dove l’Occidente di Okéanos.

Geier-nave

Siamo dispersi nell’Oceano dei racconti, come Sindbad ci siamo spersi in questo Racconto almeno sette volte, e tutte le volte che abbiamo tentato di passare la Soglia – il Fondo Oscuro del Racconto ci ha respinti, la sua Origine si è ritratta, e come Dio a Mosè ha detto a ciascun Argonauta – Tu non mi vedrai!
Il Genio del Racconto, l’Antico che pose la prima Pietra Santa del Racconto, non si lascia «vedere» che a chi «vede le voci». Solo a chi – dietro l’«udibile» rivede le sue antiche acerbe immaginazioni all’opera, quelle che discesero a nuoto lungo il Fiume, su cui ora remiamo faticosamente a parole.

«Le sintesi passive – dice Deleuze – non possono che essere ed è evidente che sono infra-rappresentative», antecedenti cioè al linguaggio delle nostre rappresentazioni mediante segni e simboli.
E aggiunge, subito dopo:…}

***

Ma per noi il problema fondamentale è di sapere se sia possibile penetrare nella sintesi passiva della memoria, vivere in qualche modo l’essere in sé del passato [rivivere cioè il Passato Puro, o almeno una sua «porzione», un suo «sapore»]. Tutto il passato si conserva in sé, ma come preservarlo per noi, come penetrare in questo in sé senza ridurlo o all’antico presente che è stato o al presente attuale in rapporto al quale è passato.
Come preservarlo per noi [dal momento che noi siamo obbligati a passare per la sua arrampicata-librorappresentazione]?

Questo all’incirca è il punto in cui Proust riprende e si ricollega a Bergson.
Ma sembra che la risposta sia stata data da tempo immemorabile: l’antica reminiscenza designa in effetti una sintesi passiva o una memoria involontaria, che differisce essenzialmente da ogni sintesi attiva della memoria volontaria. Combray non risorge così come fu presente, né come poteva esserlo, ma in uno splendore che non fu mai vissuto, come un passato puro che rivela infine la sua duplice irriducibilità: non solo al presente che è stato, ma anche all’attuale presente quale potrebbe essere, grazie al loro incontro.

E dunque: gli antichi presenti [i presenti inconsci del Passato Puro] si lasciano rappresentare nella sintesi attiva al di là dell’oblio, nella misura in cui l’oblio è sconfitto empiricamente [dall’avvento di una prima, acerba memoria].
Ma qui, nell’Oblio, e come immemoriale, la Combray di Proust sorge sotto forma di un passato che non fu mai presente, come l’«in sé» di Combray. Se c’è un «in sé» del passato, la reminiscenza è il suo noumeno o il pensiero che la investe. La reminiscenza non rimanda semplicemente da un presente attuale ad antichi presenti, dai nostri recenti amori agli amori infantili, dalle nostre amanti alle nostre madri.
Qui [in Proust] inoltre, il rapporto dei presenti che passano non rende conto del passato puro che [intanto] ne profitta, grazie a loro, per sorgere sotto la rappresentazione della Vergine, di colei che non fu mai vissuta e che, al di là dell’amante e della madre, coesiste con l’una ed è contemporanea dell’altra.

Il presente esiste, ma solo il passato insiste, e fornisce l’elemento in cui il presente passa e i presenti si incontrano. L’eco dei due presenti forma soltanto un’interrogazione persistente, che si sviluppa nella rappresentazione come un campo problematico, con l’imperativo rigoroso di cercare, di rispondere e di risolvere.

Sennonché la risposta viene sempre da altrove: ogni reminiscenza è sempre erotica, si tratti di una città o di una donna. In ogni caso è l’Eros, il noumeno, a farci penetrare nel passato puro in sé, nella ripetizione verginale, Mnemosine. Eros è il compagno, il Lock-Eros-frantumatopromesso [sposo] di Mnemosine.
Ma donde trae Eros questo potere, e perché l’esplorazione del passato puro è erotica, perché Eros detiene a un tempo il segreto delle domande e delle risposte, il segreto di una persistenza in tutta la nostra vita?
Non è detto che non si possa disporre ancora dell’ultima parola, e non ci sia una terza sintesi del tempo [oltre a quella passiva e a quella attiva].

Non c’è nulla di più istruttivo temporalmente, vale a dire dal punto di vista della teoria del tempo, della differenza tra il cogito kantiano e il cogito cartesiano. Sembrerebbe che il cogito di Cartesio operasse con due valori logici: la determinazione e l’esistenza indeterminata. La determinazione (io penso) implica un’esistenza indeterminata (io sono, poiché «per pensare bisogna essere») – e per l’appunto la determina come l’esistenza di un essere pensante: penso dunque sono, sono una cosa che pensa.

Tutta la critica kantiana si riduce a obiettare nei confronti di Cartesio che non è possibile fondare direttamente la determinazione sull’indeterminato. La determinazione «io penso» implica evidentemente qualcosa d’indeterminato («io sono»), ma niente mostra ancora come l’indeterminato sia determinabile dall’io penso.

Nella coscienza che ho di me stesso col puro pensiero, io sono l’essere stesso; è vero però anche che in tal modo niente di questo essere mi è ancora dato da pensare.
(Kant, Critica della ragion pura)

Kant aggiunge dunque un terzo valore logico: il determinabile, o piuttosto la forma sotto la quale l’indeterminato è determinabile (mediante la determinazione).
È sufficiente questo terzo valore a fare della logica un’istanza trascendentale, a costituire la scoperta della Differenza, non più come differenza empirica tra due determinazioni, ma come Differenza trascendentale tra la determinazione e ciò che essa determina – non più come differenza esterna che separa, ma come Differenza interna, e che riferisce a priori l’uno all’altro l’essere e il pensiero.

È famosa la risposta di Kant: la forma sotto la quale l’esistenza indeterminata è determinabile dall’io penso, è la forma del tempo… (Critica della ragion pura, Analitica Hebert-trascendentaletrascendentale, nota del § 25).
Le conseguenze che ne derivano sono radicali: la mia esistenza indeterminata può essere determinata solo nel tempo, come l’esistenza di un fenomeno, di un soggetto fenomenico, passivo o recettivo, che appare nel tempo.

Talché la spontaneità di cui ho coscienza nell’io penso non può essere intesa come l’attributo di un essere sostanziale e spontaneo, ma soltanto come affezione di un io passivo che sente che il proprio pensiero, la propria intelligenza, ciò per cui egli dice «io», si esercita in e su di lui, e non attraverso di lui.
Ha inizio allora una lunga storia senza fine: «io» è un altro, ovvero il paradosso del senso intimo. L’attività del pensiero si applica a un essere recettivo, a un soggetto passivo, che si rappresenta dunque questa attività più di quanto non l’agisca, che ne sente l’effetto più di quanto non ne possieda l’iniziativa, e che la vive in sé come un Altro.

All’«Io penso» e all’«Io sono», va aggiunto l’io, vale a dire la posizione passiva (che Kant chiama la ricettività d’intuizione); alla determinazione e all’indeterminato, va aggiunta la forma del determinabile, ossia il tempo. Per di più «aggiungere» è un termine improprio, poiché si tratta piuttosto di fare la differenza, e di interiorizzarla nell’essere e nel pensiero.
Da parte a parte, l’io è come attraversato da un’incrinatura: è incrinato dalla forma pura e vuota del tempo, e sotto tale forma, è il correlato dell’io passivo che sorge nel tempo. Il tempo significa allora una frattura o una incrinatura nell’io, una passività nell’io, mentre la correlazione dell’io passivo e dell’io incrinato costituisce la scoperta del trascendentale o l’elemento della rivoluzione copernicana.

(Deleuze, Differenza e ripetizione)

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Jansson-nave

Non puoi dire che non te l’ho detto: risalire il Fiume è terribilmente faticoso! Hai visto quante parole difficili bisogna imparare? e tra quali e quanti dirupi lessicali bisogna districarsi? Spesso perciò succede che conviene mettersi la piroga in spalla e procedere a piedi!
Ci sono nozioni marmorizzate nel gergo degli accademici, ci sono parole di scuola / di scuole alte / che ci restano incomprensibili. Non ci è chiaro di cosa, i Filosofi, stanno chiacchierando tra di loro – e forse non lo sanno bene neanche essi stessi.

Eppure, a cominciare dalla prima lezione di filosofia a scuola, a partire dal primo giorno che il professore, la buonanima, pace alla sua memoria, ci parlò dell’«arkhé», ci sarebbe dovuto esser chiaro che solo di questo si trattava: di mettersi alla ricerca di quella certa «cosa preziosa» a cui gli uomini si affidano per «preservare» (uso la parola di Deleuze) la coda della Colomba, l’Eco della disfatta di Narciso, il timone di poppa della Nave Argo – ovvero quel poco che avanza della Sapienza di Sofia – della sapienza e della memoria, l’una e l’altra «involontarie», del nostro Passato Puro.