Poe – La lettera rubata (3)

«… mi presentai un bel mattino, come per caso, dal ministro.
Il signor D… era in casa. Gironzolava per le sue stanze, sbadigliando e gingillandosi con mille sciocchi argomenti, e protestandosi oppresso da una noia mortale. Il ministro D… è forse l’uomo più energico dei nostri giorni, ma soltanto quando è sicuro di non essere Eichenberg-lettera-rubataosservato da nessuno.
Per non esser da meno di lui, cominciai pure io col lamentarmi, e accusai una improvvisa debolezza della vista che m’obbligava a portar sempre occhiali verdi. Ma dietro gli occhiali, intanto, esaminavo con cura e minuziosa attenzione l’intero appartamento, badando tuttavia a essere sempre presente alla conversazione col mio ospite.

«Concentrai, dapprima, tutta la mia attenzione su una grande scrivania dinanzi a cui stava seduto e sulla quale erano sparse, alla rinfusa, diverse lettere ed altre carte, assieme a due strumenti musicali ed alcuni libri. Dopo un lungo esame, che potei far comodamente, non ci vidi niente però che potesse giustificare i miei sospetti.
A lungo andare, infine i miei sguardi, facendo il giro della camera, caddero su un portacarte qualunque, ornato di lustrini e sospeso per mezzo di un nastro blu scolorito a un chiodo d’ottone proprio al centro della cappa del caminetto.

«Quel portacarte era diviso in tre o quattro compartimenti, e lasciava intravedere, oltre a cinque o sei piccoli biglietti da visita, anche una lettera, e questa lettera era assai sudicia e spiegazzata. Era come stracciata in due, nel mezzo, il che denotava una prima intenzione di stracciarla, quasi si trattasse d’un oggetto senza valore, a cui poi era seguito un ripensamento.
Essa recava un gran sigillo nero con la lettera D…. bene in evidenza, ed era indirizzata allo stesso ministro. L’indirizzo era stato tracciato da una mano femminile, con una calligrafia molto elegante e sottile. Era stata gettata in uno dei compartimenti superiori del portacarte, negligentemente, ed anche, a quanto pareva, con un certo sdegno.

«Fin dal primo colpo d’occhio che posai su quella lettera, non ebbi alcun dubbio che era proprio quella che stavo cercando. Certo, nell’aspetto esteriore, era del tutto differente da quella di cui il prefetto ci aveva letto una descrizione così minuta. Qui, il sigillo era grande, nero e recava la lettera D…, mentre nell’altra descritta nel promemoria del prefetto era piccolo e rosso, con lo stemma ducale della famiglia S… Qui l’indirizzo era d’una scrittura minuta e femminile; nell’altra l’indirizzo, d’un personaggio della famiglia reale, era stato tracciato da una mano ardita e decisa.

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«Le due lettere non si rassomigliavano che in una sola cosa, la dimensione. Ma il carattere esagerato delle loro differenze – fondamentali, in fin dei conti, – la sudiceria, lo stato deplorevole della carta, spiegazzata e stracciata, in perfetto contrasto con le abitudini di D… note invece per essere ordinate e metodiche, contrasto che denunciava chiaramente l’intenzione di sviare un’indagine indiscreta presentando tutta l’apparenza d’un documento senza valore, – tutto ciò, con l’aggiunta della sfacciata ostentazione del documento messo addirittura in mostra, sotto gli occhi di tutti, perché lo potesse ben vedere chiunque fosse passato nella stanza, la quale ostentazione era pienamente concordante con le mie conclusioni anteriori, – tutto ciò, mi dissi, è stato combinato in tal modo da corroborare i sospetti di qualcuno che venga qui proprio col partito preso di un sospetto.

«Prolungai la mia visita il più possibile e, mentre intrattenevo col ministro una conversazione assai vivace su un argomento che sapevo essergli gradito, non distraevo la mia attenzione dalla lettera.
Nel corso di quell’esame, mi posi a riflettere sul suo aspetto esterno e il modo in cui era stata collocata nel portacarte, finché non arrivai a fare una scoperta che dissipò d’un tratto anche quell’ultimo impercettibile dubbio che ancora potevo avere.

«Osservando i bordi della carta, notai ch’erano più consumati dell’ordinario. Presentavano infatti l’aspetto di logorio d’un cartoncino che sia stato ripiegato nel senso inverso, ma lungo la medesima piegatura. Questa scoperta mi era più che sufficiente. Per Dupin-D-lettera-rubatame era chiarissimo che la lettera era stata rivoltata come un guanto, ripiegata e nuovamente sigillata.
Augurai il buon giorno al ministro e mi congedai da lui, non senza aver, a bella posta, dimenticato sul suo scrittoio una tabacchiera d’oro.

«La mattina dopo, tornai per cercare la mia tabacchiera e colsi l’occasione per riprendere, assai vivacemente anche stavolta, la conversazione del giorno innanzi. Ma, mentre eravamo così occupati, s’udì una detonazione fortissima, come di un colpo di pistola, proprio lì sotto le finestre della casa, ben presto seguita dalle grida e dalle vociferazioni d’una folla spaventata.
D… si precipitò a una finestra, l’aprì e si sporse a guardare giù in istrada. Nello stesso istante, io andai dritto al portacarte, presi la lettera, me la misi in tasca e la rimpiazzai con un’altra, una sorta di facsimile (quanto all’apparenza esteriore) che m’ero accuratamente preparato a casa, contraffacendo la lettera D… del sigillo con una mollica di pane.

«Il tumulto nella strada era stato causato dal capriccio inconsulto di un uomo armato di fucile, che aveva scaricato l’arma in mezzo a una folla di donne e di bambini. Ma, siccome era caricata soltanto a salve, lo presero per un lunatico o un ubriaco e lo lasciarono andare per i fatti suoi.
Quando se ne fu andato, il ministro D… si ritirò dalla finestra, dove io l’avevo seguito immediatamente dopo essermi assicurato la preziosa lettera. Di lì a pochi istanti presi commiato da lui. Il preteso matto della sparatoria, l’avevo pagato io per fare quella parte».

«Ma – domandai al mio amico, – qual è stato lo scopo chi vi ha indotto a rimpiazzare la lettera con una sua contraffazione? Non sarebbe stato più semplice che ve ne foste impadronito fin dalla prima visita, senza tante precauzioni, e poi andarvene?».

«No, caro mio – replicò Dupin. – Il ministro D… è capace di tutto, e, per di più, è un uomo energico, risoluto e forte. Inoltre, dispone nel suo alloggio, checché ne dica il prefetto, di servitori assai devoti. Se avessi osato attuare lo stravagante tentativo a cui avete accennato, non sarei uscito vivo dalla sua casa. Il buon popolo di Parigi non avrebbe cover-lettera-rubata-greysaputo più nulla di me.
Ma, a parte queste considerazioni, avevo uno scopo particolare.
Voi conoscete le mie simpatie politiche. In questo affare ho agito come partigiano della signora in questione. Sono ormai diciotto mesi che il ministro la tiene in suo pugno; ora è invece lei che lo tiene, dal momento che lui non sa di non aver più la lettera e vorrà continuare il suo solito ricatto. Sarà dunque lui stesso, infallibilmente, il primo e l’immediato autore della sua rovina politica: e la sua caduta non sarà meno precipitosa che ridicola.

«Si parla con molta sicumera di un facilis descensus Averni; ma in questo caso si potrà dire quel che diceva la Catalani a proposito del canto: “È più facile salire che scendere”.
Nel caso presente io non ho nessuna simpatia, inclinazione o pietà, per colui che sta per scendere. Il ministro D… è proprio il monstrum horrendum, – un uomo di genio senza princìpi. Vi confesso tuttavia che non mi dispiacerebbe affatto di conoscere la natura esatta dei suoi pensieri, quando, sfidato da quella che il nostro prefetto chiama una certa persona, sarà costretto ad aprire la lettera che ho lasciato per lui nel portacarte».

«Come! Dunque ci avete messo qualcosa di particolare?».
«Ma, proprio, a dirvi la verità, mi sarebbe parso sconveniente lasciargli l’interno in bianco, – poteva parere un insulto.
Una volta a Vienna, il ministro D… me n’ha fatta una piuttosto grossa, ed io gli dissi, in quell’occasione, e in tono tutt’altro che scherzoso, che me ne sarei ricordato. E così, prevedendo la sua curiosità relativa alla persona che gli ha fatto questo tiro, ho pensato che sarebbe stato, via, un vero peccato, se non gli avessi lasciato un qualche indizio. Con la mia calligrafia, che egli conosce benissimo, ho copiato proprio nel bel mezzo della pagina bianca queste parole:

… un sì atroce disegno
se non d’Atreo, certo di Tieste è degno.

Le troverete nell’Atreo di Crébillon».

(Poe, Nuovi racconti straordinari)