Poe – La lettera rubata (2)

Era trascorso quasi un mese, quando il degno uomo tornò a farci visita, e ci trovò occupati, press’a poco, come la volta innanzi. Prese una pipa e una poltrona e prese a Richard-Maigretchiacchierare di questo e di quello.
Io, a un certo punto, gli dissi: «Oh, dite un po’, caro signor G…, e la vostra lettera rubata? Vi sarete rassegnato, eh, a capire che ci vuol altro per farla al ministro!».
«Che il diavolo se lo porti! Non che io non abbia seguito il consiglio di Dupin, e perquisito di nuovo l’appartamento; ma, come m’aspettavo, tutta fatica sprecata».

«A quanto ammonta la ricompensa che vi hanno offerta? – disse Dupin. – Ci avete detto, mi pare…».
«Ma… ecco… è una grossa ricompensa, magnifica… Non vi dirò precisamente quanto… ma, guardate, vi dirò questo, che, se uno mi potesse trovar quella lettera, sarei pronto a dargli di mio qualcosa come cinquantamila franchi. La cosa va facendosi di giorno in giorno più urgente; e la ricompensa ora è stata addirittura raddoppiata. Ma è inutile: a che serve? Si potrebbe anche triplicarla, ché tanto io non potrei fare il mio dovere meglio di quanto l’ho fatto».
– Ma… veramente… – disse Dupin strascicando le parole tra una fumata e l’altra della sua pipa – io credo, a esser sincero… che voi non abbiate fatto… proprio tutto il possibile… che non siate andato fino in fondo. Potreste fare… un po’ più, almeno così credo, no?».

«Come? in che senso?».
«Ma.. – e una boccata di fumo – potreste… – e due – prender consiglio su quest’affare, no? – e tre boccate di fumo. – Vi ricordate quell’aneddoto che si racconta d’Abernethy? [medico inglese noto per la sua eccentricità]».
«So assai del vostro Abernethy, che il diavolo se lo porti!».
«D’accordo! Che il diavolo se lo porti, se così vi piace! Or dunque, una volta un tale, avaro quanto ricco, pensò di scroccare ad Abernethy un consulto medico. E per far questo pensò d’intavolare con lui, durante un ricevimento, una conversazione ordinaria durante la quale sottopose al medico il suo caso, come se si trattasse di un personaggio immaginario. “Supponiamo, per esempio, disse l’avaro, che i sintomi siano questi e questi; ora, ditemi, caro dottore, che cosa gli consigliereste di prendere?”. “Che cosa gli consiglierei di prendere? disse Abernethy, ve lo dico subito: d’andare a prender consiglio da un medico. È la sola cosa da fare”.

Lavish-party

«Ma io – disse il prefetto un po’ sconcertato – sono dispostissimo a prender consiglio, ed a pagarlo. L’ho detto e lo sostengo: parola di gentiluomo, darei cinquantamila franchi a chi mi sapesse trarre d’imbarazzo».
«Quand’è così, allora – replicò Dupin tirando fuori da un cassetto un libretto di assegni – potreste farmi un buono per quella somma. Quando l’avrete firmato, vi darò la vostra lettera».

Io rimasi di stucco.
Il prefetto, poi, pareva proprio fulminato. Rimase per qualche minuto attonito, muto, immobile, a bocca aperta, con un’aria incredula e guardando il mio amico con due occhi che pareva volessero schizzargli fuori dalla testa; finalmente ritornò un po’ in sé, afferrò una penna, e poi, non senza qualche esitazione, con lo sguardo vuoto, come proteso a scrutare misteriose distanze, scrisse e firmò un buono per cinquantamila franchi, e lo porse a Dupin di sopra la tavola.
Dupin l’esaminò accuratamente, e lo mise nel suo portafogli; poi sollevò una tavoletta dello scrittoio, ne tirò fuori una lettera e la consegnò al prefetto. Il nostro funzionario l’afferrò, l’aggraffò con uno spasimo di gioia, l’aprì con mano tremante, gettò un colpo d’occhio sul suo contenuto; poi, precipitandosi fuori della porta, scappò via senza tanti complimenti dalla camera e dalla casa, senza aver pronunziato una sola sillaba dal momento in cui Dupin l’aveva pregato di firmare l’assegno.

Quando fu andato via, il mio amico consentì a darmi qualche spiegazione. Disse: «La polizia parigina è abilissima nel suo mestiere. Ha degli agenti perseveranti, astuti, Saulnier-Poeingegnosi, che posseggono a fondo tutte le conoscenze che si richiedono dal loro mestiere. E perciò, quando G… ci dava così minute spiegazioni sulle sue perquisizioni nella casa di D… avevo una piena fiducia nei suoi talenti ed ero sicuro che aveva fatta un’investigazione assolutamente sufficiente, nei limiti della sua specialità…».
«Della sua specialità?», esclamai.
«Sì; perché le misure adottate, oltre a essere le migliori nella specie, furono spinte ad una perfezione assoluta. Se la lettera fosse stata nascosta nel raggio della loro investigazione, quella brava gente l’avrebbe trovata; non c’è il minimo dubbio».

A questo punto, mi contentai di sorridere; ma pareva che Dupin parlasse proprio sul serio. Continuò: «Dunque, le misure erano eccellenti nella specie e messe in atto mirabilmente. Soltanto, avevano un difetto: quello d’essere inapplicabili al caso e all’uomo in questione. C’è uno spiegamento di mezzi singolarmente ingegnosi, che sono per il signor prefetto una specie di letto di Procuste, e sui quali egli adatta e misura tutti i suoi piani; ma nel caso in questione egli sbaglia per un eccesso di perspicacia e insieme di superficialità. Più d’uno scolaretto ragionerebbe meglio di lui.

«Ne conoscevo uno di circa otto anni, il cui successo nell’indovinare al gioco di pari e dispari riscuoteva l’ammirazione di tutti. Questo gioco è semplice, e si gioca con le palline. Un giocatore ne tiene nel pugno qualcuna e domanda all’altro se il loro numero è pari o dispari. Se quello che deve rispondere indovina, ne vince una; se sbaglia, ne perde una.
Il ragazzo a cui io alludo vinceva tutte le palline della scuola. Naturalmente aveva un suo sistema per indovinare; e questo consisteva semplicemente nel saggiare e misurare l’astuzia del suo avversario. Per esempio, se il suo avversario è un babbeo e, alzando il pugno chiuso, domanda: “Sono pari o dispari?”, il nostro scolaro risponde: “Dispari”, e perde; ma alla seconda prova vince, perché allora egli dice a se stesso: “Questo babbeo alla prima prova ne aveva un numero pari e la sua astuzia gli basta a fargliene avere dispari alla seconda; perciò dirò: dispari”. Dice dispari e vince.

«Ora con un babbeo meno babbeo del primo, egli avrebbe ragionato così: “Questo tipo s’è accorto che prima ho detto dispari e allora, al primo impulso, si prefiggerà una semplice mani-watercolorvariazione da pari a dispari, come ha fatto il primo babbeo; ma poi rifletterà che questa è una variazione troppo semplice, e alla fine deciderà di metterne pari come prima. Perciò dirò pari”. – Dice pari e vince.
Ora questo modo di ragionamento dello scolaretto, che i suoi compagni definivano “fortuna”, in fin dei conti che cos’è?».

«È semplicemente – dissi – un’identificazione dell’intelletto del ragionatore con quello del suo avversario».
«Lo è – disse Dupin – e quand’io chiesi al ragazzo con quale mezzo egli effettuasse la perfetta identificazione in cui consisteva il suo successo, mi rispose così: “Quando voglio sapere quanto uno sia saggio o stupido, o buono o cattivo, o quali siano i suoi pensieri in quel momento, accordo l’espressione del mio volto, il più accuratamente possibile, con l’espressione del suo, e allora aspetto di vedere quali pensieri o sentimenti sorgono nella mia mente o nel mio cuore, quasi a corrispondere intimamente all’espressione”. Questa risposta dello scolaretto sta al fondo di tutta la falsa profondità che è stata attribuita a La Rochefoucauld, a La Bruyère, a Machiavelli e a Campanella».

«E l’identificazione – io dissi – dell’intelletto del ragionatore con quello del suo avversario dipende, se ho ben capito, dalla precisione con cui l’intelletto dell’avversario viene misurato».
«Certo, per il valore pratico del procedimento, questa valutazione ne è, in effetti, la condizione – rispose Dupin – e se il prefetto e quelli della sua banda si sono ripetutamente ingannati, l’errore va cercato nell’omissione di questa identificazione che non hanno nemmeno tentata, e in secondo luogo, per una valutazione inesatta, o, piuttosto per la non valutazione dell’intelligenza con cui hanno da combattere. Essi non vedono al di là dei propri ingegnosi ritrovati; e, quando cercano un oggetto nascosto, non pensano che ai mezzi di cui essi stessi si sarebbero giovati per nasconderlo. E hanno ragione a fare così, in quanto che la loro propria ingegnosità è una rappresentazione di quella della gente, degli uomini in generale.

investigatori

«Così, quando capitano dei malfattori particolari, la cui astuzia differisce dalla loro, si fanno mettere nel sacco. E questo non è difficile quando si ha un’astuzia superiore alla loro, ma anche quando la si ha inferiore. Essi non modificano mai il loro sistema d’investigazione; tutt’al più, quando sono spronati da qualche caso insolito come da qualche ricompensa straordinaria, esagerano e spingono fino all’estremo limite i loro vecchi espedienti; ma lasciano immutati i loro princìpi.
Nel caso di D.., per esempio, che cosa s’è fatto per cambiare il metodo di investigazione? A che valgono tutte quelle perforazioni, quelle ispezioni, quegli scandagli, quegli esami al microscopio, quella divisione delle superfici in sezioni numerate? Questo non è che l’esagerazione nell’applicare uno o più princìpi d’investigazione, tutti ugualmente basati su un ordine d’idee relativo all’ingegnosità umana e a cui il prefetto si è abituato nel lungo esercizio delle sue funzioni.

«Non vedete ch’egli considera come cosa dimostrata, indiscutibile, che tutti gli uomini che vogliono nascondere una lettera – se non precisamente d’un buco fatto con un succhiello nel piede d’una seggiola – si servono di qualche ripostiglio strano, singolare, la cui invenzione è stata tratta dallo stesso ordine d’idee del buco fatto col succhiello?
E non capite subito che dei nascondigli così originali non s’impiegano che in occasioni ordinarie e non s’adottano che da intelligenze ordinarie? Perché, in tutti i casi d’oggetti nascosti, questa maniera volgare e involuta di nascondere l’oggetto è, nel suo stesso principio, presumibile e presunta; e così la scoperta non dipende per nulla dalla Dupin-vestaglia-lettera-rubataperspicacia, ma semplicemente dalla cura, dalla pazienza e dalla costanza dei cercatori. Ma, quando il caso è importante o – il che è la stessa cosa per la polizia – la ricompensa è considerevole, tutte queste belle qualità falliscono invariabilmente il loro scopo.

«Spero che ora abbiate capito quel che intendevo dire quando dissi che, se la lettera fosse stata collocata nel raggio della perquisizione del nostro prefetto, se in altri termini il principio ispiratore del nascondiglio fosse stato compreso fra i princìpi del prefetto, egli l’avrebbe scoperto senza dubbio. Ma il nostro funzionario è stato completamente giocato: e la causa prima, originale, della sua disfatta, sta nell’aver egli supposto che il ministro è un pazzo perché s’è fatto un nome come poeta. Tutti i pazzi sono poeti – questa è la maniera di vedere del prefetto – e non ha sbagliato che nella falsa distribuzione del termine medio, deducendone che tutti i poeti sono pazzi.

«Ma è proprio lui il poeta? – domandai. – So che sono due fratelli e che tutt’e due si son fatti un nome nel mondo letterario. Ma il ministro, credo, ha scritto un’opera assai notevole sul calcolo differenziale ed integrale. Egli dovrebbe essere il matematico, non il poeta».
«Sbagliate, amico mio; oh, io lo conosco bene; egli è matematico e poeta. E come poeta e matematico deve aver ragionato giusto; come semplice matematico non avrebbe ragionato affatto e sarebbe caduto così nelle trappole del prefetto».
«Scusatemi – esclamai – ma qui siete smentito dall’opinione universale. Non avrete, credo, l’intenzione di sottovalutare un’idea maturata nel corso di parecchi secoli. La ragione matematica è stata sempre considerata come la ragione per eccellenza».

«Si può scommettere – replicò Dupin citando Chamfort – che ogni idea pubblica, ogni pubblica convenzione è una sciocchezza, perché è convenuta alla maggioranza. Certamente, si sa, i matematici hanno fatto del loro meglio per propagare l’errore popolare che avete tirato fuori poc’anzi, e che, benché propagato come una verità, è nondimeno un più che solenne errore.
Per esempio, con un’arte e una sottigliezza degne di miglior causa, ci hanno avvezzati ad applicare il termine analisi alle operazioni algebriche. I francesi sono stati i primi responsabili di questa, dirò così, truffa scientifica; ma, se si riconosce che i termini della lingua non hanno una reale significazione, – se le parole traggono la loro ragione e il loro valore solo dal modo con cui vengono applicate, – oh! allora concedo che la parola analisi traduce algebra, press’a poco come in latino ambitus significa “ambizione”; religio, “religione”; oppure homines honesti, la categoria delle persone onorevoli».

chiocciola-algebrica

«Povero voi! vedo che vi state impelagando in una disputa con un buon numero di professori d’algebra parigini; ma, sentiamo, continuate».
«Io, per me, contesto la validità e, quindi, i risultati di qualsiasi procedimento razionale che si avvalga di qualunque altro principio che non sia la logica astratta. E particolarmente contesto il ragionamento che proviene dallo studio delle matematiche. Che cosa sono le matematiche? Le scienze delle forme e della quantità; ed il ragionamento matematico non è altro che la logica applicata alla forma ed alla quantità.
Ora questo è il grande errore: supporre che le verità, chiamate puramente algebriche, siano delle verità, astratte o generali. Ed è così enorme quest’errore che davvero mi meraviglio assai dell’unanimità con cui lo si accoglie. Gli assiomi matematici non sono affatto assiomi generali. Quel ch’è vero d’un rapporto di forma o di quantità, spesso è un grossolano errore, se riferito alla morale, per esempio. In quest’ultima scienza succede comunissimamente che sia falso che la somma delle parti è uguale al tutto: e così nella chimica. E così anche nell’apprezzamento di una forza motrice; perché due motori, ciascuno dotato d’una data potenza, non hanno, necessariamente, quando si associno, una potenza uguale alla somma delle loro singole potenze. C’è una quantità d’altre verità matematiche che non sono verità che nei limiti del rapporto.

«Eppure il matematico, inflessibile, incorreggibile, argomenta secondo queste sue verità fisse, come se fossero d’una applicazione generale ed assoluta, – valore che, del resto, attribuisce loro la gente comune.
Bryant, nella sua notevolissima Mitologia, fa cenno di un’analoga fonte d’errori, quando dice che, quantunque nessuno creda alle favole mitiche del paganesimo, tuttavia noi usiamo tante volte trarne delle deduzioni, come se riguardassero fatti realmente Das-enigmaaccaduti. Del resto presso i nostri algebrici, che sono essi stessi dei pagani, hanno credito certe favole pagane, alle quali si presta fede, e da cui si son tratte delle lambiccate congetture, non tanto per difetto di memoria, quanto per un incomprensibile ottenebramento delle facoltà mentali.

«Insomma, per farla corta, non ho mai trovato un puro matematico su cui si potesse fare assegnamento fuorché per le sue radici e le sue equazioni; non ne ho mai conosciuto un solo che non tenesse in pectore per articolo di fede che x2 + px è assolutamente ed incondizionatamente uguale a q. Provate a dire, se vi fa piacere, a uno di quei signori che voi credete alla possibilità del caso in cui x2 + px non sia assolutamente uguale a q, e quando gli avrete fatto capire quel che volete dire, state ben attento e lesto a mettervi fuori del suo tiro, perché egli, senza dubbio, farà di tutto per accopparvi».

A quest’ultima frase non potei fare a meno di dare in una gran risata.
«Voglio dire – continuò Dupin – che se il ministro fosse stato soltanto un matematico, il prefetto non avrebbe avuto bisogno di firmarmi un assegno. Sapevo invece ch’era matematico e insieme poeta, e avevo preso le mie misure in ragione della sua capacità, e tenendo conto delle circostanze in cui s’era cacciato. Sapevo ch’era un uomo di Corte e un intrigante rotto a tutte le più spregiudicate macchinazioni. Pensai quindi che un tal uomo doveva senza dubbio essere al corrente dei metodi della polizia. Evidentemente doveva aver previsto, – e s’è visto nei fatti – le imboscate che gli sono state tese, e anche le perquisizioni segrete in casa sua. Il nostro buon prefetto era tutto contento di quelle sue frequenti assenze notturne, su cui contava moltissimo per il suo successo: ebbene, non erano altro che trucchi, quelli, stratagemmi per facilitare le libere ricerche della polizia e persuaderla, in questo modo, che la lettera non c’era in quella casa.

«Capivo che tutta la serie d’idee relative agli invariabili princìpi dell’azione poliziesca nei casi di perquisizione, – idee di cui vi ho parlato dianzi, e di cui non senza fatica ho tentato poco fa di mostrare la fallacia, – capivo, dico, che tutta quella serie d’idee era stata passata in rassegna necessariamente nella mente del ministro. E questo doveva condurlo imperativamente a sdegnare tutti i nascondigli volgari. Quell’uomo non poteva essere così ingenuo da non capire che il più complicato, il più impensato e profondo nascondiglio della sua casa non avrebbe potuto serbare il minimo segreto agli occhi, ai Escher-Poe-sferasondaggi, agli aghi e ai microscopi del prefetto.
Pensai dunque che egli aveva dovuto ricercare necessariamente la semplicità, anche se non era propriamente di suo gusto. Ricorderete senza dubbio con quali scoppi di risa il prefetto accolse quel che gli dissi la prima volta, che cioè, se il mistero lo sconcertava tanto, era forse in ragione della sua assoluta semplicità».

«Davvero. Credevo proprio gli pigliassero le convulsioni!», dissi io.
«Il mondo materiale è pieno d’analogie esatte con l’immateriale ed è questo che dà un colore di verità a quel dogma di retorica secondo cui una metafora o una similitudine, può tanto convalidare un argomento quanto abbellire una descrizione.
Per esempio, il principio della forza d’inerzia sembra avere la stessa portata nelle due nature, fisica e metafisica; è più difficile mettere in movimento un corpo grosso di uno piccolo, e la sua quantità di movimento è in proporzione di questa difficoltà. Ed ecco una proposizione analoga, altrettanto incontrovertibile: le intelligenze d’una vasta capacità – che sono insieme più impetuose, più costanti e più accidentate nel loro movimento di quelle di grado inferiore –, sono quelle che si muovono con meno agio e che, quando si mettono in moto, sono le più frastornate di esitazione. Un altro esempio: avete mai notato quali sono le insegne di botteghe che maggiormente attirano l’attenzione?».

«Per dir la verità, non ci ho mai pensato», dissi io.
«Ebbene, c’è una sorta d’indovinello che si fa con una carta geografica. Uno dei giocatori prega qualcun altro d’indovinare un dato nome, – un nome di città, di fiume, di stato o d’impero, – insomma un nome qualunque fra tutti quelli seminati nel piano frastagliato e complicato della carta. Un novizio a questo gioco pensa d’imbrogliare gli avversari dando loro da indovinare dei nomi scritti in caratteri impercettibili; ma chi se ne intende sceglie delle parole a caratteri cubitali, di quelle che si leggono da un capo all’altro della carta. Quelle parole là, come pure le insegne e i cartelloni a lettere enormi, sfuggono all’osservatore per il fatto stesso della loro eccessiva evidenza.
A questo punto si può dire che le disattenzioni materiali sono analoghe alle distrazioni d’ordine morale d’una mente che lascia sfuggire le considerazioni troppo palpabili, evidenti fino alla noia e alla banalità. Ma questo è un punto, pare, un tantino al disotto o al disopra dell’intelligenza del prefetto. Egli non ha mai creduto probabile o possibile che il ministro avesse posto la sua lettera proprio sotto il naso di tutti, come per meglio impedire che un individuo qualunque la scoprisse.

«Ma io, più riflettevo all’audace, all’originale, al brillante spirito di D…, – al fatto che aveva dovuto aver sempre il documento sottomano per farne uso immediatamente – se ce ne fosse stato bisogno, – ed a quell’altra circostanza apertamente dimostrata con l’aiuto del nostro prefetto, che cioè la lettera non era stata nascosta nei limiti d’una perquisizione ordinaria fosse anche compiuta a regola d’arte, – più mi si rafforzava la convinzione che, per nascondere la lettera, il ministro era ricorso all’espediente più ingegnoso del mondo, che era di non tentar nemmeno di nasconderla.
Forte di questa convinzione, inforcai un paio d’occhiali verdi e mi presentai un bel mattino, come per caso, dal ministro…».

(Poe, Nuovi racconti straordinari)