Foucault – L’Origine e il tempo dell’uomo

L’uomo non si scopre, se non legato a una storicità già formata: non è mai contemporaneo dell’origine – la quale, attraverso il tempo delle cose, gli si delinea sfuggendo; quando tenta di definirsi come essere vivente, l’uomo non scopre il proprio inizio che sullo sfondo d’una vita per suo conto iniziata assai prima di lui; quando tenta Raceanu-senza-tempodi recuperarsi in quanto essere al lavoro, non ne mette in luce le forme più rudimentali se non all’interno di un tempo e di uno spazio umani già istituzionalizzati, già dominati dalla società; e quando tenta di definire la propria essenza di soggetto parlante di qua da [prima di] ogni lingua effettivamente costituita, non trova altro che la possibilità del linguaggio già dispiegato, e non quel balbettio, quella prima parola a partire da cui tutte le lingue e il linguaggio stesso gli sono divenuti possibili.

È sempre sullo sfondo di un già iniziato che l’uomo può pensare ciò che vale per lui come origine. Questa, quindi, non è affatto per lui l’inizio, una sorta di primo mattino della storia, a partire dal quale si sarebbero accumulate le acquisizioni ulteriori.
L’origine è, più semplicemente, il modo in cui l’uomo in genere, l’uomo quale esso sia, si articola sul già iniziato del lavoro, della vita e del linguaggio; essa va cercata nella piega in cui l’uomo lavora, in piena ingenuità, d’un mondo elaborato da millenni, e vive nella freschezza della sua esistenza unica, recente e precaria, una vita che affonda fin nelle prime formazioni organiche, componendo in frasi mai ancora dette (anche se generazioni le hanno ripetute) parole più vecchie di ogni memoria.

In questo senso, il livello dell’originario è probabilmente, per l’uomo, ciò che gli è più vicino: ossia la superficie che egli percorre innocentemente, sempre per la prima volta, e sulla quale i suoi occhi appena aperti scoprono figure giovani come il suo sguardo, figure che al pari di lui, ma per una ragione opposta, sono prive di età: non perché sono sempre così giovani, ma perché appartengono a un tempo che non ha né le stesse sue misure né gli stessi suoi fondamenti.

Ma la tenue superficie dell’originario che affianca l’intera nostra esistenza, e non viene mai meno ad essa (neppure, soprattutto, nell’istante della morte in cui essa si scopre invece quasi a nudo), non è l’immediato d’una nascita; essa è interamente popolata dalle mediazioni complesse formate e depositate nella loro storia dal lavoro, dalla vita e dal linguaggio; di modo che in questo semplice contatto, fin dal primo oggetto manipolato, fin dalla manifestazione del più semplice bisogno, fin dallo slancio della parola più neutra, l’uomo, senza saperlo, ravviva tutte le interposizioni di quel tempo che lo domina quasi all’infinito.

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Senza saperlo, e tuttavia è necessario che ciò in qualche modo venga saputo, dal momento che proprio così gli uomini entrano in comunicazione e si trovano presi nel reticolo già allacciato dalla comprensione.
Eppure, tale sapere è limitato, diagonale, parziale poiché è da ogni parte circondato da un’immensa regione d’ombra in cui il lavoro, la vita e il linguaggio nascondono la loro verità (e la loro origine propria) a quegli stessi che parlano, vivono e sono all’opera.

L’originario, così come a partire dalla Fenomenologia dello spirito il pensiero moderno non ha cessato di descriverlo, è quindi assai diverso dalla genesi ideale che l’età classica aveva tentato di ricostituire; ma è diverso altresì (pur essendo ad essa legato in base a una correlazione fondamentale) dall’origine che si delinea, in una sorta di aldilà retrospettivo, attraverso la storicità degli esseri.

Lungi dal ricondursi, o anche soltanto dall’orientarsi a un vertice, reale o virtuale, d’identità, lungi dall’indicare il momento dello Stesso in cui la dispersione dell’Altro non è ancora entrata in gioco, l’originario nell’uomo è ciò che fin dall’inizio lo articola su qualcosa di differente da se stesso; è ciò che introduce nella sua esperienza contenuti e forme più antichi di lui e che egli stesso non domina; ciò che, vincolandolo a cronologie occhio-spiralemultiple, intrecciate, irriducibili spesso le une alle altre, lo disperde nel tempo e lo costella in mezzo alla durata delle cose.

Paradossalmente, l’originario, nell’uomo, non annuncia il tempo della sua nascita, né il nucleo più antico della sua esperienza: lo lega a ciò che non ha il suo stesso tempo, e libera in lui tutto ciò che non gli è contemporaneo, indica senza posa, e in una proliferazione sempre rinnovata, che le cose cominciarono assai prima di lui, e che per questa stessa ragione, nessuno potrebbe assegnare un’origine a lui, la cui esperienza è tutta quanta costituita e limitata da tali cose.

Tale impossibilità ha essa stessa due aspetti: significa, da una parte, che l’origine delle cose è sempre rinviata, dal momento che risale a un calendario in cui l’uomo non figura; ma significa pure, d’altra parte, che l’uomo, in contrapposizione alle cose di cui il tempo lascia scorgere la nascita scintillante nel proprio spessore, è l’essere senza origine, il «senza patria né data», quello la cui nascita non è mai accessibile per il fatto che essa non ha mai avuto «luogo».

Nell’immediato dell’originario si annuncia quindi che l’uomo è separato da quell’origine che lo renderebbe contemporaneo della propria esistenza: fra tutte le cose che nascono nel tempo e certo vi muoiono, egli è già là, e separato da ogni origine. Tanto che in lui le cose (quelle stesse che lo sovrastano) trovano il loro inizio: più che cicatrice segnata in un istante qualsiasi della durata, egli è l’apertura a partire dalla quale il tempo in genere può ricostituirsi, la durata scorrere e le cose fare la loro comparsa al momento giusto.

Se nell’ordine empirico le cose sono per lui sempre remote, inafferrabili nel loro punto zero, l’uomo si trova fondamentalmente spostato in rapporto a tale arretramento delle cose, le quali possono in tal modo, sull’immediato dell’esperienza originaria, far pesare la loro salda anteriorità.

Un compito si dà allora al pensiero: quello di contestare l’origine delle cose, ma di contestarla per fondarla, ritrovando il modo in cui si costituisce la possibilità del tempo – Jasnikowski-colonnel’origine senza origine né inizio a partire da cui tutto può prender nascita.
Un simile compito implica che venga problematizzato tutto ciò che appartiene al tempo, tutto ciò che si è formato in esso, tutto ciò che abita nel suo elemento mobile, in modo che appaia la lacerazione senza cronologia e senza storia da cui il tempo stesso proviene.

Questo sarebbe allora sospeso in un pensiero che tuttavia non gli sfugge, in quanto non è mai contemporaneo dell’origine; ma tale sospensione avrebbe il potere di rovesciare il rapporto reciproco tra origine e pensiero; tale rapporto ruoterebbe intorno a sé, e siccome l’origine diverrebbe ciò che il pensiero deve ancora e sempre nuovamente pensare, essa verrebbe promessa al pensiero in un’imminenza sempre più vicina e mai compiuta.

L’origine è allora ciò che sta tornando, la ripetizione verso cui va il pensiero, il ritorno di ciò che è sempre già cominciato, la prossimità d’una luce la quale ha illuminato da sempre.
Così, per la terza volta, l’origine si profila attraverso il tempo; ma questa volta è l’arretramento nell’avvenire, l’ingiunzione, che il pensiero riceve e fa a se stesso, di procedere a passi di colomba verso ciò che non ha cessato di renderlo possibile, di spiare davanti a sé, sulla linea, sempre retrocessa, del proprio orizzonte, l’alba da cui è scaturito e scaturisce a profusione.

(Foucault, Le parole e le cose)