Colli – Platone e la «serietà» del Filosofo

Platone inventò il dialogo come letteratura, come un particolare tipo di dialettica, di retorica scritta, che presenta in un quadro narrativo i contenuti di discussioni immaginarie a un pubblico indifferenziato. Questo nuovo genere letterario viene da Platone stesso chiamato con il nome nuovo di «filosofia». Dopo Platone questa forma Redon-assolutoscritta resterà acquisita, e anche se il genere letterario del dialogo si trasformerà nel genere del trattato, in ogni caso continuerà a chiamarsi «filosofia» l’esposizione scritta di temi astratti e razionali, magari estesi, dopo la confluenza con la retorica, a contenuti morali e politici.

E così, fino ai giorni nostri, al punto che oggi, quando si ricerca l’origine della filosofia, è estremamente difficile immaginare le condizioni preletterarie del pensiero, valide in una sfera di comunicazione soltanto orale, quelle condizioni appunto che ci hanno indotto a distinguere un’età della sapienza come origine della filosofia.

D’altra parte è lo stesso Platone che ci rende possibile il tentativo di una tale ricostruzione. Senza di lui, che pure è stato l’autore di un rivolgimento così fatale e definitivo, sarebbe assai difficile avvertire il distacco da quell’età dei sapienti e attribuire al pensiero arcaico dei Greci un’importanza maggiore di quella di una balbettante anticipazione.
I moderni si sono di solito accontentati di quest’ultima prospettiva, nonostante la significativa e limpida indicazione di Platone, quando chiama la propria letteratura «filosofia», contrapponendola alla precedente «sofia».

Su questo punto non ci sono dubbi: a più riprese Platone designa l’epoca di Eraclito, di Parmenide, di Empedocle come l’età dei «sapienti», di fronte a cui egli presenta se stesso soltanto come un filosofo, cioè come un «amante della sapienza», uno cioè che la sapienza non la possiede.
Oltre a ciò, e in riferimento preciso al valore della scrittura, ci sono due passi fondamentali in Platone, la cui importanza è decisiva ai fini di una interpretazione generale del suo pensiero e della sua posizione nella cultura greca.

Il primo passo è il mito raccontato nel Fedro sull’invenzione della scrittura da parte del dio egiziano Theuth, e sul dono di essa, destinato agli uomini, che Theuth fa al faraone Thamus.
Theuth magnifica i pregi della sua invenzione, ma il faraone ribatte che la scrittura è sì uno strumento di rammemorazione, ma puramente estrinseco, e che persino rispetto Thot-scimmiaalla memoria, intesa come capacità interiore, la scrittura risulterà dannosa. Quanto alla sapienza, la scrittura la fornirà apparente, non già veritiera. E Platone commenta il mito accusando di ingenuità chiunque pensi di tramandare per iscritto una conoscenza e un’arte, quasi che i caratteri della scrittura avessero la capacità di produrre qualcosa di solido. Si può credere che gli scritti siano animati dal pensiero: ma se qualcuno rivolge loro la parola per chiarire il loro significato, essi esprimeranno sempre una cosa sola, sempre la stessa.

Il secondo passo è contenuto nella Settima lettera. Parlando della propria vita e delle esperienze dolorose vissute alla corte del tiranno di Siracusa, Platone racconta che Dionisio II aveva preteso di divulgare in un suo scritto la presunta dottrina segreta platonica. Sulla base di questo episodio, Platone contesta in linea generale alla scrittura la possibilità di esprimere un pensiero serio, e dice letteralmente: «nessun uomo di senno oserà affidare i suoi pensieri filosofici ai discorsi e per di più a discorsi immobili, com’è il caso di quelli scritti con lettere».

Ancora più solennemente ribadisce poco oltre, ricorrendo a una citazione omerica: «Perciò appunto ogni persona seria si guarda bene dallo scrivere di cose serie per non esporle alla malevolenza e all’incomprensione degli uomini. In una parola, dopo quanto si è detto, quando si vedono opere scritte di qualcuno, siano le leggi di un legislatore o scritti di altro genere, si deve concludere che queste cose scritte non erano per l’autore la cosa più seria, se questi è veramente serio, e che queste cose più serie riposano nella sua parte più bella; ma se veramente costui pone per iscritto ciò che è frutto delle sue riflessioni, allora “è certo che” non gli dèi, ma i mortali “gli hanno tolto il senno”».

Gli interpreti moderni non hanno tenuto nel dovuto conto questi due passi platonici. Si tratta di dichiarazioni stupefacenti e sembra inevitabile trarne la conclusione che tutto il Platone a noi noto, cioè il complesso di opere scritte che sono i suoi dialoghi, e su cui si sono basati finora ogni interpretazione di questo filosofo e tutto l’enorme influsso da lui esercitato sul pensiero occidentale, tutto ciò insomma non era nulla di serio, secondo il giudizio di chi l’aveva scritto.

Ma allora tutta la filosofia posteriore, a cominciare da Aristotele, in quanto presuppone più o meno direttamente una conoscenza e una discussione degli scritti platonici, surreal-monacosarebbe anch’essa qualcosa di non serio? Questo almeno è il giudizio anticipato su di essa da parte di Platone, dato che tutta la filosofia posteriore sarà qualcosa di scritto.
Per il nostro presente scopo restano comunque due cose da conservare: anzitutto che un’interpretazione generale di Platone non può prescindere da quanto si è detto, e in secondo luogo che l’età dei sapienti va contrapposta, e in qualche modo merita di essere messa più in alto, rispetto all’età dei filosofi.

Nel periodo ateniese che segna il passaggio dall’una all’altra epoca, il personaggio di Socrate appartiene più al passato che al futuro. Nietzsche ha considerato Socrate come l’iniziatore della decadenza greca. Ma bisogna obiettargli che tale decadenza aveva già preso inizio prima di Socrate, e inoltre che costui è un decadente non a causa della sua dialettica, ma al contrario perché nella sua dialettica l’elemento morale va affermandosi a scapito di quello puramente teoretico.

Socrate è invece ancora un sapiente per la sua vita, per il suo atteggiamento di fronte alla conoscenza. Il fatto che non abbia lasciato nulla di scritto non è qualcosa di eccezionale, di consono alla stranezza e all’anomalia del suo personaggio, come si pensa tradizionalmente, ma è per contro proprio quello che ci si può attendere da un sapiente greco.
Platone dal canto suo è dominato dal demone letterario, legato al filone retorico, e da una disposizione artistica che si sovrappone all’ideale del sapiente. Egli critica la scrittura, critica l’arte, ma il suo istinto più forte è stato quello del letterato, del drammaturgo. La tradizione dialettica gli offre semplicemente il materiale da plasmare. […]

Quello che ci premeva di suggerire è che quanto precede la filosofia, il tronco per cui la tradizione usa il nome di «sapienza» e da cui esce questo virgulto presto intristito, è per noi, remotissimi discendenti – secondo una paradossale inversione dei tempi – più vitale della filosofia stessa.

(Colli, La nascita della filosofia)

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Dunque, la Filosofia non è altro che il virgulto greco che, come dice Colli, spunta da una «rimozione» della più antica Sofia. La quale Sofia – siamo pregati di continuare il ragionamento – a sua volta non dev’essere stata altro che l’eco di un ancora più arcaico Sapere, forse soltanto di un vago Sapore, dimenticato vagendo… ma così – sempre più indietro nel tempo, fin dove il salmone può risalire? C’è davvero un’Origine, una Fonte – un’arkhé, come la chiamavano i Sapienti stessi? E, se c’è, si può davvero tornare all’Inizio, e di che cosa – se non del Racconto che racconta di quando tutto ebbe inizio?

Comunque stiano le cose, è ai fili del Racconto che bisogna arrampicarsi. Se vuoi sbirciare nel Passato della Filosofia, solo il Mito ti può aprire uno squarcio sull’aldilà, sul «da dove» di ogni Presente Filosofico.
Sarà pure un paradosso, ma è Platone in persona a sostenerlo: se stiamo qui a fare filosofia, è perché la lingua con cui ci parliamo è nata «mitologica»: è nata cresciuta e pasciuta mitizzando Se Stessa, e le sue virtù «creative», le sue fascinazioni «speculative», le sue beatitudini «contemplative» fino alla più ardita delle astrazioni che sono i suoi «paradisi artificiali».

Un altro mondo, un «aldilà», il suo speciale Aldilà – il suo Altrove – questo è quanto il Racconto lascia in eredità a tutte le lingue, e non solo a quelle dei filosofi. Lascia i suoi incantesimi, i suoi trucchi, le sue metafore, e le sue algebriche alchimie. Le lascia a tutti, surreal-maschera-gessoperché il Racconto è Volgare, Popolare, nato cresciuto e pasciuto nella lingua della Piazza, nel Dialogo dello «stare assieme» di una Polis, di una Gente, di una Tribù.
Il Racconto lascia a tutti indistintamente i suoi «miti», li lascia agli Artisti, ai Filosofi e all’Uomo Qualunque.

Il Filosofo – è qui la sua specialità! – è il solo che però dice: attenti, ché nel Mito si cela una sapienza rimossa; nel fondo della lingua del nostro dialogare si nasconde una struttura-Madre delle connessioni in cui si articola, a nostra insaputa, la Dialettica, ma anche la Retorica, e perfino la Fonetica, del nostro «dire». Del nostro «costruire» frasi, del nostro «associare e dissociare» suoni e parole, a spasso tra salti, prelievi e stacchi a ogni funambolismo immaginario.
Solo il Filosofo arriva a dire questo: poiché ora lo so, non sono più il Sapiente che fui – laggiù, sul fondo [placido?] della mia anima analfabeta. Solo il Filosofo scommette sulla Sapienza della Stagione più insipida che sia mai stata vissuta: quella dell’Infanzia del Mondo.

Perciò, per favore, stiamo alla larga dalle «cose serie»! dalle questioni «adulterate», dalle mele avvelenate dei pensieri «adulti»!
Stiamo alla larga, per cominciare, dalla Serietà! Perché, che è altro è la Serietà se non il costume di scena di cui si traveste ogni pensiero «conservativo» e «timoroso» d’essere sopraffatto dall’«infantile» [rimosso]?
La persona «seria» non gioca a fare il filosofo. Per lui perfino la Filosofia è una cosa «seria», e guai a chi ci scherza sopra!
Perciò, non ci capiscono e non ci fanno capire niente, i loro «seri» professori in cattedra. Ci fanno solo sentire seriamente il freddo che li rabbrividisce nella distanza a cui, per ragioni di sicurezza, si tengono dal «dire» dei Filosofi.

Dell’Origine, dell’Arkhé – chi vuoi che si metta a chiacchierare, o nientemeno a scrivere?
È quello che ci manda a dire (sottinteso, ma non tanto) Platone: di sicuro, non una persona seria. Solo un pazzo, solo un poeta, solo un matematico o un filosofo. Solo uno degli ultimi avanzi mitologici – uno di quei bambini così «idioti» da darsi all’interpretazione di questo o quel Mito. Di consacrare la sua vita al ruolo di Interprete del Mito. Insomma: di dedicarla a sceneggiare il Dimenticato.