Deleuze – I paradossi del Passato Puro

Chissà, forse i Filosofi non sono che bambini invecchiati anzitempo, una specie di Narratori così rapidi nel concepimento del Racconto, che agli altri poi lo sanno narrare solo Warren-vecchio-fiumenavigandolo all’incontrario.
Dicesi scienza del Salmone – questo nuotare controcorrente, a ritroso: questo andare dalla Fine all’Inizio, ciascuno del suo proprio essere al mondo.
Forse è di loro, e della loro Filosofia, che si dovrebbe dire: ecco degli autentici pirati a bordo della Nave Argo – ecco, finalmente, gente che ha il coraggio, no forse la pazzia, di risalire il Fiume contromano. Ho perfino sentito dire ad alcuni di loro che vedevano il Sole sorgere a occidente.

Se è vero tutto questo, ma non lo è – se davvero però a qualche bambino può succedere di falsare la visuale fino al punto di permutare, e volentieri!, il proprio sguardo con l’occhio del Mondo, allora ecco sta’ a sentire cosa ha da dire in proposito questo strabico Deleuze che qui di seguito ti raccomando.
Non farti impressionare dal suo parlare a prima vista arcano: ha navigato nel tuo stesso mare, nell’Oceano delle scommesse umane, e dice di ricordarsi di un tempo vissuto senza memoria, di un tempo antico – del tempo della sua prima scommessa. E se ora lo vedi avventurarsi al di là delle Simplegadi, a parlare una lingua che, se va bene, parla lui e un’altra decina di persone al mondo (e per giunta: non tutte ancora in vita) – tu pensa per una volta solo a questo: che fu un Vecchio Precoce. Perciò cercava, disperatamente, la via della sua infanzia. Un uomo-salmone, te l’ho detto.

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Ma che significa passato puro, a priori, in generale o come tale? Se Matière et mémoire è un grande libro, si deve forse al fatto che Bergson è penetrato profondamente nel campo della sintesi trascendentale di un passato puro, sviluppandone tutti i paradossi costitutivi.
È vano pretendere di ricomporre il passato partendo da uno dei presenti che lo immobilizzano, sia da quello che è stato [in illo tempore, il presente antico], sia da quello in rapporto al quale è ora passato [il presente attuale]. Non è possibile credere infatti che il passato si costituisca dopo essere stato presente, né in quanto compare un nuovo orologio-piegatopresente. Se il passato dovesse attendere un nuovo presente per costituirsi come passato, l’antico presente non passerebbe mai, né il nuovo farebbe la sua comparsa.

Un presente non passerebbe mai se non fosse «nello stesso tempo» passato e presente, né mai un passato si costituirebbe, se non fosse costituito anzitutto «nello stesso tempo» in cui è stato presente.
Questo è il primo paradosso: il paradosso della contemporaneità del passato con il presente che è stato, ci dà la chiave del presente che passa, in quanto il passato è contemporaneo di sé come presente, ogni presente passa, e passa a vantaggio di un nuovo presente.

Da ciò deriva un secondo paradosso, il paradosso della coesistenza. Difatti se ogni passato è contemporaneo del presente che è stato, tutto il passato coesiste col nuovo presente in rapporto al quale è ora passato. Il passato non è «in» questo secondo presente, più di quanto non sia «dopo» il primo. Donde l’idea bergsoniana che ogni presente attuale non è se non l’intero passato nel suo stato più contratto.

Il passato che non fa passare uno dei presenti senza far succedere l’altro, non passa e non succede, e per questo, anziché essere una dimensione del tempo, è la sintesi del tempo di cui il presente e il futuro sono soltanto le dimensioni. Non si può dire che era, che non esiste più, che non esiste, ma si deve dire che insiste, consiste, è. Insiste con l’antico presente, consiste con l’attuale o il nuovo, in quanto è l’«in sé» del tempo come fondamento ultimo del passaggio, e in tal senso forma un elemento puro, generale, a priori, di ogni [rappresentazione minimamente cosciente del] tempo.

In effetti, quando si dice che il passato è contemporaneo del presente che è stato, si parla necessariamente di un passato che non fu mai presente, poiché non si forma «dopo».
Il modo di essere contemporaneo di sé come presente, è di porsi già-qui, presupposto dal presente che passa, e che lo fa passare. Il suo modo di coesistere col nuovo presente, è di porsi in sé, conservandosi in sé, presupposto dal nuovo presente che non succede che contraendolo.

paradosso-contemporaneo

Il paradosso della preesistenza completa dunque gli altri due: ogni passato è contemporaneo del presente che è stato, tutto il passato coesiste con il presente in rapporto al quale è passato, ma l’elemento puro del passato in generale preesiste al presente che passa.
Sono questi i tre paradossi di cui tratta il capitolo III di Matière et mémoire. Sotto questi tre aspetti, Bergson oppone il passato puro o puro ricordo che è senza avere esistenza psicologica, alla rappresentazione, vale a dire alla realtà psicologica dell’immagine-ricordo.

Vi è dunque un elemento sostanziale del tempo (un passato che non fu mai presente) che svolge la funzione di fondamento senza essere per sé rappresentato. Rappresentato, invece, è sempre il presente, come antico o attuale, mentre attraverso il passato puro il tempo si dispiega nella rappresentazione.
Sicché: la sintesi passiva trascendentale si fonda su questo passato puro, dal triplice punto di vista della contemporaneità, della coesistenza e della preesistenza. La sintesi attiva viceversa è la rappresentazione del presente, sotto il duplice aspetto della riproduzione dell’antico e della riflessione del nuovo. La prima è fondata dalla seconda, e se il nuovo presente dispone sempre di una dimensione supplementare, ciò si deve al fatto che si riflette nell’elemento del passato puro in generale, mentre l’antico presente è soltanto riguardato come particolare attraverso tale elemento.

(Deleuze, Differenza e ripetizione)

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Insomma, i tre paradossi del Passato Puro dicono che esso è: a) contemporaneo a ogni nostro Presente; b) insistente a dispetto della nostra coscienza; c) preesistente alla nostra donna-orologiprima percezione, al primo barlume di coscienza.
Questo Passato Puro è la Sintesi Passiva Trascendentale – la Grande Mediatrice tra le ancestrali «sintesi passive» dei nostri primissimi tempi (quelli del «balbettio d’infante», per intenderci) e le successive «sintesi attive» in cui (a cominciare dal primo sorriso, dal primo segno che mandiamo al mondo) sopravvengono memoria e intelligenza.
Il Passato Puro è la loro cerniera.

Il modo suo d’essere contemporaneo al Presente è possibile a una condizione: che quel Passato non sia mai stato Presente, mai cosciente della sua presenza in un «qui e ora», e non ancora capace di produrre altro che il suo Passare smemorato. Se avesse già avuto una rappresentazione del tempo che passa, già un’idea del Fiume che scorre, o meglio: del Fiume in cui viaggiava, nonché della Piroga a bordo della quale faceva il vagabondo, non sarebbe «puro».
A renderlo «impuro» è la rappresentazione che ce ne facciamo «dopo» che è passato: passato a quel modo che abbiamo detto, cioè inconscio d’essere (o d’essere mai stato) presente.

Passato, dunque, che passava dritto nel dimenticatoio. Passato che scorreva … nel Lete.
A quei tempi il Vagabondo aveva già una terra su cui vagare – era la terra emersa assieme al suo primo vagito … perché sì, è in quei tempi remoti, in quei primissimi giorni che sia Bergson che Deleuze stanno tentando di farci penetrare con la loro idea di Passato Puro.
Tempi furono quelli, come dice Deleuze, di «sintesi passive», tempi di pathos – ma di un pathos senza logos, di un pathos, ci tiene a precisare Bergson, senza l’anima di un «io» che già se ne prendesse il fardello, che già s’incaricasse di nominarlo e di rappresentarlo. Tempi di patire e insieme di passare dritto nella gola di ghùl del dimenticatoio. Tempi senza memoria, senza intelligenza – senza gli attrezzi per fabbricarci delle «sintesi attive». E dunque: senza nessuna idea del Tempo, senza nessuna misura della distanza dalla sorgente alla foce del Fiume. Senza monti né valli – senza vicinanze né lontananze – ma soprattutto senza assenti né presenti. Tempi dormiti «in dio». Tempi angelici. Gli aborigeni australiani ne favoleggiano come l’Età del Sogno.

tunnel-tempo

In quanto poi al secondo paradosso, cioè al modo di insistere del Passato Puro nel nuovo presente [in questo Presente conscio del suo proprio passare che è, insomma, il Secondogenito, il Minore dei due Demiurghi], è di porsi in sé, di conservarsi in sé, come a dire: il Passato Puro ha un modo tutto proprio di passare, di articolare le proprie connessioni «patetiche», di muoversi e di spostarsi nella Terra (Pura) di queste molteplici innumerevoli connessioni (pura perché, come detto, ancora immune da memoria e intelligenza) – un modo suo proprio di vagare (alla cieca, diciamo noi da qui, da quest’altra parte delle Simplegadi), un suo proprio errare a caso nel campo dei suoi «patemi» (o «sintesi passive»).

Gli succede questo … e poi questo … e questo … e Lui passa – tutto scorre, e il Paese in cui questo Lete scorre è la Terra della Fondazione, la Terra in cui poi sorgerà l’anima di un «io». Sorgerà, beninteso, solo quando e a condizione che vi sia gettato il seme di un «fondamento».
Questo seme, questo Fondamento – a gettarlo sarà proprio il Passato Puro «cadendo dalle nuvole», di colpo piovendo sulla Valle di Fondazione dalla cima di una Montagna, o dallo tre-tempizenit del Mondo, da un Mezzogiorno Eterno, o dalle eternamente Oscure Lande Iperboree.

Dulcis in fundo, il terzo paradosso: quello della preesistenza che, in tanto completa gli altri due, in quanto ne è già implicito.
Il paradosso è che il Passato Puro «passa», succede, accade prima del Presente che passa, prima cioè del Presente che, passando, sa di passare. Il Passato Puro invece passa senza saperlo. E questa sua ignoranza, questa sua abitudine a dimenticare quel che passa – bada bene – è la Terra, la materia bassa, umile, sporca e immonda di cui si nutre la radice di ogni «sapienza». È la Terra dove germoglierà il primo seme, il Fondamento del nostro Presente: del Presente che sa di passare. E che, se è perspicace, sa pure di essere solo una delle due dimensioni – dei due Scogli Cozzanti – che serrano la Porta del Passato. Nient’altro che la «derivata prima» della Funzione del Passato che trascende ogni coscienza, e dunque ogni psicologia. L’altro battente della Porta, la «derivata seconda» è il Futuro. Da bambini, addirittura l’ansia di futuro.