Yabarana – Origine del giorno e della notte

All’origine dei tempi, di esseri umani non esisteva che una coppia solitaria. Quell’uomo e quella donna avevano un corpo diverso dal nostro: terminava cioè al basso ventre ed era anguillaprivo degli arti inferiori.
Essi mangiavano con la bocca ed eliminavano attraverso la trachea, all’altezza del pomo d’Adamo. Dai loro escrementi nacquero i gimnoti.

Oltre a questi due esseri umani, ai quali la loro stessa costituzione anatomica impediva la riproduzione, sulla terra c’erano anche due fratelli dotati di poteri soprannaturali. Il maggiore si chiamava Mayowoca, il minore Ochi.
Un giorno Mayowoca andò alla ricerca del fratello, che si era smarrito nel corso di una delle sue numerose spedizioni. Ed ecco: sorprese l’uomo-tronco che pescava in riva al fiume, proprio nel momento in cui catturava un magnifico pesce piranha vivo e guizzante. La preda stava per essere uccisa, quando Mayowoca riconobbe in essa il fratello, che si era mutato in pesce per rubare l’amo d’oro del pescatore.

Mayowoca si mutò subito in avvoltoio, attaccò l’uomo-tronco e gli coprì di sterco la mazza. Ochi ne approfittò per saltare in acqua. Il fratello maggiore prese allora la forma di un uccello-mosca e portò via l’amo.
Ritornato poi al suo aspetto primitivo, avviò una serrata discussione con l’uomo per farsi dare una cesta misteriosa da cui uscivano canti d’uccello. L’uomo-tronco era, infatti, riuscito a catturare l’uccello-sole.
Bisogna intanto dire che a quell’epoca, il sole stava immobile e splendente sempre allo zenit. Il giorno e la notte erano sconosciuti.

piranha-allamato

Ma l’uomo scorse il suo amo d’oro attaccato alla parte laterale della testa di Mayowoca, dove ora si trova l’orecchio. Furioso per essere stato derubato, rifiutò dunque tutte le proposte riguardo alla cesta.
Mayowoca gli fece allora l’offerta suprema: «Vedo – disse – che ti manca metà del corpo. Non hai piedi per camminare e ti trascini con un bastone. In cambio dell’uccello-sole ti darò un paio di piedi, così potrai agevolmente andare per tutto il mondo».
L’uomo-tronco durava tanta fatica a spostarsi che accettò il cambio, a patto, però, che anche sua moglie ottenesse lo stesso favore.

Mayowoca chiamò la donna e si mise al lavoro. A forza di massaggi e di modellature in terracotta, completò le parti mancanti. L’uomo e la donna saltarono sui loro nuovi piedi e cominciarono a camminare con prudenza.
Da allora gli esseri umani non solo poterono viaggiare, ma acquisirono anche la facoltà di riprodursi.

Nel consegnare la cesta a Mayowoca, l’uomo si raccomandò di non aprirla mai, altrimenti il sole sarebbe fuggito e non sarebbe stato più possibile ritrovarlo. La gabbia, poi, era così preziosa che il suo proprietario non avrebbe dovuto mai mostrarla e tanto uccello-gabbiameno affidarla a nessuno.

Il demiurgo Mayowoca se ne andò tutto contento, con la gabbia in equilibrio sulle palme aperte e congiunte. Non si stancava mai di ascoltare il meraviglioso canto dell’uccello-sole.
Mentre camminava con circospezione, incontrò suo fratello Ochi, ancora che si stava lavando le ferite ricevute quando era un pesce (la testa del piranha ne conserva ancora le tracce sotto forma di striature nere).
Continuarono insieme il cammino e s’inoltrarono nella foresta.

Siccome avevano fame, si fermarono quasi subito ai piedi di un albero carico di frutti, e Mayowoca pregò il fratello di arrampicarvisi. Ma quello aveva notato la cesta e il misterioso canto che ne usciva, e quindi colse il pretesto che si sentiva debole per rimanere a terra. Che andasse Mayowoca a raccogliere i frutti.
Appena il fratello maggiore fu nascosto dal fogliame, Ochi, nonostante le sue raccomandazioni, aprì la cesta. L’uccello-sole volò via, il suo canto armonioso divenne di colpo un grido orribile, le nubi si addensarono, il sole scomparve e la terra intera fu oscurata da una notte nera come il carbone. Per dodici giorni cadde senza posa una pioggia torrenziale e ricoprì il suolo con un’acqua sporca, nera, fredda e fetida …

I due esseri umani rischiarono di morire. Li salvò una collina non ancora sommersa. Non c’era uccello che cantasse, né bestia che ruggisse. Non si sentiva altro che il vento che urlava, le frustate delle raffiche di pioggia e, fra le acque e il cielo ancora più nero, la debole voce di Ochi che lamentava la propria colpa, rannicchiato in cima a una montagna.
Mayowoca non lo poteva sentire perché si era trasformato in pipistrello e volava altissimo nel cielo, accecato dalle tenebre e stordito dalla tormenta.
Ochi si fece un giaciglio di terra e creò intorno ogni sorta di quadrupedi per nutrirsi. Con lo stesso intento, Mayowoca creò più in alto, al di sopra della tempesta, gli uccelli e le scimmie.

Passarono gli anni. Finalmente, Mayowoca mandò l’uccello /conoto/ in cerca del sole. L’astro non era però allo zenit quando l’uccello ci arrivò sfinito, tanto che era giunto fin là planando e seguendo la direzione del vento, che l’aveva trascinato fino all’estremità della terra.
Miracolo! Il sole era laggiù, simile a una palla infuocata. Infatti, stanco di stare chiuso in pipistrello-vologabbia, l’astro era fuggito dallo zenit e correva ormai da un capo all’altro del mondo, ma senza potere sfuggire al di là di esso.

Apparve così l’alternanza del giorno e della notte. Di notte gli uomini non possono vedere il sole perché viaggia al di sotto della terra piatta; la mattina esso risorge all’estremità opposta.
Per non bruciarsi, l’uccello /conoto/ afferrò l’astro aiutandosi con un fiocco di nubi lanuginoso e lo gettò verso la terra. Il pacco fu ricevuto da una scimmia bianca che lo aprì filo a filo e rimise l’uccello-sole nella gabbia.

Il sole salì di nuovo allo zenit e si fermò là per un istante. Allora Mayowoca interpellò il fratello e gli disse che ormai essi avrebbero vissuto separati: Ochi a est, e lui a ovest, e in mezzo a loro la terra ostile.
Mayowoca si mise poi a organizzare il mondo, che il diluvio aveva reso inabitabile. Con la sola forza del suo pensiero, fece crescere gli alberi, scorrere i fiumi, nascere gli animali. Dischiuse una montagna, dalla quale uscì una nuova umanità a cui egli insegnò le arti della civiltà, le cerimonie religiose e la preparazione delle bevande fermentate che permettono di comunicare col cielo. [Gli nacque un figlio che un orco volle divorare]. Infine salì fino alle nubi da un luogo dove si possono ancora osservare le orme dei suoi piedi.

Così fu creato il terzo mondo. Il primo era stato distrutto dal fuoco per punire gli uomini, che allora praticavano l’incesto. Il secondo mondo perì nel diluvio, a causa dell’imprudenza di Ochi con l’uccello-sole. Il terzo finirà per mano dei /mawari/, che sono Spiriti malefici al servizio del demone /ucara/. Il quarto mondo sarà quello di Mayowoca, e in esso le anime degli uomini e di tutte le altre creature godranno di una felicità eterna.

***

Exif_JPEG_PICTURE

Benché lunga, questa versione tardiva rimane certamente incompleta, perché l’informatore enumera alla fine episodi che non ha raccontato, ma che dovrebbero situarsi semmai all’inizio. Inoltre non si sa bene quel che accadde della prima coppia durante e dopo il diluvio, né perché l’uccello-sole dovette ritornare nella gabbia dopo aver instaurato, con la sua evasione, l’alternarsi regolare del giorno e della notte.
Nonostante queste incertezze, la somiglianza dei nomi dei demiurghi con quelli di un altro mito può tuttavia qui esserci d’aiuto.

***


 

Tamanac – Le figlie costrette al matrimonio

Amalivaca, capostipite dei Tamanac, arrivò sulla terra al tempo della grande alluvione che aveva fatto annegare tutti gli Indios, esclusi un uomo e una donna che si erano rifugiati sulla sommità d’una montagna.
Il demiurgo, viaggiando in barca, incise le figure della luna e del sole sulla Roccia dipinta dell’Encamarada.

Egli aveva un fratello chiamato Wochi e, insieme, essi modellarono la superficie della terra; tuttavia, nonostante i loro sforzi, non riuscirono a fare dell’Orinoco un fiume a doppia direzione.
Amalivaca ebbe delle figlie che presentavano una spiccata propensione per i viaggi. Perciò egli spezzò loro le gambe per renderle sedentarie e per obbligare a popolare la terra dei Tamanac.

***

Danby-diluvio-green

Dunque: entrambi i miti infliggono ai rispettivi demiurghi la prova di un diluvio che distrugge l’umanità, e affidano loro la riorganizzazione dell’universo, il che ci spinge a trattare come sequenze invertite i due episodi della coppia primitiva senza gambe e delle figlie del demiurgo con le gambe spezzate.
Amalivaca ha spezzato le gambe delle figlie per impedire che viaggiassero di qua e di là, e per costringerle a restare al loro posto, affinché la loro capacità di procreare, certo sprecata in avventure esotiche, fosse invece riservata al compito di generare i soli Tamanac.
Viceversa, Mayowoca fornisce di gambe una coppia primitiva, sedentaria per necessità, perché essa possa al tempo stesso spostarsi in ogni direzione e procreare.

Nel mito Tamanac il sole e la luna sono fissi o, più esattamente, è la loro figurazione congiunta sotto forma di incisioni rupestri che calibra definitivamente la distanza moderata che li separa e la prossimità relativa che li unisce.
Ma, se la roccia è immobile, il fiume che bagna i suoi piedi avrebbe dovuto, supponendo una creazione perfetta, scorrere nei due sensi, rendendo così uguali il tragitto dell’andata e quello del ritorno.

Chi ha viaggiato in piroga sa bene che la navigazione, della durata di qualche ora verso valle, può richiedere parecchi giorni quando viene effettuata verso monte. Un fiume che scorra in duplice direzione corrisponde dunque, in termini spaziali, alla ricerca, in termini temporali, di un buon equilibrio fra le rispettive durate del giorno e della notte, incisioni-rupestriche una giusta distanza fra la luna e il sole, calibrata sotto forma di incisioni rupestri, dovrebbe promettere di ottenere.
Di conseguenza, il mito Tamanac usa lo stesso metodo sul piano astronomico e sul piano sociologico: mette a giusta distanza una volta per tutte, ma immobilizzandoli, l’astro diurno e l’astro notturno, l’uomo e la donna; ed è il fiume che si sposta. Il mito Yabarana segue un cammino simmetrico ma inverso: all’origine il sole occupava una posizione fissa allo zenit e la coppia primordiale non si poteva muovere. Considerata sotto l’aspetto positivo e sotto l’aspetto negativo, l’opera della creazione consiste ogni volta nel renderli mobili.

Nel nostro mito non si parla di un viaggio in piroga né della sua espressione invertita presente in quello Tamanac sotto forma di un fiume che dovrebbe avere una duplice direzione e che dovrebbe neutralizzare, se così possiamo dire, la disparità temporale dell’andata e del ritorno.
A queste sequenze fluviali il mito Yabarana ne sostituisce un’altra di identica ispirazione: la pesca, da parte dell’uomo-tronco, del demiurgo minore che si era mutato in pesce piranha per rubargli l’amo.

Questa sequenza rimanda direttamente al mito di Monmaneki, punto di partenza della nostra indagine, in cui il pesce piranha serve da pretesto all’eroe per staccarsi da una donna-tronco (che è anche una donna-rampone), mentre qui esso serve da pretesto all’eroe per attaccarsi l’amo (≡ rampone) di un uomo-tronco.
Ma c’è di più. Infatti, la sequenza fluviale che potrebbe sembrare puramente aneddotica, riceve il suo pieno significato dalla mitologia tupi-guaranì in cui essa appare frequentemente. Del resto, anche la distruzione del mondo come punizione dell’incesto (ma con un diluvio anziché con una conflagrazione) appartiene a questa mitologia.

I due demiurghi dei Guaranì meridionali sono il sole e la luna; durante i loro lavori, essi si tramutano in pesci per rubare l’amo a uno Spirito malefico e cannibale. Il più giovane dei demiurghi, poco esperto, è preda dell’orco, che lo divora sotto gli occhi atterriti del Spence-eclissi-lunarefratello. Quest’ultimo però si preoccupa di raccogliere le lische, con le quali restituisce la vita al fratello.
Il caso del demiurgo divorato e poi risorto si perpetua nelle fasi e nelle eclissi della luna, la quale, d’altronde, si è coperta di macchie nel corso di una tresca incestuosa con la zia paterna.
Da allora, quando cade la pioggia, ciò avviene perché la luna si lava per cancellare quei segni. Anche le eclissi di sole risalgono alle lotte del maggiore dei demiurghi con l’orco.

Conosciamo numerose varianti della cosmologia tupi-guaranì che sono sufficienti per colmare le lacune della codificazione astronomica del nostro mito, la cui configurazione sociologica è resa più chiara dal mito Tamanac.
Non c’è dubbio che i Tupi e i Guaranì identificano i gemelli mitici col Sole e la Luna. A questo riguardo, essi differiscono dagli Yabarana, che fanno del Sole un uccello e raccontano l’episodio dell’orco divoratore in termini tali da lasciar supporre che il figlio di Mayowoca personifichi la Luna.

La separazione dei demiurghi in direzione d’oriente e d’occidente li rende semmai affini all’arcobaleno, fenomeno meteorico che gli indigeni dell’America equatoriale sdoppiano frequentemente in superiore e inferiore (il che corrisponde alla posizione dei demiurghi durante il diluvio), o in orientale e occidentale, come avviene alla fine del mito.
Di questi due arcobaleni abbiamo già citato un mito dei Katawishi, secondo il quale guardare Mawali, l’arcobaleno d’occidente, significa condannarsi a diventare molle, pigro e sfortunato nella caccia e nella pesca, guardare invece Tini, l’arcobaleno d’oriente, rende l’uomo talmente inetto che non può fare un passo senza inciampare e straziarsi i piedi. […]

Marko-arcobaleno

Come i dioscuri Yabarana e Tamanac, anche quelli dei Katawishi provocano un diluvio distruttore dell’umanità e possiedono idee ben chiare sul comportamento che conviene alle ragazze.
I dioscuri Tamanac rendono sedentarie delle donne vagabonde perché restino a formare una coppia, i dioscuri Yabarana fanno il contrario per un duplice verso: rendono vagabonda una coppia sedentaria formata da marito e moglie.
Dal canto loro, i dioscuri Katawishi hanno a che fare con due specie di donne: le amazzoni che sono anch’esse vagabonde in quanto sfuggono loro, e due compatriote che salvano dal diluvio per farne le loro compagne: queste diventano dunque sedentarie.

Infine, i rapporti futuri dell’umanità con i demiurghi sono descritti, sul piano delle virtù morali, in maniera simmetrica a quella che permette agli altri miti di opporre il matrimonio vicino e il matrimonio lontano.
Fissare con lo sguardo uno degli arcobaleni rende molli, pigri, sfortunati nella caccia e nella pesca, cioè provoca carenze analoghe a quelle che gli altri miti pongono all’origine dell’incesto. Fissare l’altro arcobaleno provoca incidenti, come cadute e ferite, che sono l’abituale punizione di un comportamento imprudente e avventuroso. Alla codificazione sociologica e a quella astronomica viene così ad aggiungersene una morale.
Non saremo perciò sorpresi di ritrovare nella stessa regione, ma questa volta presso i Carib, una quarta codificazione, di ispirazione anatomica, che si era già imposta alla nostra attenzione.

***

Waiwai – Il primo coito

All’origine dei tempi, una donna-testuggine incinta, che aveva smarrito la strada, si volle rifugiare presso un giaguaro. Questi la uccise e la mangiò, risparmiando però le uova che De-Chirico-sposiportava nel ventre e da cui nacquero due bambini, Mawari e Washi. Essi furono allevati da una vecchia.
Quando furono grandi, diventarono barbuti e pelosi, ma non avevano il pene perché, a quel tempo, tali organi esistevano sotto forma di pianticelle che crescevano nella foresta.

Un uccello li informò del fatto, e un giorno essi leccarono queste piante e si addormentarono.
Durante il sonno a ciascuno spuntò un enorme pene. Mossi da un appetito ignoto, essi cercarono di copulare con una lontra, che spiegò loro come dovevano fare per pescare delle vere donne. Queste però sconsigliarono ai dioscuri di fare all’amore con loro, perché possedevano vagine dentate.
Washi, troppo frettoloso, rischiò di morire, ma il suo pene amputato acquistò così una dimensione normale. Mawari preferì somministrare prima alla moglie alcune droghe magiche, per distruggere i denti di piranha della sua vagina.

***

Dall’assenza di pene, che rende impossibile anche il matrimonio vicino, si passa dunque all’acquisizione di un pene di lunghezza ragionevole, attraverso la tappa intermedia di un pene troppo lungo che potrebbe servire solo a un matrimonio lontano.
Il mito Waiwai esprime così, in termini anatomici, ciò che alcuni miti dicono in termini sociologici o astronomici, mentre altri miti usano due o tre codici alla volta. In tutti i casi, ogni mito è definibile secondo l’itinerario che esso sceglie di percorrere attraverso i registri di un campo semantico globale che condivide con gli altri.

(Lévi-Strauss, Le origini delle buone maniere a tavola)