Lévi-Strauss – Tra il troppo vicino e il troppo lontano

[Nel mito Warrau] dalla saggezza di Waiamari [che rifiuta tanto la sposa troppo vicina, la zia, quanto la sposa troppo lontana, la bella Assawako] consegue la trasformazione del vecchio zio Okohi in luce e calore benefico.
Sembra dunque che, come i Mundurucu, i Warrau distinguano il sole visibile dal sole reale, che è una divinità personificata. I Bororo fanno la stessa distinzione e potremmo sole-pesci-volanticitare altri esempi, ma quello dei Mundurucu riveste un interesse particolare. Per loro, questa prima distinzione tra sole reale e sole visibile si accompagna a un’altra distinzione, latente nel mito Warrau, fra il sole d’estate «caldo e luminoso» e il sole d’inverno «oscuro e velato dietro le nubi».

La trasformazione del vecchio Okohi presenta dunque un duplice aspetto: da sole trascendente in sole immanente, e da aperiodico in periodico. E non basta.
Roth osserva che la parola Warrau /okohi/ designa il momento più caldo della giornata e si riferisce al potere calorifico del sole, distinto dalla sua luminosità. Infatti, la luna e il sole possiedono in comune il potere di illuminare, ma soltanto il secondo è capace anche di riscaldare. Da qui l’inclusione, per noi strana, del sole in una più vasta categoria di astri, di cui rappresenta un caso particolare.

Sappiamo che diverse lingue nordamericane e sudamericane indicano il sole e la luna con la stessa parola, precisata, quando è necessario, da un determinante: astro «di giorno» o «di notte». I Warrau, che possiedono termini distinti, subordinano ugualmente il sole alla luna: quest’ultima «contiene» il sole.
Questo primato logico attribuito alla luna rispetto al sole si ritrova presso svariate popolazioni. I Surára, che fanno della luna il loro demiurgo, attribuiscono poca importanza al sole perché, dicono, l’astro del giorno è solo in cielo, mentre l’astro della notte gode della compagnia di innumerevoli stelle che gli sono strettamente associate.

Sempre grazie al loro numero, anche le montagne occupano nella gerarchia delle divinità un posto che viene subito dopo quello della luna, nei confronti della quale esse rivestono la funzione di mediatrici.
Questa maniera di concepire il cielo in cui, come dice il poeta «il giorno prepara una solitudine immensa come per servire da accampamento all’esercito degli astri che la notte in silenzio vi conduce» (Chateaubriand), fa spicco anche nei miti Cashinawa [sull’origine della luna]; certi vocabolari la documentano molto più a sud, per esempio presso i Guaranì meridionali, che formano il termine che designa le stelle /yacitata/ partendo da /yaci/ «luna» e da /tata/ «fuoco».

Carrington-barca-stelle

I Cubeo del Rio Vaupès applicano la stessa parola /avya/ a entrambi i corpi celesti. Ma è sulla luna e non sul sole che concentrano il loro interesse: «essi dicono che il sole non è altro che la luna che dispensa la luce e il calore durante il giorno … Ma l’aspetto solare di /avya/ non ha valore antropomorfico. Se per i Cubeo la luna è più importante del sole, ciò si deve al fatto che la notte rappresenta per loro il periodo sacro. Quasi tutte le cerimonie sono notturne, mentre il giorno è riservato al lavoro» (Goldman).

Gli Sherenté dell’altopiano centrale chiamano il sole /bdu/ e la luna /wa/, ma invece del primo termine usano più volentieri /sdakro/ che significa «luce, calore solare».
Nonostante la distanza che li separa, l’atteggiamento dei Toba del Chaco somiglia curiosamente a quello dei Cubeo: «Sulla luna si concentra l’attenzione dei vecchi …». Essi dicono che la luna è «nostro fratello e cugino». Le fasi della luna raffigurano le età della vita umana. La tradizione parla del benevolo vecchio-luna che viene assassinato, ma che risuscita immediatamente. La luna nuova è una luna-bambina, la luna piena è una vecchia-luna, il primo quarto un «omino», l’ultimo un «moribondo»…

Gli Emok descrivono il sole /nala/ sotto due aspetti: /lidaga/ «luminoso» e /n:tap/ «che riscalda».
«Nelle tradizioni mitiche il sole non ha una funzione importante» (Susnik). Per i Toba, Alromeadheen-lampadinacome per i Cubeo, la luna è di sesso maschile: un dio defloratore delle vergini, responsabile delle mestruazioni.

Queste indicazioni sparse dimostrano come potrebbe essere interessante, sia per il Nordamerica sia per il Sudamerica, disegnare la carta di distribuzione di questa ideologia complessa e ricorrente, secondo la quale la luna ha la priorità sul sole, che appare semmai come il suo modo diurno e meteorologico e il cui concetto ha al tempo stesso una intensione più ricca (infatti, oltre a illuminare, il sole riscalda), ma un’estensione minore.
Essa spiega in ogni modo come nei nostri miti il sole, che è il partner più rispettabile o più efficiente, occupi nella piroga il posto a poppa che è, come abbiamo visto, quello delle donne e dei vecchi, cioè del termine più debolmente marcato. E se nel mito Arekuna il vecchio stava dapprima a prua, presto si rassegna a cedere il posto al più giovane.

Ci accorgiamo dunque che i miti di cui abbiamo costituito il gruppo aggiungono una dimensione astronomica alle altre che abbiamo già indicato, cioè quella tecnico-economica, quella sociologica e quella stagionale.
Queste dimensioni formano altrettanti sistemi di riferimento incastrati gli uni negli altri ad immagine, se così possiamo dire, di un bulbo vegetale: alla sua sommità il tema del matrimonio ragionevole [ben misurato], né troppo lontano né troppo vicino, che i miti lasciano allo stato virtuale (forse perché lo giudicano utopistico), segna la direzione che prenderebbe un improbabile stelo se la pianta potesse germogliare.

Nel diagramma della figura il lettore potrà, se lo desidera, isolare i percorsi corrispondenti a ciascuno dei miti che abbiamo preso in considerazione, e constaterà allora che il mito di Monmaneki delinea il reticolato più complesso, poiché collega matrimoni troppo lontani e un matrimonio troppo vicino, la lordura contigua, la pesca diabolica (che esso perde) e la pesca periodica (che esso ottiene).
Questa ricchezza giustifica retrospettivamente il fatto che l’abbiamo scelto perché ci servisse da filo conduttore per il nostro assunto.

fig10

[Le scritte non sono chiaramente leggibili. Ai poli dell’asse verticale, abbiamo in basso «Periodicità della vita umana» e in alto «Matrimonio ben misurato»; i due «medi» verticali sono «pesca periodica» e, più su, «calore benefico».
In quanto alle linee orizzontali, esse vanno, a partire dal basso, da quella compresa tra «matrimonio troppo vicino» e «matrimonio troppo lontano»; a quella tra la «lordura contigua: freddo» e la «lordura lontana: calore (eccessivo) aggiunto»; e infine quella tra la «pesca diabolica» la «pesca angelica»].

Noteremo tuttavia che la forma simmetrica data al diagramma per renderlo più leggibile non rispetta perfettamente il messaggio dei miti. Dalle due parti dell’asse verticale, composto da termini che uniscono forme di periodicità in equilibrio, si distribuiscono forme aperiodiche. Ma, mente quelle che si trovano a destra nel diagramma sono aperiodiche per eccesso, quelle che si trovano a sinistra sono aperiodiche per difetto. Le une risultano da una eccessiva distanza (anche il calore troppo forte, risultante dal fatto che l’eroe spinge troppo lontano il suo viaggio col sole), le altre da una eccessiva vicinanza.
Una rappresentazione più fedele della struttura mitica deformerebbe quindi il diagramma nel modo che abbiamo abbozzato nella figura in basso a destra.

(Lévi-Strauss, Le origini delle buone maniere a tavola)

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sole-alchemico

Il lettore, se lo desidera, potrà isolare i percorsi …
È giunto il momento di azzardarci ad errare anche noi sui «percorsi» del Racconto, così come Lévi-Strauss li ha ridisegnati dai miti sudamericani – il momento di prendere confidenza con lo Stradario della Città della Parola Umana, così come essa da sé si narra e, narrandosi, prende forma e si struttura nei miti sudamericani.
Se possiamo percorrere anche noi questi «percorsi dialettici», è perché essi ci «parlano» in bocca anche a nostra insaputa. È perché la Lingua della Macchina Narrativa, come intuì Aristotele, ci obbliga alla sua «topologia», e ci situa in una sua «situazione». È perché una qualunque proposizione può essere riprodotta su una Retta (la Via del Discorso, la Via di Polifemo), e qui segmentata tra due estremi che si contraddicono e si escludono a vicenda.
E allora, su, erriamo anche noi su questi «binari», ché non c’è altro modo di essere introdotti là dove già, a nostra insaputa, siamo.

Siamo per es. (è l’esempio suggerito dalla linea orizzontale in base del diagramma di Lévi-Strauss) tra il «troppo vicino» e il «troppo lontano»: siamo per es. nel Fiume del Racconto, e dobbiamo tirare a indovinare a che punto, in quale dove virtuale, simbolico, verbale, siamo, in quale ansa del non-dove reale, in quale anfratto del «tutto scorre», la Dulac-Sindbad-veglioParola col suo gioco del pari e dispari ci ha dislocati. E da qui, come consiglia Aristotele, per orientarci, dobbiamo solo ragionarci un po’ sopra.

Abbiamo insistito fin qui sulla figura del Corpo Dimezzato. Figura che il Mito stesso ci ha riproposto in tutte le salse: il Cieco e (sulle sue spalle) il Paralitico, l’Ambulante e (a suo carico) il Veggente, nonché il Gatto e la Volpe, ma anche i Signori di Xibalbá e i bambini che giocano al piano di sopra
Basta con l’elenco! È venuto il momento di collaudarla topologica mente questa Diade, di cui tanto il Numeratore che il Denominatore sono aperiodici. Presi per sé e finché non si mettono l’uno sulle spalle dell’altro, sono sì entrambi «reali» ma non possono essere «logicizzati», tradotti cioè nel Logos, se non abdicando al loro eccesso o difetto di aperiodicità.

Se è periodico, vuol dire che ritorna – che ripete la sua (sfuggente) «realtà» (eccessiva o difettosa, pari o dispari, vicina o lontana, che sia), e ripetendola ne misura la distanza dal «giusto mezzo», dalla Retta Via (utopica, simbolica, virtuale: essa esiste solo a chiacchiere, solo nel Racconto – solo nel Concetto, nell’Idea del SI Narratore, solo sul fondo del suo oceano inconscio).
Il Reale non è il Simbolico (l’asse verticale del diagramma). Il «reale» scorre ai due lati – aperiodico, indeterminabile, ballerino, ondivago, cangiante, multicolore in entrambi i casi.

La periodicità (del sole visibile) che a noi potrebbe sembrare, essa, la Realtà – è invece tutta e solo sull’asse Simbolico, Virtuale, del gioco dialettico disegnato nel diagramma. La realtà, diciamolo meglio, non è l’Unità visibile (allo specchio) del nostro essere. Il nostro essere reale è disperso, frammentato in una sequenza aperiodica e casuale di ego (+ + – + – – + + + – – – + …) in un’alternanza irregolare di prossimità e di lontananze dal Centro del Circolo o della Sfera di raggio infinito che è la Parola … del Tiranno del nostro essere simbolico, del SI che obbliga il nostro essere «esseri parlanti» a misurarsi tra due «sponde», a segmentarsi tra due «estremi», tra due «luoghi» di confine, tra due «termini» entro i quali, dice, naviga la piroga del Sole visibile, senza però passarli mai visibilmente.

Sui due lati, disgiunti dall’Asse Simbolico, polarizzati nella loro opposizione, stanno dunque anche il Gatto e la Volpe, anche i piani bassi (i piedi, le gambe, gli inguini, le Spada-angelo-musicoviscere, cioè Orione e Pleiadi) e quelli alti (gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, insomma la Testa, la Chioma di Berenice) del nostro Corpo.
E così troppo vicini sono i piedi alla terra, e troppo distante ne è invece la Testa (finché, mozzata suo malgrado, a terra non vi rotola). I piedi patiscono dunque una contiguità fisica con la sporcizia, col sudiciume, con la lordura, mentre la Testa, finché è lassù, sul collo, viaggia a modo suo lontana, al riparo di ogni lordura, immacolata nelle sue immaginazioni, linda e trasparente nelle sue contemplazioni.

Le nostre parti basse, le nostre «luride» bassezze, consumano tutto quel che desiderano: lo toccano, lo prendono, lo «annientano» (pesca diabolica), mentre le nostre «visioni» di lassù, dall’alto, non toccano, non prendono, non consumano i loro desideri, li ripetono anzi prodigiosamente ricostruendoli dalle lische e dalla pelle di ciò che hanno precedentemente consumato (pesca angelica).
E dunque: la pesca «periodica» non è che il giusto medio, tra diavoli e angeli, per cui passa soltanto il Re Pescatore del Racconto.
Passa solo Lui, e solo nel Racconto – mentre il Fiume del «tutto scorre» rimane indifferente a ogni misura, a ogni limite.

Passa soltanto la nave Argo, solo la piroga del Sole.
Di qua, da dove siamo noi, ci pare di vederla mentre le onde «reali» la fanno oscillare tra i due Scogli. Un attimo, e la nave è già passata. E a noi, di qua, a noi esseri parlanti che abitiamo il Mondo Simbolico, è già tanto se ci resta la coda, l’eco, il timone di poppa, della Folle Imbarcazione.
Ci resta, a volte, appena una parola tronca nelle orecchie … e, per intenderla, dobbiamo prima ricamarci sopra un sogno. Prima tirare a indovinarla sognandola, per poi, anche noi errando come Freud, ragionarci un poco sopra.
Dov’è che siamo, se siamo sempre in un «posto» simbolico, e il Racconto stesso di se stesso dice di non sapere più dov’è il suo «reale»?
Siamo qui, a errare sui «percorsi» che l’Altro traccia, per poi venirci Lui a domandare: pari o dispari?