Arekuna – Lo snidatore di rane

C’era una volta un grosso albero, in cima al quale stava il rospo Walo’ma. Nonostante le minacce del batrace, un indio chiamato Akalapijeima si era messo in testa di catturarlo. Dopo vari tentativi inutili, gli sembrò di essersi riuscito, ma il rospo lo trascinò nuotando Sedlacek-avvoltoifino a un’isola dove lo abbandonò.
L’isola era minuscola e gelida. L’indio poteva stare soltanto sotto un albero nel quale nidificavano gli avvoltoi mangiatori di carogne che lo inondavano di escrementi.

Era coperto di sterco e puzzava molto, quando sopraggiunse Kaiuanóg, la stella del mattino (il pianeta Venere). L’uomo le chiese di portarlo in cielo, ma essa si rifiutò perché nel mettere i pani di manioca a seccare durante il giorno sul tetto della capanna, secondo il costume indigeno, egli aveva dedicato l’offerta al sole [e non a lei]. Poi appare la luna che, per la stessa ragione, si rifiutò di aiutarlo e di riscaldarlo.

Finalmente arrivò Wei, il sole, che acconsentì a caricarlo sulla sua piroga; ordinò inoltre alle figlie di lavare il suo protetto e di tagliargli i capelli.
Quando l’uomo ebbe riacquistato la propria bellezza, Wei gli propose in matrimonio una delle figlie. Akalapijeima ignorava l’identità del suo salvatore e lo pregò ingenuamente di chiamare il sole perché lo riscaldasse, dato che soffriva il freddo dopo il bagno, seduto com’era a prua della piroga.
Era mattina, e il sole non spandeva ancora i suoi raggi benefici. Wei invitò l’ospite a voltarsi e si mise il diadema di piume, il copricapo d’argento e i pendagli di elitre di bupreste. La piroga si alzava sempre più in alto in cielo. Wei gli dette dei vestiti che lo proteggessero, cosicché egli si sentì subito meglio.

Il sole, che voleva sempre averlo come genero, gli promise una delle figlie e gli proibì di corteggiare altre donne. Si avvicinarono infatti a un villaggio e, mentre Wei e le figlie visitavano una capanna, Akalapijeima saltò a terra nonostante gli fosse stato ordinato di non lasciare la piroga. Le figlie dell’avvoltoio mangiatore di carogne lo circondarono e, siccome erano molto belle, egli prese a corteggiarle.
Quando tornarono, le figlie del sole lo subissarono di rimproveri, e anche il sole si adirò: «Se mi avessi ascoltato, saresti rimasto eternamente giovane e bello, come me. Ma, così stando le cose, la tua giovinezza e la tua bellezza saranno di breve durata!». A questo punto, ognuno andò a dormire dalla sua parte.

Gainin-barca-sole

Il giorno dopo Wei partì di buon’ora con le figlie. Quando si svegliò in mezzo agli avvoltoi, l’eroe era diventato vecchio e brutto, proprio come aveva predetto il sole.
Le figlie dell’astro si dispersero nel cielo per illuminare la Via Lattea, che è il sentiero dei morti. Akalapijeima sposò una delle figlie degli avvoltoi e si abituò alla sua nuova vita.
Egli è il progenitore di tutti gli Indios, ed è per causa sua che i discendenti godono della giovinezza e della bellezza solo per breve tempo, e poi diventano vecchi e brutti.

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Goeje, che propone l’etimologia «grosso cranio» per il nome dell’eroe, presenta una variante in cui Akalapijeima salta sul dorso di una rana che lo porta in un’isola. Uno dopo l’altro, la pioggia, il sole, il vento, si rifiutano di prestargli aiuto. Finalmente la luna acconsente a caricarlo sulla propria piroga.
Le due versioni dipendono evidentemente dall’insieme di miti guayanesi in cui abbiamo suggerito di vedere, alla luce dei miti paralleli nordamericani, un gruppo simmetrico rispetto a quello della donna-rampone.

È chiaro anche che entrambe invertono altri miti che abbiamo esaminati, poiché la sequenza iniziale comincia col disgiungere l’eroe [Akalapijeima è separato dalla sua tribù e gettato da solo in un’isola in mezzo al mare] per congiungerlo poi alla lordura metonimica degli avvoltoi (sono essi che la producono), verso la quale, dopo il vano Bunny-Ermafrodito-Salmacidetentativo del sole di liberarlo, egli ritornerà in senso metaforico lasciandosi sedurre dalle loro figlie.
L’ordine delle sequenze adottato nei miti del «viaggio in piroga» dei Tukuna e dei Warrau si trova dunque doppiamente alterato.

Da una parte, un fenomeno di sincretismo avvicina, in due sequenze successive dello stesso mito, la lordura in senso proprio dei Tukuna (gli scarafaggi che coprono la nuca dell’eroe) e quella, metaforica, dei Warrau (l’invito all’incesto della zia).
Dall’altra, il mito Warrau prende in considerazione prima l’unione troppo vicina (con la zia), poi quella troppo lontana (con Assawako, la bella straniera), mentre il nostro mito Arekuna comincia con la seconda (le figlie del sole in compagnia del quale l’eroe si allontana) e termina con la prima (la lordura degli avvoltoi al quale ritorna). […]

Da una unione ravvicinata (con una compaesana), nel mito di Monmaneki, si passa a una pesca miracolosa, ma ottenuta con una tecnica demoniaca che consiste nella messa in contiguità fisica del corpo della pescatrice (carne offerta come esca) e dei pesci.
Da un viaggio lontano (nella piroga del sole), il mito Tukuna passa ad una pesca egualmente miracolosa, ma con carattere queste volte angelico, perché, per ripopolare i fiumi, basta rimettere insieme le lische e la pelle dei pesci di cui è stata consumata la carne a somiglianza dell’animale intatto: il simulacro gettato in acqua riprenderà subito vita.

I pesci del sole sono dunque immortali come avrebbe potuto essere immortale il suo genero umano, l’eroe del nostro racconto.
Ne consegue che i due tipi di sanzioni si confondono, ma che d’altra parte riguardano, secondo i miti, sia il prodotto della pesca (pesci), sia il pescatore stesso (passeggero della piroga).

Poiché i miti pongono un’alternativa tra risurrezione e corruzione, è importante notare che anche il secondo termine [corruzione] assume due accezioni: lordura fisica, sotto forma di scarafaggi che compromettono la pesca (eroe sconfitto) e il suo godimento (eroe senza appetito), oppure sotto forma di escrementi che la donna-rampone (troppo vicina) Owen-donnaiolosporca la schiena di Monmaneki impedendogli al tempo stesso di nutrirsi (cioè, anche in questo caso, di godere della pesca); e lordura figurata, conseguente all’unione troppo vicina, punita dalla «vergogna» dell’incesto (nel caso di Waiamari) oppure dalla vecchiaia e dalla bruttezza nel nostro mito.

Fra i tre miti si scorgono però delle differenze.
Il cacciatore Monmaneki accetta successivamente spose troppo lontane, poi ne accetta una troppo vicina. Waiamari rifiuta una sposa troppo vicina, la zia, poi ne rifiuta una troppo lontana. Akalapijeima rifiuta una sposa che non sarebbe stata troppo lontana date le circostanze [una figlia del sole che viaggia nella sua stessa piroga], e accetta una sposa troppo vicina [una figlia di Avvoltoio].
Nel primo caso, viene perduta la pesca [abbondante ma] diabolica (in opposizione alla pesca angelica del mito Tukuna, dove i pesci sono immortali); nel terzo e ultimo caso, viene perduta l’immortalità del pescatore, e ciò ha come conseguenza la periodicità abbreviata della vita umana.

Ma che succede nel secondo caso [quello del mito Warrau di Waiamari]?
Noteremo prima di tutto che, unico nel gruppo, esso contempla, ma solo per preterizione, una terza soluzione al dilemma matrimoniale posto per l’eroe delle profferte di una donna perversa, troppo vicina, e da quelle di un’altra donna ornata di tutte le possibili virtù fisiche e morali, ma in compenso troppo lontana.
Waiamari non diventa l’amante della zia, sposa del suo benefattore, e neanche lo sposo della sua benefattrice, di cui accetta solo di essere l’amante per una notte. Egli tornerà dai suoi e senza dubbio si sposerà qui, benché il mito non lo dica.

(Lévi-Strauss, Le origini delle buone maniere a tavola)

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Petrovic-seduzione

Con la Rana e con le sue stregonerie, nessuno la spunta: se cerchi il vello d’oro devi passare per i filtri di Medea [a oriente] o per quelli di Circe [a occidente]: passare cioè per una nipote «lunatica» del Sole, per una che tradisca la sua genealogia di luce, o per una Figlia del Sole, però degenere e perversa, dislocata nientemeno all’imboccatura del sentiero dei morti.
Ora c’è che, se il mito qui parlasse più francamente, direbbe chiaro e tondo quel che lascia solo sottintendere, e cioè che fare all’amore con le Figlie di Avvoltoio è … merda. E ciò che resta da vedere è solo in quali circostanze il Sole ha generato questo suo «demoniaco» alter-ego che è il Mangiatore di carogne.

Il nostro eroe, nelle sue fantasie, si è immaginato nientemeno di catturare la Rana e di ridurla in suo potere. Se però dici Rana e comprendi l’allusione, non dovrebbe a questo punto sfuggirti che la storia è ambientata nel Paese della libido. Solito schema: la Rana e il bambino …
In questo Paese ogni bambino ci entra con la sua immaginazione, col suo linguaggio immaginale, e perciò è scontato a quale epilogo il Mito lo porterà: a sbattere il muso contro l’insormontabile, e a pagare il prezzo che poi tutti i suoi discendenti [tutti i suoi «ego» adulti] riceveranno in debito.

Che serva da lezione, questa storia del nostro eroico ragazzino: ché, a fare da solo, a presumere di poter salvare la libido della propria contemplazione facendo a meno [dei Bouguerau-amadriadiprecetti «simbolici»] della sua Tribù, è fatica sprecata.
Lo vedi? non chiede aiuto a nessun umano, il nostro «capatosta» o «grosso cranio», ma solo si rivolge alle potenze della natura, al sole, alla luna, alla pioggia, al vento, ecc.: il nostro bambino non parla (ancora) la Lingua della sua Gente, perché (ancora) non c’è finito nella merda, ancora non riesce a districarsi nel dilemma tra una congiunzione col troppo vicino, o una col troppo lontano. Ancora ignora una misura, una metrica che solo il Simbolico gli potrebbe svelare.

Lévi-Strauss dice: dalla lordura metonimica al ritorno metaforico alla lordura.
Cerchiamo di capire: la merda degli avvoltoi è un altro nome della nozione di lordura, è la sua «materia alla lettera», è il suo senso proprio; le seducenti figlie degli avvoltoi sono invece lordura sì, ma solo in senso figurato, dal momento che alla lettera esse sono bellissime, più belle addirittura delle figlie del sole (così come Scilla e, forse, tutte le «ninfe» del mondo sono più belle e affascinanti di Circe), ma a farci l’amore, ahimé, s’invecchia e si muore.

Finché un’immaginazione è nella Testa, e solo nella Testa, del bambino – finché la sua libido non discende ai piedi dell’albero della Rana, in fondo alla corrente spinale, giù nei genitali, al piano di sotto, nell’altra metà del corpo – le cose vanno come dice il Sole: non si invecchia e non si muore.
Se quella immaginazione contempla un desiderio, questo desiderio fatto di pura luce solare, non invecchia e non muore. Ma se per caso s’intriga con la lordura inguinale, essa precipita giù dalle nuvole iperboree del suo Eterno Ora, per arrangiarsi a fare i conti col pari e dispari di una vita mortale. Ed ecco: i suoi desideri, più sono molteplici e soddisfatti, più la condannano alla «vita breve».

Si può, contemplando, immaginando (senza agire) pescare nelle acque della Fonte dell’Eterna giovinezza, ma se dall’immaginazione si scende ai fatti, se si passa agli atti (senza sapere il «giusto mezzo», né vicino né lontano, senza avere cioè la saggezza del solo Waiamari), allora la pesca diventa diabolica: consuma i pesci, desertifica i fiumi (della libido), non lascia – al suo passaggio – altro che lische e pelli strappate.
Consuma i pesci, cioè i «desiderati» immortali – non è tale, per esempio, Beatrice: figlia Burchart-babele-donnadel sole, immaginazione del Poeta mai attuata – luce inattuale delle sue visioni? La libido la perde di vista, se solo si lascia sedurre dalle Figlie di Avvoltoio. La libido è impotente a farla risorgere, finché non viene via da quest’inferno.

La vita stessa è un viaggio in piroga nel Fiume del «tutto scorre». È un viaggio nelle acque di Okéanos, nel mare magno delle Immaginazioni già immaginate (quelle che ci hanno messi al mondo) e di quelle che ancora scalpitano e fremono e anelano a essere immaginate (e ammesse al mondo simbolico).
Nelle acque di Okéanos nuotano pesci d’ogni specie: solo chi sale sulla barca del Sole, solo a bordo della «nave di luce» Argo, si passa tra le due «sanzioni» estreme: tra il tabù dell’«incesto» e il divieto dell’«esogamico», tra il troppo vicino e il troppo lontano.
Non si dice tuttora «moglie e buoi / dei paesi tuoi»?

Non cercare dunque il tuo partner nel troppo simile a te, ma nemmeno nel troppo dissimile. Cercalo, dice il proverbio, tra chi parla il tuo stesso gergo simbolico, sennò … sono guai!
E se vuoi una pesca miracolosa, una pesca angelica, una pesca che non consumi i pesci né condanni il pescatore a vivere l’Effimero, cerca il tuo partner solo tra chi vede il Sole risorgere a Occidente!