Irlanda – Il cantastorie che non aveva più storie da raccontare

Al tempo in cui i Tuatha dé Danann regnavano su tutta l’Irlanda, viveva a Leinster un re che amava sentir raccontare storie. Come tutti i principi d’Irlanda aveva anche lui un cantastorie al suo servizio, a cui aveva dato un feudo di terra, purché ogni sera gli Robinson-reraccontasse una storia diversa.
Questo cantastorie conosceva più favole e racconti d’ogni altro, ed era arrivato alla sua veneranda età senza venir meno ai suoi doveri verso il re nemmeno una sola sera.

Ora però, una mattina, il cantastorie si alzò come al solito di buonora e andò a passeggiare in cerca dell’ispirazione per la storia da raccontare la sera al re, ma quella mattina l’ispirazione proprio non gli veniva.
L’inizio era facile: c’era una volta un re che aveva tre figli … oppure: una volta il re d’Irlanda andò a cacciare nel bosco … ma finiva tutto qui. Non riusciva a dare un seguito a nessuna storia.

Quando rientrò a casa, più tardi del solito, si lamentò con la moglie: «Da tanti anni – disse – sono al servizio del re di Leinster, e fino a oggi non mi sono mai seduto a far colazione senza avere già in mente la storia per la sera. Ma stamattina la mia mente è come svuotata. Non le riesce di inventare nulla. Che vergogna, se il re mi chiama stasera e io non riesco a raccontargli niente!».

In quell’istante, guardando fuori della finestra, la moglie gli chiese: «Non vedi pure tu quello che vedo io, quella cosa nera laggiù, in fondo al campo?».
«Sì», rispose il marito.
Andarono a vedere e trovarono steso a terra un vecchio cencioso con una gamba di legno.
«Chi siete, buon uomo?», gli chiese il cantastorie.
«Non importa chi sono. Sono solo un povero essere, vecchio e storpio, che si sta riposando un po’».
«Che cosa state facendo con quei dadi e quel bussolotto che avete in mano?».
«Aspetto che passi qualcuno che voglia fare una partita con me», rispose il mendicante.
Il cantastorie non aveva tempo da perdere con lui, doveva ancora trovare una storia per il re, ma sua moglie insisté: «Gioca con lui – gli disse. – Chissà forse stasera avrai qualcosa da raccontare al re».

Michiel-dadi

Andarono a prendere una pietra piatta e cominciarono a giocare a dadi. Ma poco dopo il cantastorie aveva perso tutto, fino all’ultimo penny: «Mi sta bene – disse stizzito. – Perché mi sono cacciato in questo pasticcio?».
«Continuiamo a giocare?», chiese il vecchio storpio.
«Che cosa dire? Non ho più denaro».
«Avete però ancora un carro, dei cavalli e dei cani. Io punto tutto il denaro: che dite?».
«Ma neanche per tutto l’oro d’Irlanda accetterei di vedere mia moglie andare a piedi!».
Ma la moglie un’altra volta insisté perché continuasse a giocare: «Per me – disse – andare in carrozza o a piedi fa lo stesso».

Ripresero a giocare, e il cantastorie perse di nuovo. E di nuovo il mendicante gli chiese: «Continuiamo a giocare?».
«Ma se ho perso tutto!?», ribatté il cantastorie.
«Punta tua moglie», propose il vecchio.
Il cantastorie fece per andarsene, ma la moglie lo trattenne: «Accetta! – disse. – Questa è la terza partita. Stavolta avrai sicuramente più fortuna».

Giocarono ancora e il cantastorie perse anche la moglie. Con sua grande sorpresa, la donna si sedette subito accanto al vecchio mendicante.
«Allora mi lasci?», gridò il cantastorie.
«Non mi rimane altra scelta – disse lei. – Mi ha vinta. Non vorrai imbrogliare questo Bachelier-donna-etereapovero vecchio?».
«Non hai proprio più niente da puntare?», chiese il vecchio.
«Sai benissimo che non ho nient’altro: i soldi, il carro, i cavalli, la moglie … mi hai già tolto tutto».
«Punterò tutto il mio denaro e tua moglie se metterai te stesso come posta in gioco», gli rispose il vecchio.

Giocarono un’altra volta, e il cantastorie perse ancora: «Ecco! Sono qui – disse. – Adesso sono tuo. Che ne farai di me?».
«Lo vedrai subito», disse il vecchio. Estrasse dalla tasca una lunga corda e una bacchetta magica.
«Allora, quale animale vorresti essere? – chiese al cantastorie: – un cervo, una lepre o una volpe? Adesso puoi scegliere, più tardi non sarà più possibile».

Per farla breve, il cantastorie scelse di diventare una lepre. Il vecchio lo legò con una corda, lo toccò con la bacchetta magica e, oplà, al suo posto era comparsa una lepre dalle belle orecchie lunghe che saltellava nell’erba.
Fu sua moglie in persona a chiamare i cani e a far inseguire loro la lepre. Il campo era circondato da un alto muro di cinta, e la lepre non poteva scappare fuori. La moglie e il mendicante osservarono divertiti come la lepre cercava di salvarsi dai cani continuando a fare dei balzi ad angolo retto.

Alla fine la lepre cercò rifugio presso la moglie, ma costei lo respinse: i cani la afferrarono e cominciarono a morderla, ma il mendicante ordinò loro di fermarsi. Un tocco di bacchetta magica, e il cantastorie ansimane riprese le sue sembianze.
«Allora, ti è piaciuto?», gli chiese il mendicante.
«Per qualcuno potrebbe anche essere un piacevole passatempo – disse il cantastorie lanciando un’occhiataccia alla moglie. – Per quanto mi riguarda, non lo rifarei una seconda volta». Poi, rivolto al vecchio, gli domandò: «Posso sapere adesso chi sei, da dove vieni e perché ti diverti a tormentare un povero uomo come me?».

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«Oh – replicò lo sconosciuto – io sono un uomo strano, un buono a nulla: un giorno ricco, l’altro povero. Però, se vuoi conoscere meglio me e le mie abitudini, seguimi. Sicuramente diventerai più astuto di quanto tu non sia adesso».
«Come credi», rispose il cantastorie.
Lo sconosciuto infilò la mano nella tasca della sua giacca e ne estrasse, davanti agli occhi di tutti, un uomo piacente di mezza età, al quale disse: «Dalla tasca hai potuto sentire e vedere tutto. Prenditi cura di questa donna, del suo carro e dei suoi cavalli, e fa’ in modo che siano sempre in ordine quando verrò a controllarli».

Ciò detto, all’istante … scomparve, e il cantastorie si ritrovò a Foxes’ Ford, vicino al castello di Hugh O’Donnell il rosso. Lui poteva vedere tutto, ma gli altri non vedevano lui perché era invisibile.
O’Donnell era seduto nel suo salone. Aveva ben mangiato e ben bevuto: «Esci – gridò al guardiano – e va’ a vedere chi sta arrivando».
Il custode uscì e vide un mendicante magro dai capelli bianchi, le scarpe rotte, buchi nel cappello e nel mantello, e un bastone in mano.

«Sii benedetto, O’Donnell», disse il mendicante.
«Anche tu – disse O’Donnell. – Da dove vieni?».
«Vengo dalle lontane correnti del mondo, dalle valli nelle quali volano i bianchi cigni».
«Devi aver viaggiato a lungo – disse O’Donnell. – Forse, lungo la strada, hai anche mendicante-beggarimparato qualcosa».
«Sono un prestigiatore – disse il mendicante. – Per cinque monete d’argento vi mostrerò uno dei miei numeri».
«Le avrai», disse O’Donnell.

Il mendicante mise allora tre pagliuzze sul palmo della mano, e disse: «Ora soffierò via quella di mezzo, e le altre due resteranno sulla mia mano».
«Impossibile!», dissero tutti insieme.
Eppure il vecchio ci riuscì: mise un dito sulle due pagliuzze esterne e soffiò via quella di mezzo.
«Questo è un bel trucco», disse O’Donnell e sborsò le cinque monete che aveva puntato.

«Per metà di quella somma – gridò un giovane del seguito – avrei eseguito lo stesso numero».
«Prendilo in parola, O’Donnell!», disse il mendicante.
Il giovane mise tre pagliuzze sulla mano e fermò le due alle estremità con due dita, come aveva visto fare allo straniero. Soffiò, ma invece della pagliuzza volò via tutta la mano destra.
«L’incapacità è fonte di disgrazie», disse il principe.
«Per sei monete, O’Donnell, ti mostrerò un altro numero», esclamò il vecchio.
«D’accordo!».

«Vedi le mie orecchie?».
«Sono così grosse che non si possono non vedere».
«Adesso muoverò un orecchio e l’altro rimarrà immobile».
«Non ci credo», disse O’Donnell.
«Fa’ attenzione!», esclamò il mendicante. Si toccò col dito della mano sinistra il lobo destro e lo fece tremolare.
O’Donnell rise e pagò.

«E questo me lo chiami un gioco di prestigio? – esclamò di nuovo il giovane. – Chiunque lo saprebbe fare». Si portò il dito all’orecchio per imitare il vecchio, ma gli rimase in mano l’orecchio.
«L’incapacità è fonte di disgrazie», disse O’Donnell.
«Finora, principe, ti ho mostrato un paio di giochi di prestigio – disse lo storpio. – Adesso, orecchio-boccheper la stessa somma ti mostrerò qualcosa di particolarmente divertente».
«Continua pure. Ti pagherò», disse O’Donnell.

Il mendicante estrasse da una tasca nascosta dietro una spalla una palla di sapone, la gettò in aria e … quella diventò una scala. Poi, improvvisamente, tra le mani del mendicante comparve una lepre che cominciò a salire la scala; dalla tasca uscì anche un cane che inseguì la lepre.
«C’è qualcuno di voi – chiese il mendicante magro e sciancato – qualcuno che vuole seguire il cane e la lepre?».
Il giovane che, nel frattempo era riuscito – non chiedetemi come – a riattaccare l’orecchio alla testa e la mano al braccio, gridò: «Eccomi, ci vado io!».
«Avanti, allora! Devi salire sempre più in alto sulla scala – disse il vecchio. – Però ti avverto: se tu permetterai che alla mia lepre succeda qualcosa, ti taglierò la testa».

Il giovane balzò sulla scala e cominciò a inseguire i due animali. Il mendicante lo seguì con lo sguardo, poi – dopo un attimo – esclamò: «Il cane sta divorando la lepre, e il nostro amico si è addormentato».
Aveva appena finito di dire queste parole che il giovane stava dondolando in aria, e dietro di lui stava arrivando il cane con l’ultimo boccone di lepre tra i denti. Allora il mendicante tagliò la testa al giovane con una spada, e il cane fece la stessa fine.

«Non mi sembra divertente che un cane e un giovane vengano uccisi alla mia corte – disse O’Donnell. – Questo, anzi, mi rende furioso».
«Datemi per ciascuno di loro cinque monete d’argento – disse il prestigiatore – e le loro teste torneranno dove stavano prima».
«D’accordo», disse O’Donnell.

astra-cane-lepre

O’Donnell pagò cinque monete per ciascuno e, oplà, il cane e il giovane riacquistarono le loro teste. Per tutto il resto della sua lunga vita il cane non inseguì mai più una lepre, e il giovane, da quel momento in poi, tenne gli occhi ben aperti.
Dopo aver compiuto quel miracolo, il vecchio sparì, e nessuno riuscì a capire se si fosse dissolto nell’aria o se fosse stato ingoiato dalla terra.

Scomparve, come un’onda che copre un’altra onda,
come un vortice segue un altro vortice,
come il furioso vento d’inverno,
così veloce, così tagliente, così intempestivo.
E non si fermò
se non alla corte del re di Leinster.
Con un balzo divertito
saltò sulle bandiere segnavento,
sopra il castello e sopra la città
del re di Leinster.

Il re sedeva pigro e fiacco, dopo aver ben mangiato e ben bevuto. Era il momento in cui avrebbe volentieri ascoltato una storia, ma dovunque cercasse non riusciva più a trovare re-elfiil suo cantastorie.
«Va’ a cercare qualcuno che possa portarmi notizie del mio cantastorie», disse il re all’usciere.
L’usciere fece ciò che gli era stato ordinato e … chi incontrò per strada? il mendicante in persona!
«Ehi, tu, straniero! Te la sentiresti di intrattenere un re?».
«Si può fare», rispose il mendicante.
«Non aver paura – disse al cantastorie che era con lui. – Potrai assistere a tutto senza essere visto perché sei diventato invisibile».

Quando il re udì che era arrivato un prestigiatore, lo fece entrare nel salone: «Sono molto orgoglioso – disse – di avere a corte i migliori suonatori d’arpa di tutt’e cinque le nazioni d’Irlanda», e fece cenno di suonare. Poi, rivolto al mendicante, gli chiese: «Hai mai sentito una musica così bella?».
«Ma certo – rispose lo straniero. – Questo è il rumore d’un gatto che fa le fusa davanti a un piatto di minestra, è il ronzio delle tignole al tramonto, è il canto di una brutta vecchiaccia».

Quando i suonatori d’arpa udirono quest’offesa, estrassero le spade e fecero per gettarsi sullo straniero, ma invece di colpire lui, si tagliarono le teste l’un l’altro.
Il re assistette a tutto ciò, si infuriò e gridò: «Impiccate questo maledetto prestigiatore. È stato lui a cominciare. Se non potrò più sentire storie, voglio almeno avere pace e tranquillità nel mio regno».
Le guardie presero il mendicante, lo condussero alla forca e lo impiccarono. Ma quando i soldati tornarono nel salone del re, chi videro seduto su una panca a bere un boccale di birra? Il magro mendicante che avevano appena giustiziato!

«Ma non ti abbiamo or ora impiccato? – gridò il capitano. – Come sei riuscito a ritornare in questo salone?».
«Vi ingannate – disse il mendicante bevendo un sorso. – Nessuno mi ha mai impiccato».
Le guardie ritornarono di corsa alla forca. Invece dello straniero, pendevano i corpi dei tre fratelli prediletti del re.
Il capitano era disperato. Corse dal re e chiese balbettando: «Cosa devo fare? Abbiamo impiccato quel vagabondo come ci avete ordinato, e ora lui si trova seduto su una panca vecchio-bevitoredel salone come se nulla fosse accaduto. E sulla forca, al posto suo, abbiamo visto penzolare i corpi dei vostri tre fratelli».
«Qui gatta ci cova – disse il re. – Impiccate il vagabondo un’altra volta».

Quando tornarono col vagabondo alla forca, trovarono impiccati non più i tre fratelli del re, bensì i suoi migliori suonatori d’arpa. Il capitano era confuso.
«Per quanto tempo ancora volete tentare di giustiziarmi?», gli chiede il mendicante in tono beffardo.
Il capitano si mise a riflettere, poi: «Accidenti a te – disse. – Vattene! E in fretta. Ci hai già creato abbastanza problemi».
«Finalmente riuscite a usare il vostro intelletto – disse il mendicante. – Come vi salta in mente di impiccare uno sconosciuto soltanto perché non gli piace la vostra musica? Adesso guardate ai piedi della forca: troverete vivi e vegeti tutti coloro che prima hanno assaporato il gusto della corda al collo».
E così dicendo … scomparve.

Il cantastorie improvvisamente si ritrovò dove aveva incontrato per la prima volta lo sconosciuto, e accanto a lui c’erano il suo carro, i suoi cani, i suoi cavalli e … pure sua moglie.
«Adesso non t’importunerò più – gli disse il mendicante. – Ecco le tue cose, te le ridò».
«Per quanto riguarda il carro, i cavalli e i cani, ti ringrazio – disse il cantastorie. – Ma mia moglie e il mio denaro puoi tenerteli».
«No, riprendi anche il tuo denaro – disse lo sconosciuto. – E in quanto a tua moglie, non pensar male di lei. Non poteva fare altrimenti!».

«Non poteva fare altrimenti? Ha aizzato contro di me i miei cani, per non parlare poi del fatto che mi ha subito piantato in asso per andarsene con un vecchio barbone».
«Io non sono né così vecchio né così cencioso come può sembrare – replicò lo sconosciuto. – Io sono Angus di Bruff. Tu hai sempre reso dei buoni servigi al re di Leinster. Stamattina il mio mago mi ha raccontato in quali difficoltà ti trovavi, allora ho deciso di aiutarti. Per quanto riguarda tua moglie, la stessa magia con la quale ho trasformato te in una lepre, ha trasformato anche la sua mente. Perdona e dimentica. In cambio, adesso avrai una storia da raccontare quando il re di Leinster ti chiamerà».
Ciò detto … scomparve.

Scomparve dopo aver detto il vero. Davvero, infatti, il cantastorie adesso aveva una storia da raccontare, e quella sera stessa la raccontò al re di Leinster, e il re rise così a lungo e così forte che quella notte non riuscì a dormire.
L’indomani, chiamò a sé il cantastorie e gli disse: «D’ora in poi non devi più preoccuparti di inventare una storia nuova. Finché vivrò, tu verrai qui da me la sera e mi racconterai di nuovo la storia del vecchio mendicante.