Zhuang-zi- Sull’argine del fiume

surreal-pesci

Zhuang-zi e Hui-zi passeggiavano sull’argine del fiume Hao.
Zhuang-zi disse: «Guardate i pesciolini, come nuotano a loro agio! È questa la gioia dei pesci».
«Voi non siete un pesce – disse Hui-zi. – Come sapete qual è la gioia dei pesci?».
«Voi non siete me – rispose Zhuang-zi. – Come sapete che io non so qual è la gioia dei pesci?».
«Io non sono voi – disse Hui-zi – e certamente non so quello che sapete e quello che non sapete. Ma di sicuro voi non siete un pesce, ed è evidente che non sapete qual è la gioia dei pesci».
«Torniamo alla nostra prima domanda – disse Zhuang-zi. – Mi avete chiesto: come sapete qual è la gioia dei pesci? Sapevate dunque che lo sapevo, visto che mi avete chiesto come facevo a saperlo. Lo so perché sono sull’argine del fiume Hao».

(Zhuang-zi: 17)

***

Lo so perché esisto presso il fiume. Perché sulla riva del fiume io ci sono, e poi perché, come tutti, posso sapere solo ciò presso cui sono. Solo ciò a cui sono presente.
Non è necessario né essere un pesce, né stare ventiquattro ore su ventiquattro fisicamente a contemplare il fiume, per sapere di che è fatta la «gioia dei pesci». Anche a distanza, anzi forse ancor meglio quando sono lontano da qui, il mio essere continua a surreal-pesci-molletteessere , continua a «presentificare» il fiume e i pesci che vi nuotano dentro.

Il filosofo dell’esserci conferma: il nostro modo d’essere, il modo umano di «esistere», dice, è fatto così – è da subito presso un mondo, il suo «essere» è sempre in presenza di un interlocutore che gli «rivolge la parola» e lo «interroga», a volte vestendo i panni severi dell’Esaminatore, altre volte invece quelli ben più civettuoli di una Fata che l’«invita» a seguirla fin nella sua Casa in fondo alle acque.
Il filosofo intende dire che non c’è prima un’«essenza» umana, alla quale poi sopraggiunga tardivamente una qualche forma d’esistenza. Prima un «io sono così e così» e poi, per accidente, un trovarmi anche ad esistere in un mondo, di cui non si capisce da dove è sbucato fuori.

E parimenti non c’è neanche un’«essenza» o «quiddità» in cui sia racchiusa in anticipo una scienza, presumibilmente immutabile, della «gioia dei pesci». È viceversa necessario che prima qualcuno esista presso i pesci, per darne notizia anche agli altri, anche a quelli che sono altrove. È necessario che qualcuno sia insaporito di pesce, uno che a furia di «essere presso» il Fiume, sia giunto a dare alla sua esistenza l’odore dei pesci, e insieme, col suo intelletto, a dare esistenza anche al concetto di «gioia dei pesci».
Non esiste prima il concetto di gioia, e solo poi, per puro accidente, qualche pesce che gioisca. E, per giunta, di una gioia inconoscibile a chi pesce non è.

Hui-zi fa qui la parte dell’Esaminatore: entra in scena vestito da Dottore specializzato in essenze, quiddità e concetti.
L’alunno, Zhuang-zi, s’è lasciato scappare di bocca che ha visto i pesci gioire. E allora il Maestro (di concetti) gli domanda: come puoi tu sapere una sapienza riservata ai pesci?
Hai riconosciuto dunque il mio sapere – gli obietta infine Zhuang-zi – ma non ne condividi il fondamento. La tua scienza non riconoscerà mai il sapere di chi, appresso a una Smorfiosa, ha annegato la sua esistenza nelle acque del suo fiume. Il sapere di chi è rimasto, da allora, sempre presente alla Signora dei pesci. Di chi da Lei ha appreso quella «gioia» di cui tu, Maestro, non conosci che un concetto.