Sioux Arapaho – Ragazzo di Pietra

Una giovane donna viveva coi suoi cinque fratelli in un grande tipi ai piedi di una collina. Ogni giorno i cinque fratelli si recavano a caccia coi loro archi e le frecce. Uscivano il mattino presto, al sorgere del sole, e tornavano al tramonto.
Durante la loro assenza, la sorella badava ai lavori di casa, intrecciava canestri con i giunchi di vimini, cuciva per i fratelli mocassini di pelle di daino e abiti nuovi, e al loro valle-verdeggianteritorno provvedeva a cucinare le prede che essi avevano cacciato.

Poiché tutti assieme vivevano di caccia, erano costretti a seguire le mandrie di bisonti. E così un giorno piantarono la loro tenda in una grande valle, dall’altra parte della collina.
Era un posto tranquillo: vi regnava un silenzio di pace e tutt’intorno si estendevano immense praterie verdeggianti, ricche di selvaggina. Il clima era mite, non faceva né troppo caldo né troppo freddo, né si levava il vento forte, ma solo, talvolta, una lieve brezza soffiava verso Ovest, e allora la fanciulla amava passeggiare sui prati, mentre quel piacevole venticello le accarezzava i lunghi capelli neri.

La loro vita continuava serenamente, la caccia era abbondante e i sei avevano sempre cibo a sufficienza. Un giorno però accadde qualcosa che pose fine a questa loro serenità.
Il maggiore dei fratelli si allontanò e notò che nella boscaglia c’era del fumo. Così si avvicinò e scoprì un tipi solitario; incuriosito, vi entrò.
All’interno un’anziana donna giaceva sul suo letto volgendo la schiena al fuoco: «Bene! Bene! mio caro nipote – disse la vecchia. – Entra, siediti e riposa qui per un po’».

Il giovane prese allora posto nella tenda, in attesa che la vecchia gli offrisse qualcosa di buono.
«Mio caro nipote – disse l’anziana donna – vorresti saltare sulla mia schiena? Ho un terribile dolore lungo la colonna vertebrale che non mi fa dormire la notte».
Allora il giovane saltò sulla schiena della vecchia e cominciò a calpestarla.
«Oh, va molto meglio ora. Mi dà grande sollievo – disse la donna. – Vuoi per favore calpestarmi più giù, sulle costole?».

L’uomo ubbidì, ma appena il suo piede toccò l’ultima costola, la sentì affilata come la punta di una lancia, e morì all’istante.
La vecchia prese la sua ascia e alcuni pioli del tipi, e legò il giovane al suolo mani e piedi. Poi prese la pipa e il tabacco, e si mise a fumare, ricoprendo di cenere gli occhi e il petto del ragazzo. Poi lo slegò e lo avvolse in un fagotto di pelle di antilope.

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I quattro fratelli e la sorella attesero invano nella tenda il ritorno del fratello maggiore. Non sapevano darsi una spiegazione e, uno alla volta, un giorno dopo l’altro, si misero alla sua ricerca. Ma così toccò anche a loro la stessa sorte del fratello maggiore: incuriositi dal fumo nella boscaglia, giungevano al tipi della vecchia, e quando le saltavano sulla schiena, finivano immancabilmente infilzati nella punta della sua ultima costola.

Afflitta e sconsolata, la sorella si rassegnò ad abbandonare la tenda, dove ogni oggetto le ricordava i cinque fratelli svaniti misteriosamente, e s’incamminò singhiozzando lungo il sentiero, vagando senza meta; col cuore colmo di tristezza, risalì la collina fino a giungere in cima, e qui si fermò a riposare – quand’ecco all’improvviso il suo sguardo fu rapito dallo strano scintillio che emanava da un piccolo sasso luccicante ai suoi piedi.
Poiché ormai aveva un solo desiderio, solo il desiderio di morire e di porre così fine alla sua disperazione, raccolse quel sassolino e l’ingoiò, pensando che ne sarebbe rimasta soffocata. Appena però la pietruzza fu nel suo stomaco, la fanciulla provò una strana sensazione, una piacevole sensazione di sollievo: fece ritorno alla sua tenda e si addormentò.

Il giorno seguente, la giovane donna avvertì delle fitte dolorosissime al ventre e pensò che il sasso scintillante stava finalmente avendo il suo effetto letale; allora si sdraiò sul giaciglio, in attesa della sua fine. I dolori le diventavano sempre più intensi e, proprio nel Wackermann-donna-indianamomento in cui le sembrò di perdere la sua anima, diede alla luce un bambino: la pietra l’aveva fecondata, quei dolori erano le doglie del parto, e quel piccolo era il figlio della pietra lucente.
Il bimbo aveva gli occhi chiari e scintillanti dello stesso colore del ciottolo che ella aveva ingoiato il giorno prima. Con grande premura la madre lo avvolse in un mantello di pelle di daino e lo chiamò Ragazzo di Pietra.

Nel giro di pochi giorni, Ragazzo di Pietra crebbe a vista d’occhio, lasciando così capire alla madre di essere dotato di un grande e misterioso potere. In appena quattro giorni già sapeva parlare e camminare e, trascorsa una sola settimana, la giovane madre rimase strabiliata scoprendolo intento a fabbricare un arco con le sue stesse mani.
Con quanta abilità egli lo foggiava! Come un esperto cacciatore, il fanciullo masticò a lungo un tendine di bisonte per ammorbidirlo, quindi iniziò ad avvolgerlo intorno all’arco, rinforzandone l’impugnatura.

Quando il bambino fu cresciuto abbastanza da potersi recare a caccia, la madre ripiombò nell’ansia: gli raccontò la storia dei suoi cinque fratelli e lo pregò tra le lacrime di non allontanarsi, altrimenti avrebbe fatto anche lui la loro stessa fine.
Ma Ragazzo di Pietra, per nulla turbato dal triste racconto, tranquillizzò la madre, dicendole che sarebbe andato alla ricerca dei suoi zii e che stesse pur sicura che sarebbe tornato riconducendoli da lei.

E così, il giorno seguente, il piccolo Ragazzo di Pietra si mise in cammino con arco e frecce, alla ricerca degli zii scomparsi. Camminò a lungo, tutta la giornata e, quando calò la sera, si rifugiò in una macchia di betulle e vi passò la notte.
All’alba riprese il viaggio e così proseguì nella sua ricerca per quattro giorni, finché non vide in lontananza una colonna di fumo che saliva al cielo. Affrettò il passo e in breve tempo raggiunse il tipi della vecchia e cominciò a girarvi intorno.

La vecchia lo invitò a entrare, poi si sdraiò per terra dicendo che aveva un terribile mal di schiena e che gli sarebbe stata infinitamente grata, se solo egli le avesse pestato la colonna vertebrale in modo da alleviarle il dolore.
Ragazzo di Pietra saltò sul corpo dell’anziana donna e cominciò a camminare su e giù per la sua schiena, quando a un certo punto avvertì sotto il piede la costola appuntita. In un Kressley-fuocoistante, Ragazzo di Pietra comprese ogni cosa: che con quella costola affilata come un coltello la vecchia aveva ucciso i suoi zii, e che poi ne aveva nascosto i cadaveri avvolgendoli in quelle cinque pelli di antilope che egli aveva notato all’entrata.

Ragazzo di Pietra spiccò allora un gran salto e, con tutta la forza che aveva in corpo, ricadde sulla schiena della vecchia, una, due, tre volte, finché quella malvagia non morì con la schiena spezzata.
Ragazzo di Pietra, trascinati fuori i cinque fagotti coi corpi degli zii, diede fuoco alla Casa della Vecchia; quindi, tagliando con un osso affilato le stringhe di budella d’animale che li sigillavano, srotolò i cinque involti.
Costruì poi una capanna, e vi trascinò i cinque corpi. Raccolte delle pietre roventi dal rogo della Casa della Vecchia, le portò nella capanna per versarvi sopra un po’ d’acqua.

Subito si levò un fumo bianchissimo, denso e vaporoso che riempì la capanna. Ragazzo di Pietra uscì impugnando l’arco e quattro frecce, due rosse e due nere.
Scoccando la prima freccia verso l’alto gridò: «Zii, venite fuori!». Scagliò, una dopo l’altra, tutt’e quattro le frecce, ogni volta ripetendo: «Zii, venite fuori!» e, quando ebbe lanciata l’ultima freccia, ecco che la capanna cominciò a muoversi e da essa vennero fuori i suoi cinque zii di nuovo in vita.
«Mia madre mi ha raccontato tutta la storia, sono vostro nipote», disse Ragazzo di Pietra.
I cinque lo abbracciarono e lo ringraziarono per averli riportati in vita. Poi, insieme, tornarono verso casa: l’intera famiglia era di nuovo riunita.

***

Il piccolo vendicatore, è così che potremmo chiamarlo il nostro Ragazzo di Pietra, in modo da saltare i preliminari e venire al dunque: abbiamo a che fare con l’ennesimo enfant terrible (Batradz, Krsna, Kullervo, il forte Gianni, ecc.) nato nel segno di Marte, e venuto al mondo per … rovesciarne la prospettiva, per metterlo a testa in giù.
Lui, il piccoletto, l’ultimo arrivato, è destinato a riuscire dove i grandi hanno fallito. Lui, il Nipote, eredita sì il fallimento degli Zii, eredita il racconto della loro tragica disfatta, Marticorena-enfant-terriblema solo per venirne a capo. C’è un imbroglio? lui lo sbroglia. C’è un posto dove il Racconto si avvolge e riavvolge in cinque pieghe dolorose? Ci pensa lui a metterci una toppa.

Quel posto, la Casa della Vecchia [o della Nonna], il nostro caro Ragazzo di Pietra – come Tawhaki, come Sansone e come tanti altri «furiosi» sparsi per il Racconto – ha la forza di distruggerlo. Lui è fatto di pietra! E quando la vecchia Casa brucia, lui s’arroventa. E quando la pietra rovente «arde», basta versarvi sopra un po’ d’acqua – tre tinozze d’acqua gelida, dice il Racconto a proposito di Cúchulainn – ed ecco il suo bollore si raffredda, il suo furore si spegne, e l’ampolla che contiene il suo «senno» fuma… lassù sulla luna.

Andiamo per ordine. Sua madre è rimasta sola, orfana dei cinque fratelli. Laggiù, nella grande valle, i suoi cinque fratelli sono andati dispersi. Laggiù, nella grande valle, sono stati «ingoiati» dalla Casa della Vecchia. Uno per uno sono stati attratti dal fumo che saliva da quella Casa, ma nessuno è riuscito ad arrampicarsi impunemente a quel fumo.
Rimasta sola, la loro sorella è salita in cima alla collina – e lassù ha raccolto una pietra. Non era però una pietra come le altre, era una pietra luccicante, una pietra che emanava luce. Lassù – sulla cima del monte – la donna ingoia la pietra e ne è magicamente fecondata. Lassù la magia della vita non si compie con gli «organi bassi». Lassù non si praticano «bassezze», lassù il seme che ingravida la donna entra dalla bocca. Lassù, fin dal principio, il mondo è alla rovescia.

Dunque: la madre di Ragazzo di Pietra è in fuga dalla valle dove ha perduto i suoi amati fratelli, e ripara sul monte. È disperata, e vuole solo morire. Non immagina che lassù c’è la chiave della soluzione di tutti i suoi dolori. Non sa di poter essere «ingravidata» da una «cosa» insignificante. Da una pietra, addirittura. Da una «rima petrosa» che, a sua insaputa, tra un gemito e l’altro le sdrucciola in bocca.
Quella pietra non parla, ma luccica. È una pietra senza parole, più antica delle parole, è un’immagine antica che, sebbene pietrificata, manda ancora bagliori di luce. È una pietra immaginale (non starò qui a rievocare il lapis philosophorum degli alchimisti, ma varrebbe la pena dal momento che essi lo chiamavano anche loro «figlio»), una forma già avvistata, già incontrata e poi dimenticata, un’«idea» inconsciamente «archiviata» che, a dispetto del tempo passato, manda ancora riflessi colorati.

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La donna non sa che quella pietra «luccica» tra le parole della sua afflizione, e che se la ingoia, se se la mette in bocca, quella ha la potenza di vendicarla. Ha la potenza di buttar giù la Casa Maledetta in cui finiscono tragicamente per fallire tutti i destini dei «curiosi».
Finiscono quaggiù, dove verdeggia la Valle dei Piaceri, dove si è scesi per dare la caccia alla selvaggina. O, per rispettare la metafora Sioux, la caccia al Bisonte. La caccia alla preda della Fame, ma – insieme, anche – alla preda della curiosità libidinosa, del desiderio di andare a curiosare in casa altrui.

Ai desideri «disastrati», alle cinque differenti ripetizioni misteriose dello stesso fallimento nelle stesse curiose circostanze, non c’è un rimedio, non esiste una via d’uscita – ma solo una via di fuga, per chi fortunato, come la nostra donna, l’imbocca. La via che sale alla cima del monte, la via che s’innalza – se possibile – fino alla luna, la via che mena lontano, quanto più lontano è possibile, dalla Valle di Lacrime.
Il Racconto ci riconduce così di nuovo al «dispetto» (despicere è «guardare dall’alto») della Testa Rotolante: alla reazione dispettosa di chi, una volta respinto il suo desiderio, una volta cacciato dalla Valle, furiosamente si avventura lassù.

Lassù, sulla luna, la Testa di Roland «fuma» in un’ampolla. Fuma, come il comignolo della Casa della Vecchia. Fuma come la Pietra Rovente, quando uno ci versa sopra l’acqua Doré-Astolfo-lunache le dà «sollievo».
E allora vedi i morti desideri uscire, come Lazzaro, vivi e vegeti sebbene guasti, dalla tomba. E tutto per merito di un povero cristo, grazie soltanto a un’anonima «pietra sdrucciola» in cui il destino di quei desideri è inciampato in illo tempore, ma da cui la loro «idea», il loro «presentimento» è ancora lì che sprizza scintille.

Quella «pietra» non si è rassegnata. Basta che la donna le versi sopra le sue lacrime, perché quella di nuovo s’infumi. Basta lasciarvi cadere sopra i propri gemiti, perché quella «vecchia immagine» torni a rivivere … vestita di parole.
Essa sola, di lassù, da dove fa il «dispetto», o meglio: dove fa la sua dispettosa differenza che neanche alla morte si arrende – essa sola può generare un fumo (magico) più potente di quello che sorgeva dal camino della Strega, Signora della Valle delle Attrazioni Pericolose. Generare un fumo bianchissimo, come è bianchissima la veste dell’Angelo che farfuglia latinorum ai piedi del letto del Ragazzo innamorato. Genera il fumo del «parlare simbolico», il solo capace di far risorgere dalle sue ceneri la Fenice di un desiderio fallito.