Lacan – L’ombra errante dell’io

Che cosa ho cercato di far comprendere con lo stadio dello specchio? Che quanto c’è nell’uomo di slegato, di frammentato, di anarchico, si pone in rapporto con le sue percezioni sul piano di una tensione assolutamente originale. È l’immagine del suo corpo Picasso-donna-verdea essere il principio di ogni unità che percepisce negli oggetti.
Ora, di questa stessa immagine egli percepisce l’unità solo al di fuori e in modo anticipato.
Per il fatto di avere questa relazione doppia con se stesso, è sempre intorno all’ombra errante del suo proprio io che si struttureranno tutti gli oggetti del suo mondo. Avranno tutti un carattere fondamentalmente antropomorfico, diciamo pure egomorfico.

In tale percezione è continuamente evocata per l’uomo la sua unità ideale, che non è mai raggiunta come tale e continuamente gli sfugge. L’oggetto non è mai definitivamente per lui l’ultimo oggetto, tranne che in alcune eccezionali esperienze. Ma si presenta allora come un oggetto da cui l’uomo è irrimediabilmente separato e che gli mostra la figura stessa della sua deiscenza all’interno del mondo – oggetto che per essenza lo distrugge, lo angoscia, che non può raggiungere, in cui non può veramente trovare la sua riconciliazione, la sua aderenza al mondo, la sua perfetta complementarità sul piano del desiderio.

Il desiderio ha un carattere radicalmente lacerato. L’immagine stessa dell’uomo vi apporta una mediazione, sempre immaginaria, sempre problematica, dunque mai del tutto compiuta.
Essa si sostiene su una successione di esperienze istantanee, e tale esperienza, o aliena l’uomo da se stesso, o porta a una distruzione, a una negazione dell’oggetto.

Se l’oggetto percepito al di fuori ha una sua propria unità, questa mette l’uomo che la vede in uno stato di tensione, perché si percepisce lui stesso come desiderio, desiderio insoddisfatto. Inversamente, quando coglie la propria unità, è il mondo che al contrario si decompone per lui, perde il suo senso, e si presenta sotto un aspetto alienato e discordante.
È questa oscillazione immaginaria che dà a tutta la percezione umana la soggezione drammatica con cui è vissuta in quanto interessa veramente un soggetto.

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Non va quindi cercata in una regressione la ragione delle insorgenze immaginarie che caratterizzano il sogno. Nella misura in cui un sogno va il più lontano possibile nell’ordine dell’angoscia, ed è vissuto un approccio al reale ultimo, assistiamo a quella decomposizione immaginaria che è la rivelazione delle componenti normali della percezione.
La percezione infatti è un rapporto totale rispetto a un quadro già dato, in cui l’uomo si riconosce sempre da qualche parte e si vede talvolta perfino in più punti.

Se il quadro del rapporto col mondo non è de-realizzato dal soggetto, è per il fatto che comporta degli elementi che rappresentano delle immagini diversificate del suo io, e che sono altrettanti punti di attacco, di stabilizzazione, di inerzia.
È così che vi insegno nei controlli a interpretare i sogni – si tratta di riconoscere dov’è l’io del soggetto. […]

L’oggetto è sempre più o meno strutturato come l’immagine del corpo del soggetto. Il riflesso del soggetto, la sua immagine speculare, si ritrova sempre da qualche parte in ogni quadro percettivo e gli dà una qualità, un’inerzia speciale.
Questa immagine è mascherata, a volte anche completamente. Ma, nel sogno, in ragione di un alleggerimento delle relazioni immaginarie, si rivela facilmente a ogni istante, tanto più quanto più è stato raggiunto il punto di angoscia in cui il soggetto incontra Karras-donna-specchiol’esperienza della sua lacerazione, del suo isolamento rispetto al mondo. Il rapporto dell’uomo col mondo ha qualcosa di profondamente, inizialmente, inauguralmente leso.

È ciò che risulta dalla teoria che Freud ci dà del narcisismo, nella misura in cui introduce un non so che senza via d’uscita che contrassegna tutte le relazioni e in particolare le relazioni libidiche del soggetto.
La Verliebtheit [innamoramento] è fondamentalmente narcisistica. Sul piano libidico, l’oggetto non è mai colto che attraverso la griglia del rapporto narcisistico.

Che cosa accade quando al soggetto vediamo sostituirsi il soggetto policefalo? – la Folla, una folla nel senso freudiano, la folla di cui parla Psicologia di massa e analisi dell’io, fatta della pluralità immaginaria del soggetto, dell’espansione e dispersione delle differenti identificazioni dell’ego?
All’inizio questo ci appariva come un’abolizione, una distruzione del soggetto in quanto tale. Il soggetto trasformato in tale immagine policefala sembra avere qualcosa di acefalo. Se c’è un’immagine che potrebbe rappresentare la nozione freudiana di inconscio è proprio quella di un soggetto acefalo, di un soggetto che non ha più un ego, che è all’estremità dell’ego, decentrato rispetto all’ego, che non è più dell’ego.

È il soggetto tuttavia che parla, poiché è lui che a tutti i personaggi del sogno fa tenere discorsi insensati – che appunto prendono dal loro carattere insensato il loro senso. […]
Ecco dove conduce il sogno [alla Parola della Folla, in via Polifemo]. L’entrata in funzione del sistema simbolico nel suo uso più radicale, assoluto, può giungere ad abolire l’azione dell’individuo in modo così totale, che elimina nel medesimo tempo il suo rapporto tragico col mondo. Equivalente paradossale e assurdo di Tutto ciò che è reale è razionale.

Gazzar-filo-spinato

La considerazione strettamente filosofica del mondo può, infatti, porci in una sorta di atarassia in cui ogni individuo è giustificato in base ai motivi che lo fanno agire, e che sono concepiti come qualcosa che lo determina totalmente. Ogni azione, in quanto astuzia della ragione, è ugualmente valida. L’uso spinto all’estremo del carattere radicalmente simbolico di ogni verità fa dunque perdere punta e rilievo al rapporto con la verità.
Nel mezzo del corso delle cose, del funzionamento della ragione, il soggetto si trova a essere fin dall’inizio del gioco nulla più che una pedina, spinto all’interno di questo sistema, escluso da ogni partecipazione propriamente drammatica, e di conseguenza tragica, alla realizzazione della verità.

(Lacan, Il Seminario: 2)