Agostino – Il tempo e l’anima

È in te, anima mia, che misuro il tempo. Non frastornarmi coi tuoi «cosa? come?». Non frastornare te stessa con la folla delle tue impressioni. In te, dico, io misuro il tempo. Sì, l’impressione che le cose passando producono in te, rimane quando sono passate: è macchina-tempoquesta che è presente, non quelle che sono passate perché lei ne nascesse. È questa che misuro, quando misuro il tempo. Il tempo è lei – non è il tempo quello che misuro.

E allora, quando misuriamo i silenzi e diciamo che questa pausa dura quanto quel suono?
Ma appunto: in questi casi per poter calcolare in qualche modo l’estensione temporale degli intervalli di silenzio, noi ci fingiamo in loro luogo il suono della voce e cerchiamo di misurare mentalmente la durata che avrebbe. Anche senza usare la voce e le labbra noi recitiamo mentalmente poemi e versi e discorsi; e siamo sempre in grado di indicare quanto durano i loro svolgimenti e che quantità di tempo occupano l’uno relativamente all’altro, non altrimenti che se li recitassimo a voce alta.

Supponiamo che uno voglia emettere un suono appena un po’ più lungo: costui avrà certamente percorso in silenzio e affidato alla memoria quel determinato lasso di tempo, e quindi avrà preso a emettere la voce, che risuona finché sia giunto il termine stabilito. Anzi, che è risuonata e risuonerà: perché quella che è già passata è senza dubbio risuonata, e quanto ne resta risuonerà.
Ed è così che passa, mentre l’intenzione presente traduce il futuro in passato, e il passato cresce via via che decresce il futuro, finché consumato il futuro tutto sarà passato.

Ma come può decrescere o consumarsi il futuro che non esiste ancora, e come può crescere il passato che non esiste più, se non in quanto esistono tutt’e tre nella mente che opera questo processo?
Perché è la mente che ha aspettative, fa attenzione, ricorda: e quello che si aspetta le si fa oggetto di attenzione per divenire oggetto di memoria. E chi nega che il passato non esista più? Nella mente ancora c’è il ricordo del passato.
E chi nega che il tempo presente sia privo di estensione, poiché passa in un punto? Ciò che perdura, tuttavia, è l’attenzione attraverso la quale ogni cosa si abbia presente sconfina gradualmente nell’assenza.
Quindi non è lungo il tempo futuro, che non esiste, ma un lungo futuro è una aspettativa a lungo termine di cose a venire, e non è lungo il passato, che non esiste, ma un lungo passato è una memoria di lunga durata delle cose avvenute.

dio-uccelli

Mi dispongo a cantare una canzone che conosco: prima di cominciare, la mia aspettativa è protesa alla composizione nel suo insieme; ma basta che cominci ed ecco, via via che faccio crescere il passato a spese dell’aspettativa, il mio ricordo si estende in proporzione: e il mio vivere in questa azione è un protrarsi nella memoria di ciò che ho già detto e nell’aspettativa di ciò che sto per dire.
Ma l’attenzione è presente, ed è la sua presenza a far sì che ciò che era futuro si traduca in passato. Via via che questa azione si compie, l’aspettativa si accorcia e il ricordo si allunga, finché l’aspettativa è tutta consumata, quando l’azione è compiuta e passata tutta nella memoria. E ciò che avviene dell’intera canzone avviene anche di ciascuna sua minima parte fino alle singole sillabe, e di un’azione più lunga di cui quella canzone può far parte, e dell’intera vita di un uomo, che è costituita di tutte le sue azioni, e dell’intera storia dei figli uomini, che è costituita da tutte le vite umane.

Ma poiché la tua grazia è al di sopra di tutte le vite, ecco: non è che distrazione la mia vita, eppure la tua destra mi ha raccolto nel mio Signore, il figlio dell’uomo, mediatore tra te, l’uno, e noi, i molti, in molte cose e per molte vie, in modo che per mezzo suo mi afferri a questo che mi ha afferrato e dai giorni antichi io torni in me seguendo l’Uno, e dimentichi il passato: non per farmi distrarre dalle cose che verranno e se ne andranno, ma per essere teso a quelle immobili davanti a me.
Così, in un’attenzione ormai non più distratta inseguo la palma di chi è chiamato in alto, dove udrò risuonare le tue lodi e contemplerò la tua felicità, che non passa. Ora i miei anni piangono, e il mio conforto sei tu, padre mio eterno e Signore; e io mi sono sbriciolato nel tempo senza conoscerne l’ordine, e i miei pensieri, i visceri dell’anima, li Borda-cantofa a pezzi la furia del molteplice, fino a quando nella catarsi del tuo fuoco d’amore io sarò fuso e rifluito in te.

E in te troverò stanza, e consistenza nella tua verità, che è la mia forma. E non dovrò più sopportare quelle persone condannate da una strana malattia ad aver voglia di bere sempre più di quanto possano contenere, con le loro questioni come «che cosa faceva Dio prima di creare il cielo e la terra?», o «come gli è venuto in mente di fare qualcosa se fino a quel momento non aveva mai fatto nulla?».
Concedi loro, mio Signore, di pensare bene a quello che dicono e scoprire che non ha senso dire «mai» dove il tempo non esiste. Che altro vuol dire «mai» se non «in nessun tempo»? Si rendano conto che senza creato non può esservi tempo e smettano di parlare a vuoto. Rivolgano anche loro l’attenzione a ciò che sempre trovano davanti e comprendano che tu stai innanzi a tutti i tempi, loro creatore eterno, e nessun tempo ti è coetaneo e nessuna creatura, benché ve ne possano essere di superiori al tempo.

Mio Dio e Signore, com’è profondo e alto il tuo segreto, e quanto lontano me ne hanno gettato le conseguenze dei miei errori. Guarisci i miei occhi, e anch’io potrò godere la tua luce. Certo se c’è una mente forte di conoscenza e prescienza così grandi, che tutto il passato e il futuro le sono familiari come a me una canzone notissima, troppo meravigliosa e terrificante è questa mente, cui nulla sfugge che sia avvenuto o debba ancora avvenire in tutti i secoli.
Proprio come non sfugge a me, quando canto quella canzone, quale e quanta parte di essa ho già cantato dall’esordio e quale e quanta ne resti per finire.

Eppure non così, ben altrimenti tu, autore della totalità degli esseri, autore delle anime e dei corpi, ben altrimenti tu conosci tutto il futuro e tutto il passato. In modo molto, molto più mirabile e segreto …
Quando uno canta o ascolta cantare una canzone nota, l’aspettativa dei suoni a venire e il ricordo di quelli passati causano variazioni nel sentimento e la percezione ne viene distratta. Niente del genere accade a te che sei immutabilmente, cioè veramente, eterno creatore delle menti.
Come conoscevi in principio il cielo e la terra senza alcun mutamento nella tua coscienza, così in principio creasti il cielo e la terra senza disperdere nel tempo l’azione.
Chi capisce ti renda lode, e ti renda lode anche chi non capisce. A quali altezze tu stai, tu che hai negli umili di cuore la tua casa. Perché tu risollevi chi è prostrato, e non cade chi ha in te la propria altezza.

(Agostino, Confessioni, 27.36-31.41)

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The Sand Castle | illusionary fantasy superrealism

Il tempo è nell’anima, il tempo si misura nel dire dell’anima – nel suo canto.
Il tempo non ha estensione, è il Presente, il sempre Presente, il continuo Presente. Il tempo è Sempre. A figurarne l’estensione, a fingere di misurare un’estensione o una successione temporale, un prima, un poi e un adesso è la Parola di Anima.
Perché la Parola di Anima, pur nel variare della «folla frastornante delle sue impressioni» ha una struttura siffatta, che «l’impressione delle cose passate rimane anche dopo che sono passate»: che, insomma, il «detto» (sebbene Narciso non voglia ammetterlo) ha la sua Eco di ritorno o, se preferisci: che l’impressione passata, la «Vecchia», ha un modo strano di rimanere attaccata, appiccicata addosso a chi ne è stato impressionato: gli rimane vischiosamente «uncinata» nella carne viva, a sua insaputa.
È lei, dice Agostino, è lei – l’Impressione – ciò «che misuro quando misuro il tempo. Il tempo è lei – non è il tempo (senza estensione, il sempre Presente) quello che misuro».

Il tempo, dunque, è una finzione, anzi la finzione per eccellenza, di Anima. Se possiamo misurare addirittura «i silenzi», è perché «ci fingiamo in loro luogo il suono della voce»: l’unità metrica la prendiamo dal «dire», perché è nel «dire» che Narciso misura la distanza del suo Presente da quell’Eco che pure ha già incontrata e già rifiutata. È nella Parola che si manifesta la permanenza di un Passato. Il Silenzio non ha eco. Non c’era bisogno di andarlo a spiegare a un pitagorico: a far «esistere» le Sfere Celesti è il Canto dell’Uomo.
Perché cantando l’Uomo conta. Cantare è esistere, dice Rilke. Parlare prosaicamente è Petolas-giraffeentrare con la scoppola nell’esistenza umana. Il Paradiso dell’Uomo è la Casa dei Canti. Nel Paese di Anima è così che funziona: a ogni cantore il suo cantuccio!

Su, canta, illuditi – entra nel Gioco dell’Uomo, fa’ esistere il Tempo: ciò che il tempo, passando, ha separato, fa’ che nel tuo canto torni a coesistere nella magia della finzione verbale. Il corpo del Continuo smembrato e fatto a pezzi verbalmente, solo se lo canti, può tornare per incantamento a essere Uno là stesso dove è stato sacrificato a una scansione, a una misura.
Memoria, Attenzione e Aspettativa «esistono tutt’e tre nella tua mente»: sono le Tre Madri cabalistiche che ti hanno messo al mondo come loro «figlio» umano. Le tre Matrici – ma sì, chiamiamole coi nomi a noi più familiari: Era la Vecchia, Afrodite la Presente e Atena (o una qualunque altra dea vergine) che «incarna» la Futura sempre al di là da ogni «contatto carnale».
Sarà stato un gioco da ragazzi per Alessandro/Paride rispondere al quesito dei loro Richiami: chi delle Tre è la più bella? Poteva forse non rispondere: è Venere, la «tossica» Presente, questa qui che ho davanti, questa qui che mi è «data», la «pubblica» che si dà indifferentemente a tutti i suoi spasimanti «umani»?

Senza saperlo, Alessandro/Paride non ha tempo che per lei: perciò, mio caro Heidegger, per favore correggi quel verso: nessuno ha altro tempo che il tempo che Lei con la sua «velenosa» presenza gli schiude dinanzi. Da un gioco di rimpallo tra Narciso ed Eco, tra presente e passato, gli schiude dinanzi un futuro, un «non ancora». Correggi quel canto, aggiungici un tocco di erotismo, per favore – sennò, non si capisce quello che vuoi «dire».
Vuoi dire, credo, che senza il Veleno della Seduzione del Presente non c’è altro modo di spiegarsi la «finzione» umana, e la sua rischiosa avventura nell’inganno del «dire».

Se non si lasciasse sedurre dal Ritorno del Rimosso, dall’eco del dimenticato, del rifiutato o del lasciato perdere, l’uomo non si azzarderebbe nel labirinto del «dire». E Narciso non verrebbe mai a sapere che, oltre a lui e alla sua immagine, al di là del suo mondo immaginario, oltre i confini della sua propria anima, esiste – sia pure senza corpo – la voce di Anima, l’Eco di Anima, la Memoria di Anima.

Rubens-Paride-giudizio

Ma è proprio qui il punto decisivo: l’anima di Narciso non è che una piccola estensione di Anima, la sua memoria niente più d’uno spicchio di Mnemosine.
Il tempo non esiste nello spazio immaginario: a schiuderlo è il «dire» di una Presenza terza. Apparentemente, fuori dal gioco. Una già esclusa: la voce della Macchina Simbolica, il Soggetto illusorio al di là dei miraggi con cui ogni singolo lupacchiotto è catturato al suo magico laccio.

Perciò, nessuna meraviglia se, a chiusura della questione del tempo, il nostro amatissimo Agostino «dica» quel che ha da «dire» a quella Memoria di tutte le sillabe di tutte le lingue del mondo che è il Racconto Umano, ovvero a quella Sapienza che sa della vita di tutti gli uomini «che è costituita di tutte le sue azioni, e dell’intera storia dei figli uomini, che è costituita da tutte le vite umane».

Si rivolge, cioè, a chi – parole sue testuali – lo ha «afferrato», strappandolo al Mondo dell’Oblio in cui fino ad allora soggiornava. Si rivolge al Soggetto oscuro e misterioso della Memoria. Non alla memoria come facoltà della mente del singolo soggetto umano, ma alla Mnemosine cristianizzata che a ciascuno di noi elargisce il dono (Agostino non dirà mai «velenoso», e si capisce perché), il dono del linguaggio propriamente umano.

Guai a perderla di vista, dice Agostino, guai a smarrire la memoria di Memoria – perché così ci si ammala di pensieri senza capo né coda.
Certo, il suo «segreto» è alto e profondo: «troppo meravigliosa e terrificante è questa mente» che tutto ricorda, il saputo, ma anche il non-saputo, e che tutto tiene «scritto» nel suo Libro di lettere «senza corpo».
Anche chi non crede in dio, non potrà fare a meno di riconoscere che è di memoria «divina» che qui si tratta. Anche il più becero materialista, non potrà astenersi dall’ammettere che è opera di una «macchinazione» sovrumana, meta-psicologica, quella certa macchina che noi chiamiamo «io, figlio di Narciso», suo erede postumo.