Agostino – Il tempo e la voce

E ti confesso, Signore, che ancora non so cosa sia il tempo, e ancora ti confesso, Signore, che so di fare questo discorso nel tempo e che da molto ormai sto parlando del tempo, e che questo molto non è molto, se non perché dura nel tempo. Ma come faccio a saperlo, Zawadzki-tempose non so che cos’è il tempo? Forse si tratta che non so dire quel che so? Ah, non so più neppure che cos’è che non so.
Tu lo vedi, mio Dio, che non mento davanti a te: così come ti parlo è il mio cuore. L’accenderai tu la mia lucerna, mio Dio e Signore, farai un po’ di luce tu nel mio buio (Salmi, 17: 29).

Non è veridica la confessione in cui quest’anima lo ammette, che io misuro il tempo? Mio Dio, dunque misuro senza sapere cosa io misuri. Misuro in termini di tempo il movimento di un corpo. Ma allora non misuro il tempo stesso? O potrei misurare quanto dura il moto del corpo e quanto questo impieghi a coprire una certa distanza, altrimenti che misurando il tempo in cui si muove? E allora, il tempo stesso, com’è che lo misuro? Misuriamo forse un intervallo di tempo con uno più breve, come con la lunghezza di un cubito misuriamo quella di un asse?

Sì, è a questo modo che misuriamo, a quanto pare, l’estensione temporale di una sillaba lunga con quella di una breve, e la diciamo doppia di questa. Così misuriamo l’estensione dei poemi con quella dei versi, e quella dei versi con quella dei piedi [metrici], e quella dei piedi con quella delle sillabe, e quella delle sillabe lunghe con quella delle sillabe brevi: non la misuriamo in pagine – perché a quel modo misureremmo l’estensione spaziale, non quella temporale – ma col passare del suono delle parole che pronunciamo, dicendo: «È un poema lungo, perché si compone del tal numero di versi; sono versi lunghi perché sono costituiti da tanti piedi; piedi lunghi perché si estendono per tante sillabe; sillaba lunga perché è doppia di una breve».

Ma neppure così si afferra una determinata misura di tempo, perché può ben darsi che un verso più breve, se lo si pronuncia protraendo la voce, continui a risuonare per un intero intervallo di tempo maggiore di quello di un verso più lungo pronunciato più in fretta. E questo vale per un poema, per un piede, per una sillaba.
Perciò mi è parso che il tempo altro non fosse che una sorta di protrazione: ma di che cosa, non lo so. Della mente stessa, forse? Sì, non può che esser così. Perché, mio Dio, che cosa misuro io di grazia, quando faccio un’affermazione o indeterminata come «questo intervallo di tempo è più lungo di quello», o determinata come «è il doppio di quello»?

Tahir-tempo

Misuro il tempo, lo so: ma non misuro il futuro, perché non esiste ancora, non misuro il presente perché non ha alcuna estensione, non misuro il passato perché non esiste più.
Che cosa misuro allora?
Non il passare, ma il tempo che passa? Era così che avevo dianzi affermato.

Insisti, mente – intensifica ancora l’attenzione: Dio è il nostro aiuto; non ci siamo fatti da noi, lui ci ha fatto (Salmi, 61: 9; 99: 3).
Ecco, ad esempio, una voce umana comincia a risuonare, risuona, risuona ancora e cessa: ora è silenzio e quel suono vocale è passato e non è più. Era ancora a venire prima che risuonasse e non poteva essere misurata perché ancora non era, e ora non può esserlo perché non è più.
Dunque, poteva allora, mentre risuonava, perché allora c’era qualcosa da misurare. Ma allora non restava ferma, ma andava via, passava. O forse proprio per questo potevo misurarla?
È passando, infatti, che occupava una certa estensione temporale misurabile, mentre invece il presente non ha estensione.

Ammettiamo, dunque, che la si poteva misurare allora, e supponiamo che un’altra cominci a risuonare e continui a farlo, con continuità e uniformità di tono; misuriamo dunque quanto dura questo suono, finché dura, perché quando il suono sarà cessato, sarà già passato e non ci sarà più niente da misurare.
Misuriamo bene questa durata: ma la voce ancora risuona e bisogna misurarla dal momento iniziale, in cui ha preso a risuonare, fino a quello finale, in cui è cessata. Un surreal-Ecodato intervallo si misura appunto dall’inizio alla fine.

Ma il suono della voce non è ancora cessato, e dunque non si può misurare la sua durata e concludere che è breve o lunga o uguale a quella di un altro suono o doppia di quella o quant’altro.
Ma, una volta cessato, il suono non sarà più. E allora con che metro misureremo la sua durata? Eppure noi misuriamo gli intervalli di tempo: ma non quando non sono ancora in corso, né quando non lo sono già più, né quando sono privi di estensione, né quando non hanno termine.
Dunque, non misuriamo né il futuro né il passato né il presente né il tempo che passa: eppure misuriamo il tempo.

Deus creator omnium: in questo verso di otto sillabe si alternano sillabe brevi e lunghe: quindi le quattro brevi – la prima, la terza, la quinta e la settima – durano la metà rispetto alle quattro lunghe – la seconda, la quarta, la sesta e l’ottava. Ciascuna di queste dura un tempo doppio rispetto a ciascuna delle prime: me ne convinco pronunciando il verso, che è così, almeno per quello che può rivelare l’orecchio.
A quanto l’orecchio mi dice, misuro la sillaba lunga con la breve e avverto che dura due volte tanto. Ma, dato che le sillabe risuonano una dopo l’altra, se la breve viene prima della lunga come farò a trattenere la breve e ad applicarla come metro alla lunga, e a trovare che è due volte tanto, se la lunga comincia a risuonare solo quando ha smesso di farlo la breve? E a misurare la lunga mentre ancora è presente, quando non posso misurarla se non è finita?
Ma quando è finita, è passata.

E allora che cos’è che sto misurando?
Dov’è la breve che mi fa da metro? e dove la lunga che devo misurare?
L’una e l’altra hanno finito di risuonare, sono volate via, sono passate e non ci sono più: e io misuro e rispondo tranquillamente, con tutta la confidenza che si ha in un senso esercitato, che l’una è semplice e l’altra è doppia – quanto all’estensione temporale, intendo.
Ma non sono in grado di fare questo, se non perché sono già passate e finite. Non loro dunque, che non sono più, misuro: ma qualcosa nella mia memoria, qualcosa che vi si fissa.

(Agostino, Confessioni, 11: 25.32-35)

***

Avalos-frammento-memoria

Cominciamo dalla fine. Da quel «qualcosa che vi si fissa». Qualcosa che alla mente «si appiccica» (non stiamo dicendo a caso questa parola). Qualcosa di «vischioso» che si aggrappa alla mente, e ne alimenta, poco a poco, la Memoria.
Ecco, da che parte ci ha condotto Agostino col pretesto della questione del tempo. D’altronde, se non avessimo memoria, ce la porremmo una domanda così peregrina, eppure così esistenziale per noi umani, qual è quella che chiede che cos’è il tempo?

Ci ha condotto fin qui, prendendo la via del tempo che «portiamo» nella voce: la via che la domanda di Anima ci traccia nell’ascolto – nel Tempio dell’Udito Umano, nel sancta sanctorum del linguaggio con cui Anima parla all’orecchio dell’Uomo, e gli «rivolge la parola».
Ed eccolo a pazziare con la metrica delle sillabe, brevi e lunghe, ma per poi nondimeno pervenire alle stesse conclusioni di prima: io non so cosa misuro, anche se continuo tranquillamente a misurarla.

Questa certa «cosa» enigmatica e sfuggente a ogni misura a cui nel frattempo continua tranquillamente a prestarsi – questo «incommensurabile» che sarebbe nientemeno il fondamento di ogni metrica – questa Madre, questa Matrice del Libro di tutte le umane «credenze» (e di tutte le parole di cui queste si sono dovute e continuano a doversi nutrire) – insomma questa Sconosciuta a cui prendiamo le misure, si manifesta a detta di Agostino (e qui è forse il cuore della sua genialità) in quel «non dove né quando» in cui, e nella cui «lingua», ci è stata rivolta la Parola, in quel Paese dello spaesamento dove ci si è Shuplyak-Michelangelo«appiccicato» alla mente il primo «grumo di sangue» (le parole parlano!) della nostra memoria.

È alla Memoria dell’Uomo che il Richiamo di Anima … ritorna.
Anima parla. La sua parola passa. Nel passare, nessuno saprà mai dire se è breve o lunga. È dopo che è passata – è nell’eco che la prolunga, che la protrae (per usare il termine di Agostino) – è allora, se e quando ritorna, che sorge la memoria.
La memoria è chiamata a «chiudere», a dare «termine», a qualcosa di incompiuto – a qualcosa che pareva, ma non era, compiuto. E cosa può essere chiamata a «finire» se non ciò che è Anima stessa, col suo richiamo, a dare per «non-finito»?

Anima ci dà una Pietà da terminare, come Michelangelo ci insegna. Perché è Anima che si è fissata alla nostra mente – questo è tutto. È Lei l’«appiccicosa» che si è «appiccicata» con tutto il mondo. C’è una «vendetta» che non vuole dimenticare. Una venerea vendicazione, tossica è vero, ma così avvenente che trova sempre qualcuno a cui rifare il suo ritornello. È la «naturale» orecchiabilità della sua Parola a sedurci, ma l’orecchio non vede quel che è celato dietro le quinte, l’orecchio è catturato nella seduzione invisibile dell’Eterno Ritornello: pietà!, pietà!, ripetuto all’infinito.

La Memoria non è che una serie di fallimenti dell’Oblio. Di quell’Oblio che non ci sopravvive che nelle rimozioni, grazie alle quali ci serbiamo la facoltà di vivere come «nuove» e «iniziali» le nostre abitudini più antiche – quelle che Freud fa risalire ai nostri protozoici antenati in germe. Una sorta di «difesa naturale» contro il vecchio, lo stantio, il già detto, il già fatto, il giù vissuto – che consiste nel farcelo ripetere a nostra stessa insaputa.

Riconoscere e dare termine alle ripetizioni «ancestrali» del nostro linguaggio immaginale – è il primo passo verso la Memoria.
Ecco, in quale paesaggio ci ha ricondotti Agostino. Laggiù dove credemmo di sentire un Richiamo. E questo Richiamo ci investì di un compito: assai facile a dirsi, fatto apposta per uno sciocco come l’antenato protozoico dell’Uomo.
Ci diede il compito di prenderla per le lunghe. Di allungare il brodo, di rinviare – o, Mirò-donna-eclissimeglio, come dice Agostino, di «protrarre», di dare un seguito a, di spostare più in là la fine, il termine.

Ci sono due vie, dicevano gli orfici al «viandante»: puoi prendere quella di Mnemosine, o quella di Lete. Non sono che due bracci dello Stesso Fiume.
Il primo «tassello» di memoria, la «forma immaginale originaria», deve per forza essere una «dimenticanza» mancata.
Siamo macchine «linguistiche», e in quanto tali «ripetiamo meccanicamente» quel che non ricordiamo – meglio: quello che non vogliamo ricordare.
Eppure, proprio quello che non vogliamo e forse non possiamo ricordare, o in ogni caso quello che non riusciamo a «chiudere» in un ricordo con cui coesistere in santa pace, ci rimane «appiccicato» addosso – come il fondo oscuro di tutti i nostri ricordi. Come l’incommensurabile, sempre sfuggente ai pesi e alle misure di Mnemosine. O come l’inconscio, sempre attaccato a ogni sapere di Coscienza.