Lacan – Chi è il soggetto?

Chi è il soggetto?
Ecco la questione che maneggiamo in tutte le sue manifestazioni, nelle antinomie che rivela. La seguiamo in tutti i punti in cui essa si riflette, si rifrange, esplode. È così che speriamo di dare un’idea del punto in cui si situa esattamente, e che non può essere affrontato di petto, perché affrontarlo equivale ad affrontare le radici stesse del Mora-ritratto-donnalinguaggio.
In questa ottica, guardate una di quelle cose sulle quali non ci si sofferma, una piccola nota inclusa nella muratura dell’edificio freudiano.

«Un secondo momento [sapere perché il preconscio ha rigettato e soffocato il desiderio che appartiene all’inconscio], assai più rilevante e penetrante, ma ugualmente trascurato dai profani, è il seguente. L’appagamento di un desiderio dovrebbe di certo recar piacere ma, ci si chiede, a chi? [come vedete, questa questione a chi? non è nostra. Non l’ha inventata il mio allievo Leclaire]. Naturalmente, a colui che prova il desiderio. Sappiamo però che il sognatore intrattiene coi propri desideri un rapporto del tutto speciale. Li rigetta, li censura, in breve non li vuole. Un loro appagamento può quindi non arrecargli alcun piacere, bensì soltanto il contrario del piacere. E l’esperienza ci insegna che questo contrario – il quale deve essere ancora spiegato – compare in forma di angoscia. Il sognatore può dunque essere paragonato, nel suo rapporto coi propri desideri onirici, soltanto alla somma di due persone, congiunte tuttavia da molti elementi comuni» (Freud, L’interpretazione dei sogni, VII, D, nota aggiuntiva del 1919).

Ecco un breve testo che vi consegno come liminare per la vostra meditazione, perché esprime chiaramente l’idea di un decentramento del soggetto. È una formulazione propedeutica, non è una soluzione. Dire che c’è un’altra personalità sarebbe codificare il problema.
Del resto, non si è aspettato Freud per formularlo – un signore di nome Janet, lavoratore non senza merito sebbene eclissato dalla scoperta freudiana, aveva infatti creduto di accorgersi che in certi casi si produceva nel soggetto un fenomeno di doppia personalità; e si era fermato lì, perché era psicologo. Per lui era una curiosità psicologica – il che è lo stesso – historiolae, diceva Spinoza, storielle.

Freud, invece, non presenta le cose sotto forma di storiella, pone il problema nel suo punto essenziale – che cos’è il senso? quando dice i pensieri, ecco che cosa designa, e non altro.
Bisogna precisare – qual è il senso del comportamento del nostro prossimo, quando siamo con lui in quella relazione del tutto speciale che è stata inaugurata da Freud nel suo approccio alle nevrosi? Bisogna forse cercare la risposta nei tratti eccezionali, anormali, patologici del comportamento dell’altro?

Agar-autoritratto

Non è quello che fa Freud. Lui, invece, cerca la risposta ponendo la questione là dove il soggetto stesso può porsela: analizza i propri sogni. Ed è proprio perché parla di sé, che fa apparire che qualcun altro parla nei suoi sogni. È quello che ci confida in questa nota.
Apparentemente, qualcun altro, un secondo personaggio è in rapporto con l’essere del soggetto. Ecco la questione posta nell’opera di Freud, dall’inizio alla fine.

Pensate al piccolo Progetto degli inizi. Abbiamo visto che in ogni momento, pur mantenendosi nel linguaggio atomistico, Freud ne scivola via, perché pone il problema delle relazioni del soggetto con l’oggetto in termini notevolmente originali.
Da che deriva l’originalità di questo disegno dell’apparato psichico umano?
Dal fatto che si tratta in realtà del soggetto.

Ciò che qui distingue Freud da tutti gli autori che hanno scritto sullo stesso argomento, e anche dal grande Fechner al quale si riferisce costantemente, è l’idea che l’oggetto della ricerca umana non è mai un oggetto di ritrovamento nel senso della reminiscenza. Il soggetto non ritrova le rotaie preformate del suo rapporto naturale col mondo esterno. L’oggetto umano si costituisce sempre con la mediazione di una prima perdita.
Niente di fecondo ha luogo per l’uomo, se non tramite la mediazione di una perdita dell’oggetto.

Penso che questo tratto che abbiamo sottolineato di sfuggita non vi sia scappato, ma forse avete creduto che fosse solo un dettaglio – il soggetto deve sempre ricostituire donna-nuda-rabbiosal’oggetto, cerca di ritrovarne la totalità a partire da non si sa quale unità perduta all’origine.
Questa simbolica costruzione teorica – suggerita a Freud dalle prime scoperte del sistema nervoso, nella misura in cui sono applicabili alla sua esperienza clinica – lascia già presagire quello che bisogna pur chiamare la portata metafisica della sua opera. Il che prova che siamo sulla buona rotta, quando ci riproponiamo continuamente il problema di Freud – che cos’è il soggetto?

Ciò che il soggetto fa ha un senso, egli parla col suo comportamento come coi suoi sintomi, come con tutte le funzioni marginali della sua attività psichica. La psicologia dell’epoca, come sapete, considera equivalenti i termini coscienza e psichismo, e Freud mostra in ogni istante che è precisamente ciò che fa problema. […] Non bisogna confondere, dice nel momento in cui affronta l’elaborazione psicologica dei processi del sogno, processo primario e inconscio.

Nel processo primario ogni sorta di cose appare a livello della coscienza. Si tratta di sapere perché sono proprio quelle cose lì che appaiono. Dell’idea, del pensiero del sogno abbiamo coscienza, naturalmente, perché senza questo non sapremmo niente di ciò che ne esiste. Bisogna, per una necessità della teoria, che una certa quantità di interesse si sia portata su ciò che è inconscio. E tuttavia, ciò che motiva e determina questa quantità è in un altrove di cui non siamo coscienti.
Dobbiamo ricostruire anche quell’oggetto.

(Lacan, Il Seminario: 2)

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Il Dottore, ovviamente, si domanda: chi è il soggetto da «curare»? è per caso il «malato immaginario» che ho di fronte? è solo lui? o quel «malato» è malato della malattia di un Altro che l’«accompagna»?
Si ha però tutto il diritto di estenderla, questa domanda, a tutte le relazioni «tra esseri umani»: con chi abbiamo a che fare? a chi parliamo quando parliamo a chi ci sta di fronte? solo a lui, o a lei? O, per caso, tramite lui o lei, stiamo mandando a dire qualcosa a quell’Altro?

Che vuoi che ti dica? Se è lo stesso Freud a convincersi che in ogni sognatore sono all’opera due personaggi, forse non abbiamo pazziato a vanvera quando abbiamo giocato Dominguez-musicial Gatto e alla Volpe. Forse, adesso, siamo in condizione di fare un passo innanzi anche nella «comprensione» delle due compresenze che gli antichi testi indù registrano nei sogni: Purusa e Âtman – nonché Âtman è Purusa.
Il «visionario paralitico» del piano di sopra, e l’«ambulante cieco» che abita di sotto – non sono che un primo, e ancor vago, tentativo di approccio alla questione della doppiezza congenita alla Macchina «linguistica» del nostro soggetto.

Due personaggi non significa «doppia personalità», ma una personalità che si costituisce psichicamente a lato, in periferia, ai bordi di un Altro, «eccentrica» a un’altra metà, alla metà «meta-psicologica», alla metà che «trascende» la sua «immaginazione» (onirica o in stato di veglia), alla metà «simbolica» – se ancora non fosse chiaro: alla Lingua di una Tribù. O, per dirla, con Freud: alla Voce dell’Es – ai moniti del Grillo – parlante dal fondo oscuro del Racconto. Da quell’«inconscio» che ha già attirato a sé una certa «quantità di interesse» da parte di Pinocchio. Mistero gaudioso.

Vorremmo «sapere – dice Lacan – perché il preconscio ha rigettato e soffocato un desiderio inconscio». Vorremmo capire come mai i due soli figli di Latona fecero strage dei molteplici figli di Niobe – avrebbe detto un vecchio sapiente greco. Perché Apollo e Artemide «pietrificarono» la superba abbondanza della vecchia Matrice? Perché questo «rigetto», questa «censura» di cui i Greci sapevano dire solo essere avvenuta prima del Diluvio? Quali altri desideri può nutrire una Madre, più desiderabile che avere, come Niobe, molti figli? Da chi proviene quest’ordine tassativo di «limitare a due» gli astri del nuovo cielo simbolico? E come mai succede a qualcuno di noi di non provare piacere ad appagare i desideri – a provare magari piacere a desiderarli, ma senza mai appagarli? Perché questa «angoscia», e soprattutto da quando, da dove, da chi ci proviene?

I Greci rispondevano: è dagli dèi, sennò da chi?, che proviene. Noi però che abbiamo rispetto a loro un «privilegio d’anagrafe», non possiamo contentarci di una così vaga risposta. Chi si cela dietro i loro «dèi»? Legittima domanda, dal momento che abbiamo smontato i loro altari. Ora che ce ne siamo «liberati», dovrebbe essere più facile «vedere» ciò che una volta essi tenevano nascosto all’ingenuità dei Greci. Ora, dovrebbe essere meno problematico. E invece, il problema, pare, si è aggravato.
Oh, no – quella di Niobe non è una storiella. La sua «rimozione», dice il Racconto, è Troc-Niobeperfino più antica del Diluvio. Niobe non è mai assurta a una «coscienza». È stata mortificata, e confinata (a piangere) nel marmo – là, al confine «preconscio».

Da allora, essa giace sepolta, antica Rosaspina, sul fondo delle parole del Racconto. Senza memoria. Senza parola. Senza avere la minima idea del perché della sua tragica fine. Senza i pesi e le misure per rapportare la sua provocazione alla risposta «divina». Laggiù, ammutolita dalla sproporzione tra il suo «dire» e il «fare» degli dèi, Niobe rappresentava agli occhi dei Greci la «prima umanità» che sorge al prezzo di una crudele «rimozione», di una irrimediabile «perdita» del Molteplice, dell’Abbondante, dell’Innumerevole – di cui godeva finché non osò rinfacciarla, a parole!, alla sua rivale «divina»: alla «dea» di cui faceva fede il Racconto, e il Culto ad esso connesso.

Lo «scontro» è tra due personaggi: tra chi desidera e chi censura i desideri, tra Purusa e Âtman, Psiche e Amore, Anima e Parola, Immaginazione e Mondo simbolico.
Comprendi? Il «divino» è l’Altro: è sui suoi desideri che le nostre più infantili immaginazioni accusarono una certa qual «incompatibilità». Si sentirono invase da un culto per «una dea mai vista», tenute addirittura in disparte mentre si profumavano d’incenso gli altari di quella tale Sconosciuta.
Comprendi? L’Altro è il Racconto che «detta» le regole dei desideri «divini». Queste regole sono «chiare», «luminose», «evidenti» fino alla crudeltà. Ma il vero colpo di scena – è dietro le quinte che accade.

È quando torna l’eco del Racconto, è quando dagli abissi oscuri del Racconto giunge al nostro orecchio un certo «richiamo», è quando si ripassa un passato, è quando si «rilegge», come dice Borges, il «già letto», e dentro par di avvistare ciò che prima era nascosto – è allora che l’Altro, il Simbolico, entra – entra dal lato oscuro, lunatico, del nostro essere, e vi si insedia in qualità di Censore Massimo.
Il soggetto, dopo, si ritrova a distanza dalle sue immaginazioni. Narciso scopre che tra lui e la sua immagine c’è di mezzo, c’è sempre stato di mezzo il desiderio altrui, il desiderio di Eco per lui o, meglio, l’eco del desiderio altrui – di quello che sempre, ondivago, veleggia tra il «dire» e il «non dire» del Racconto.

Dopo, il soggetto si ritrova «decentrato», fuori asse, squilibrato funambolo «rimosso» dalla sua prolifera creatività immaginale, condannato a doversi ritrovare, a dover riconquistare il rango perduto, senza avere la minima idea, la più pallida «reminiscenza» dell’accaduto [dietro le quinte della coscienza].
Accaduto … prima del Diluvio – prima di emergere al Nuovo Mondo Simbolico. O meglio: prima che, emergendo al Nuovo Mondo Simbolico, si spezzasse una volta per sempre la «giuntura» tra le due metà della sua Macchina Linguistica.
Per ora, dunque, questo possiamo appurare: che il soggetto è un «pasticcio linguistico». O come dicevano i sapienti una volta: è un «essere» venuto a galla alla «confluenza di due fiumi». Perciò, checché tu ne dica o pensi, ne avrai sempre e soltanto una «mezza idea».