Kafka – Cavalcata

Saltai subito con insolita destrezza sulle spalle del mio conoscente e battendogli i pugni sulla schiena lo portai a trotto leggero. E, quando riluttante scalpitava un po’ o addirittura si fermava, lo colpivo ripetutamente con gli stivali nel ventre, per tenerlo Enea-Anchisesempre pronto. Ci riuscii e con buona velocità arrivammo così sempre più lontano all’interno di una grande ma ancora indefinita regione, nella quale era sera.

La via maestra sulla quale cavalcavo era pietrosa e saliva in maniera considerevole, ma proprio questo mi piaceva e la facevo diventare ancora più pietrosa e in salita. Quando il mio conoscente inciampava, di strappo lo sollevavo in alto per il bavero e quando si lamentava gli davo pugni in testa. Intanto avvertivo come per me fosse salutare quella cavalcata serale nell’aria buona e, per renderla ancora più vivace, feci soffiare contro di noi un forte vento con lunghe raffiche, poi intensificai il movimento a balzi sulle spalle larghe del mio conoscente e, tenendomi con entrambe le mani ben saldo al suo collo, piegavo la testa all’indietro per osservare le molteplici nuvole che, più leggere di me, goffamente volavano al vento. Io ridevo e trepidavo dal coraggio. La giacca si allargava e mi dava forza. Nel frattempo stringevo forte le mani rischiando così, inconsapevolmente, di strozzare il mio conoscente.

Ma quando il cielo poco a poco fu nascosto dai rami adunchi degli alberi che feci crescere sui cigli della strada, nel movimento acceso della cavalcata, esclamai: «Io ho ben altro da fare che ascoltare chiacchiere di innamorato. Perché è venuto da me quest’innamorato chiacchierone? Tutti sono felici e lo sono in modo particolare se un altro lo sa. Credono di avere una serata felice e per questo subito si rallegrano della vita futura».

A questo punto il mio conoscente cadde e quando lo esaminai trovai che era seriamente ferito a un ginocchio. Dal momento che non mi poteva più essere utile, lo abbandonai sulle pietre e con un fischio feci accorrere alcuni avvoltoi che ubbidienti col becco severo si posarono su di lui, per sorvegliarlo.

(Kafka, Racconti postumi)

***

Picasso-avvoltoi

Sorvegliarlo? – oh, sì, certo: gli avvoltoi avranno pazienza e aspetteranno fino al giorno della sua morte.
Ma perché questa crudeltà di chiamarli anzitempo? Di quale crimine così grave si è macchiato il «conoscente» da meritarsi questa morte anticipata?
È evidente: non è più buono a niente!
Una volta il «cavaliere» lo cavalcava nell’aria buona della sera, ma adesso che cadendo s’è rotto una gamba, adesso non serve più – buttare via! magari in cielo, ma sì è una bella idea: ne faremo il Cinto di Orione!

Non so se è il caso di ripeterlo – ma le cose stanno inoppugnabilmente così: il cavaliere vive alle spalle del conoscente, anzi alla lettera: sulle spalle del conoscente. Gli toglie perfino il cibo di bocca, lo frusta, lo prende a pugni e a calci nel sedere: su, schiavo, portami lassù sopra le nuvole, ho da dire due cosucce al padreterno! Tu non puoi capire, ma Io e Lui siamo amici intimi e confidenti.
Messa così, a dir poco da una decina di millenni, come poteva Kafka sottrarsi alla voglia di raccontarcela – questa maniera tutta umana di farsi portare a spasso dal conoscente, questa passione di cavalcare sopra la realtà grazie ai «soggetti» che con la realtà si sporcano le mani, e non solo, tutti i giorni?

Chi la realtà la pratica e la conosce, è condannato a portare sulle spalle il suo immortale Bokassa: l’avrà seppellito un migliaio di volte, ma il Tiranno è ancora là, redivivo Improduttivo, travestito – e non potrebbe essere altrimenti – da Cavaliere della Sera. E si Dalì-conosci-te-stessocapisce perché: se il conoscente, il «cavallo», è cieco, e va dove vuole il cavaliere, gira e rigira, lo mena fin dentro quella certa indefinita regione «crepuscolare» del suo dispotico «volere», dove, come dice il Poeta, i due entrano … ed è subito sera.

La via maestra del volere è pietrosa e in salita. Ma il cavaliere non se ne lascia intimorire, anzi adopera tutti gli espedienti magici di cui dispone per fare impennare la salita ancora di più, tanto non è lui che se la deve sudare, ma quel poveraccio che gli fa da «cavallo». E allora perché non metterci pure una bufera? C’è forse un modo migliore per prendersi gioco della goffaggine delle nuvole?
La via maestra dei desideri del cavaliere – come la Torre di sapienza – s’alza sempre più a perpendicolo sul mondo, ma ecco, proprio quando sta per ascendere alla verticale del Volere … a due passi dal loto del Termine, di colpo il cavaliere si ritrae.

Era tutto qua? si trattava solo delle chiacchiere di un innamorato?
Possibile mai che nel cuore stesso, nel polo segreto del mio volere, in fondo non c’era altro che una Chiacchiera che un ignoto innamorato chiacchierò a proposito di un suo desiderio incompiuto?
Non ero dunque io, il Cavaliere, a volere? Era dunque Lui? lui che mise in giro questa voce del «vissero felici e contenti»? proprio lui, lo Scontento?
E cosa diceva questa voce? Diceva che la felicità non è che voler far sapere agli altri d’essere felici. Diceva che si sale sopra le nuvole, solo per far felice l’Altro quando viene a saperlo. Allora, infatti, comprende che c’è ancora un Futuro per la sua chiacchiera.

Il cavaliere affranto e deluso scenderà dal Monte: doveva essere il suo Sinai, e invece nessun dio nessun comandamento gli ha comandato, che non fosse la chiacchiera dell’Altro che andava dicendo d’essere felice, non perché realmente lo fosse, ma per non dispiacere i suoi amici e parenti, o in breve tutta quanta la Tribù.
La delusione lo farà arrabbiare?
Poco male: ha qualcuno, un servo, con cui prendersela.

Ma forse il servo è meno affranto e deluso?
A me pare il contrario: a sentire la brutta notizia, gli vengono meno le forze, cade e sviene. Ha fatto tanta strada per niente!
Il servo, con tutto il suo sapere messo al servizio del cavaliere, confidava tanto nel successo dell’impresa. Tutta una vita spesa, per portare il proprio gemello improduttivo fin lassù, e invece … eccolo dato in pasto anticipato agli avvoltoi.
Penso che siamo fatti proprio male, se ci siamo ridotti a chiamare d’urgenza gli avvoltoi perché tengano d’occhio il nostro gemello moribondo.