Lévi-Strauss – Il cielo sopra il Racconto

Ai nostri occhi il contenuto del racconto di Monmaneki permane arbitrario. Per esempio, da dove può provenire la bizzarra nozione di una donna capace di dividersi in due a suo piacimento?
C’è un mito della Guayana che mette ancor meglio in luce questo paradigma, tanto più Viti-busto-donnache si riferisce anch’esso alla pesca e, come il nostro mito, mette in scena un marito, la moglie e la madre di uno dei due sposi. Vi si racconta che quest’ultima, affamata, ruba un pesce dalla nassa del genero. E questi, per punirla, invita i pesci /pataka/ a divorarla. Ma i pesci non riescono a finire la parte superiore del torace, le braccia e la testa. Ridotta così al busto, la vecchia diventa la Chioma di Berenice, il cui nome in lingua kalina /ombatapo/ significa «il Volto». Questa costellazione compare di mattina, nel mese di ottobre, alla fine della grande stagione secca, e fa morire i pesci […].

A differenza del mito di Monmaneki, il racconto guayanese fornisce una spiegazione alla storia della donna tagliata a pezzi. Noi sappiamo come e perché le sia accaduto questo. Questo prototipo della quinta e ultima sposa di Monmaneki racchiude una sua logica interna. Ma ha anche una sua logica esterna?
In altre parole, è possibile intravedere una ragione che spieghi perché la Chioma di Berenice viene raffigurata da una donna-tronco?

Il racconto guayanese presenta elementi in comune con un altro racconto, un mito Warrau che intende spiegare l’origine delle Pleiadi, delle Iadi e del Cinto di Orione, raffigurati rispettivamente dalla sposa, dal corpo e dalla gamba mozzata dell’eroe.
Questi miti si inseriscono dunque in un vasto insieme paradigmatico nel quale collocheremo anche un altro mito ancora, in cui una suocera nutre il genero di pesci anziché rubarglieli. Esso però li trae dal proprio utero, e questo li assimila a una lordura simile al sangue mestruale. L’uomo organizza l’uccisione della suocera, e di lei restano solo le viscere sotto forma di piante acquatiche.
In un altro mito guayanese le viscere di un uomo con una gamba mozzata salgono fino al cielo e diventano le Pleiadi, la costellazione che annuncia l’arrivo dei pesci.

Xlincanova-busto-donna

Passando dal nostro mito tukuna ai miti della Guayana, l’ossatura sociologica rimane identica, benché fra due termini ci sia una permutazione di sesso: (madre – figlio, sposa) >> (madre – figlia, sposo), mentre le parti del corpo e le costellazioni cui danno origine non sono le stesse nei vari casi: la gamba, con o senza coscia, diventa Orione; le viscere diventano le Pleiadi; il torso, la testa e le braccia formano la Chioma di Berenice.
Nessuno dei miti porta interamente a termine tale tripartizione. Essi si limitano a separare dal corpo ora le viscere, ora un arto inferiore, ora il torso con la testa e le braccia. Ma se ci si attiene ai miti tukuna e kalina, nei quali l’eroina è una donna-tronco, si vede bene di che cosa si tratta: la donna-tronco si separa involontariamente oppure no dal resto del corpo; essa rinuncia dunque a una parte che comprende l’addome (con le viscere) e le gambe, cioè i simboli anatomici delle Pleiadi e di Orione, il cui rapporto come costellazioni è non meno stretto, in quanto si vedono insieme nel cielo.

La parte alta del corpo diventa così il simbolo anatomico della Chioma di Berenice, che ha un’ascensione retta che è la medesima dell’Orsa Maggiore e del Corvo, gruppo di costellazioni che, preso nel suo insieme, si trova in opposizione di fase rispetto all’altro.
Le Pleiadi, la cui levata precede di poco quella di Orione, promettono una pesca abbondante; la levata della Chioma di Berenice revoca questa promessa, perché ha luogo quando il pesce scompare per mancanza d’acqua dai laghi temporanei e dai fiumi più piccoli.

chioma-Berenice

Ora, la donna-tronco del cacciatore Monmaneki ha la stessa funzione, quando viene privata definitivamente della metà inferiore e si muta in pappagallo, anziché in stella. Da quel momento essa non pescherà più, benché fino a poco prima fosse sua mansione rifornire di pesce gli Indios:

CATTIVA PESCA testa e torso di donna
BUONA PESCA gamba / viscere di uomo

Più a sud, esiste un’opposizione dello stesso tipo: i Caduveo fanno risalire l’origine della foresta e della savana a due bambini, originati rispettivamente dalla metà superiore e dalla metà inferiore di un neonato che la madre aveva tagliato in due, con la speranza di sopprimerlo. I gemelli rubano dei semi e li gettano qua e là. I semi germogliano e fanno nascere gli alberi che è facile o impossibile sradicare a seconda del fratello che li ha piantati.
Quello «del basso» diventa così il creatore della foresta, quello «dell’alto» il creatore della savana. Poco dopo, i fratelli rubano dei fagioli cucinati da una vecchia sudicia che faceva cadere il sudore nella pentola. Il fratello «dall’alto» ha paura di avvelenarsi, quello «del basso» non ha esitazioni e assaggia il piatto, che gli sembra squisito.
Così, per due volte, il fratello «dell’alto» appare timido e inefficiente, quello «del basso» ardito ed efficiente, e questo consolida il valore rispettivamente negativo e positivo della metà del corpo simboleggiante la Chioma di Berenice e di quella simboleggiante le Pleiadi e Orione, nella mitologia degli Indios della Guayana.

(Lévi-Strauss, Le origini delle buone maniere a tavola)

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chioma-Berenice-figura

Che dici? ci lasceremo sfuggire un’occasione come questa? e quando mai ci capiterà sotto gli occhi un altro racconto come quello dei Caduveo?
Hai sentito anche tu, quello che dice? Dice che un «neonato» fu tagliato in due da sua madre, sicché, per dirla alla Nietzsche, l’Uno divenne Due. Il neonato divenne due gemelli. Il Visconte fu dimezzato – la Volpe e il Gatto entrarono in questione a proposito di chi dei due fosse più scaltro, e perciò più abile a scippare a Pinocchio il suo «tesoro».

La madre, dice il Racconto, voleva disfarsi di quel moccioso insopportabile che stava sempre a piagnucolare ai suoi orecchi: ho fame, ho fame, ho fame!
Quel moccioso era ancora un animale. Per farlo nascere al mondo umano, la madre dovette «ucciderlo» alla sua congenita, naturale, «bestialità» famelica e pretenziosa. La madre, se ancora non è chiaro, lo «svezzò». D’ora in poi niente più latte, arrangiati – gli disse – coi fagioli cotti nella Vecchia Lurida Cucina della Tribù.
E così l’Uno morì e … in sua vece comparvero due Gemelli, perché tutto ciò che è (linguisticamente) umano si fonda, come ben ci insegna Kant, su una logica intimamente «gemellare». Al posto dell’Unico «cucciolo» subentrarono Due compari: quello della Foresta, dice il Racconto, e quello della Savana – ovvero quello degli Alberi d’alto fusto avvinghiati con le radici al «suolo», e quello delle Gracili Erbe alla mercé dei venti e dei movimenti «celesti».

Il primo ha, dunque, i piedi ben piantati a terra: non a caso è quello nato dalla metà inferiore del cucciolo: non si concede mai un colpo di testa, ha un cinico disprezzo innato volti-schizofreniaper tutto ciò che è poetico, fantastico, immaginale. L’altro invece, più che paralitico, è addirittura senza gambe: anzi tutta la parte del corpo che va dall’addome (viscere comprese) in giù, non lo riguarda. Da buon «veggente» qual è, s’avventura in tutti i vicoli del labirinto immaginario che richiamano la sua curiosità, ma di cui non riesce a fare mai altro che un’esperienza «volatile». Di tutto ciò che «semina» nel campo della sua immaginazione, se gli va bene, raccoglie a malapena qualche filo d’erba.

Ma il Racconto ci dice anche dell’altro. Ci dice che il Veggente «dei piani alti», il Visionario, è schizzinoso, timido e inefficiente, restio ad assaggiare i piatti altrui, ha sempre paura di sporcarsi le mani, di contaminare il suo mondo se solo tocca la «realtà». È letteralmente un imbranato, mentre l’altra sua metà, quella del «vascio», è spavalda, non arretra dinanzi ai rischi e alle novità, e riesce sempre a sbrogliarsela anche nelle situazioni più difficili.

In quanto uomini, dicono i Caduveo, siamo tutti fatti così: divisi in due, schizofrenici fin dalla «seconda nascita», fin da quando cioè nascemmo alla nostra umanità, e dal grembo di Semele passammo nella coscia di Zeus. Se ci rimane difficile comprenderlo, è solo perché, dopo quella, molte altre «divisioni» e «suddivisioni» sono venute a frantumarci il Corpo. Siamo ormai frammentati in talmente tanti pezzi, che è impossibile ricomporre il puzzle. E se mai, miracolosamente, ci riuscisse di farlo, sarebbe solo il Veggente dei piani alti a godere, per un istante, della sua «volatile» visione, mentre tutte le sue «parti basse» insorgerebbero contro questa ennesima «velleità» e si rifiuterebbero di portarlo «là» dove sogna di andare.