Primo quadro … u guagliuncielle jeve addò a carrozza u purtava

cavallo-dondolo

Insomma: u guagliuncielle jeve addò a carrozza u purtava … ma neanche a carrozza sapeva addò jeve, pecché a carrozza jeve … addò a tiravano i cavalle …

Ma chi sono queste «cavalle»? E cosa intende Parmenide quando le definisce πολύφραστοι («polifrastiche»)? Se sono «sapientissime» come traducono i più, non è fuori luogo domandarsi di che razza di «sapienza» esse godano.
Il verbo φράζω – da cui il sostantivo φράσις (favella, locuzione, espressione, frase) e, indirettamente, il superlativo πολύφραστοι – significa «insegnare, palesare, indicare, informare, dichiarare, esporre, narrare»: le cavalle sono dunque portatrici d’informazioni, i loro «nitriti» sono, a modo loro, pregni di molte e varie narrazioni, sono autentiche, per quanto primitive, «frasi». Oh, no, niente a che vedere con le nostre «proposizioni logiche», con le nostre «frasi verbali». Si tratta di richiami in «lingua animale», di versi e gridi caratteristici che appartengono a un infralinguaggio sonoro, fatto di «fraseggi» più prossimi alla musica che alle parole.

Se le cavalle sono «sapientissime», è perché sanno mandare segnali, molti segnali «cifrati», che si distinguono dai «rumori di fondo», e si fanno «notare». Non sono ancora le note della nostra musica, eppure godono di πολυφραδία (il dizionario traduce: cavalle-bambino«eloquenza, facondia»). Le cavalle sono eloquenti e sanno «comunicare» tra di loro, «parlano» e, nel mentre tirano la carrozza e il bambino che vi è a bordo, sanno «esprimere» in molti modi i loro «umori». Le cavalle sanno «modulare» i loro «messaggi». Hanno una lingua propria e … vanno dove questa lingua le porta. Ed è in questo loro moto che trascinano il bebè e la carrozzella. E già, perché u guagliuncielle è (ancora) «paralitico»: non cammina sulle sue gambe. E perciò, ancora a caso, si aggira tra «immagini cieche», tra immaginazioni di cui non può farsi un’«idea», mio caro Platone, se non a occhio e croce interpretando le «informazioni» nitrite dalle cavalle.

«Vi è una cosa – scrive Kerényi – che finora non abbiamo compresa molto bene: come il Fanciullo, sia pure un dio, sopra una nave che è un mezzo per stare sopra l’acqua, possa venire dalle profondità dell’acqua. Ma noi sappiamo che quell’elemento primordiale, il mare, ha questa caratteristica: cullarsi sopra di esso ed emergere da esso significa la stessa cosa. Ambedue vogliono dire un non essere ancora staccati dal non-essere, eppure esistere di già».
Insomma: il «veicolo» che porta a galla il Fanciullo, che lo fa emergere dal fondo senza fondo della Coscienza, è necessariamente esso stesso impregnato di quelle oscure «profondità» inconsce sulla cui superficie «naviga». Neanche le cavalle possono sapere far altro che dare voce a quello che credono di sapere!

Cambia, da racconto a racconto, il «veicolo», ma la sua funzione è sempre quella: cullando, trasportare il «paralitico» sull’onda di immaginazioni che gli si fanno incontro – da principio «nitrendo», trasportarlo in mezzo alla Gente e alla sua Chiacchiera.
Le cavalle sono la voce di Anima, le molte voci attraverso cui il Soggetto, il Loquente, chiunque esso sia (l’Es, l’Eterno Femminile, la Natura Seducente o l’Inconscio Ingannatore), a sé richiama e assoggetta ogni guagliuncielle.
Le cavalle sono il mezzo di trasporto, il veicolo algebrico delle movenze intime e delle tensioni nervose del bebè in viaggio, alla volta del Nevrotico Reame delle equazioni verbali, alla volta delle Fissazioni simboliche (le «idee», gli «ideali», appunto) e delle parole. Andata (senza ritorno?) da una lingua all’altra.

surreal-cavalle-unicorni

Ecco – è questo remoto oscuro dimenticato vicolo cieco, questo anonimo pezzo di strada senza numeri civici alle porte, che il Capocomico vuole farci danzare. Vuole che, sopra di esso danzando, senza né musiche né parole (ancora di là da venire), i nostri corpi diano figura (alla Luciano Berio, per intenderci) a effimeri frantumi ritmici, variamente «nitriti» sul vago confine tra il rumore e il primo tono melodico.
Frantumi polialgoritmici, è così che li chiama: al di là di ogni dodecafonia, il Capocomico dice che si perdono nell’innumerevole – nell’irripetibile della loro improvvisata immediatezza. Dice che danzarli è far danzare alla Terra una elettricità che viene dal Mare. E che a ogni scossa è Timore, è Tremore, è Ardore che scuote i nostri corpi, mentre li danziamo tra immagini cieche… in braccio alla Mamma.

Dice che dobbiamo solo lasciarci portare «da una voce all’altra»: non siamo che onde passeggere. Dice che solo il Mare «c’è». E che solo Oceano «si tramanda» da guaglione a guaglione. E che solo la Seducente, forse, magari neanche Lei sa a quale destino li tramanda, uno per uno.
Dice che dobbiamo danzare «la prima fioritura della nostra immaginazione infantile», quella che a ogni guaglione «si estingue», questa è la brutta notizia, appena passa la frontiera dei segni e delle parole.

Appena entra nel «mondo delle idee», lo raccontano sulle nevose disperate montagne del danza-mareCaucaso, un resto «senza nome» affonda laggiù, sul fondo del mare – un resto più antico del Nome, una reliquia immaginale che però non si rassegna a essere «dimenticata» e pretende almeno una volta all’anno (la pazzia di) un’offerta funeraria.

Ma noi, cos’altro possiamo offrire al nostro Dimenticato Sommerso, se non il solo talento che abbiamo: il nostro corpo e il tempo che il nostro corpo ha? Non gli dobbiamo un Nome, e ancor meno gli dobbiamo un Racconto, una Storia, una Trama. Non gli dobbiamo nessuna Musica. Ma solo i brividi dei nostri corpi variamente scossi dalla Corrente che viene dal Mare.

Viene lungo una via tortuosa e disordinata: solo che, nel susseguirsi di frammenti immaginali, sconnessi e perciò destinati a estinguersi nell’atto stesso della loro immaginazione, ecco che, provvidenziali, le «polifrastiche» cavalle tracciano ai nostri orecchi una via «udita», una via fatta di Richiami. Di Incantesimi, più o meno potenti che, senza toccarci, ci fanno venire i brividi.
Da buoni ultimi pitagorici, noi danzeremo solo questi brividi. E questa sarà la nostra offerta funeraria all’Anonimo che lasciammo «morto» laggiù, nella Casa in fondo al mare, al tempo della Grande Migrazione nel Paese dei Nomi.