Wolfram von Eschenbach – Parzival infine ritorna al castello del Graal

Anfortas e la sua gente erano ancora, come sempre, in grande pena per la loro sventura. Soltanto per l’amore che gli portavano, lo lasciavano nell’afflizione. Più volte lui li aveva pregati di morte, e questa sarebbe anche tosto venuta, se essi non gli avessero spesso fatto vedere il Graal, la forza del Graal.
Egli diceva alla sua schiera di cavalieri: «Lo so bene: se nutriste amore in voi, avreste pietà del mio soffrire. Quanto ancora ha da durare? Se per voi stessi aspettate d’avere un Parzival-codice-339giorno giustizia, di questo dovrete rendermi conto davanti a Dio. Volentieri consentii ai vostri desideri, dal tempo che cominciai a portare armi. Se mai commisi colpa disonorante e se alcuno di voi ne fu testimone, ora ho pagato abbastanza …».

Essi l’avrebbero pure liberato dai suoi tormenti, se non fosse stato per il consolante conforto che aveva annunciato una volta Trévrizent, il quale l’aveva visto scritto sul Graal. Aspettavano un’altra volta il cavaliere cui era svanita allora ogni gioia, aspettavano l’ora della salute, della domanda che doveva venire dalla sua bocca.
Il re faceva spesso così: soleva tenere chiusi gli occhi anche per quattro giorni. Allora, gli piacesse o non gli piacesse, lo portavano davanti al Graal. La sua infermità lo costringeva ad aprire gli occhi. E così, suo malgrado, doveva vivere e non poteva morire.
Così continuarono a fare con lui fino al giorno che Parzival e Feirefiz, l’eroe di vario colore, cavalcarono gioiosi fin su a Munsalwaesche.

Ora era venuto il tempo che Marte e Giove nella loro corsa rabbiosa erano di nuovo venuti – allora egli era come colui che è spacciato – al punto onde prima avevano preso le mosse.
Questo faceva male ad Anfortas, alla sua piaga: spasimava sì forte che damigelle e cavalieri udivano risuonare le sue grida frequenti ed egli volgeva verso di loro con gli occhi sguardi pieni di sofferenza. Incurabile era la sua ferita; non gli potevano recare aiuto alcuno. Pure, la storia ci dice che ora verrà a lui il vero aiuto. Quelli si davano da fare a lenire i suoi tormenti.

Ogni volta che l’aspra, acerba distretta lo sottoponeva alla tormentosa molestia, veniva sparso balsamo nell’aria e temperato il lezzo della ferita. Davanti a lui, su un tappeto, v’erano spezie e terebinto, essenze e aromi. A far l’aria dolce v’era anche triaca e ambra preziosa: grato ne era l’odore.
Se uno camminava sul pavimento, sotto i suoi piedi, a imbalsamare l’aria, v’erano, a pezzi, cardamomo, cariofilla e noce moscata, sì che venivano pestati coi piedi e l’acre re-malato-manoscrittopuzza era rimossa. Il fuoco che bruciava per lui era – ve l’ho già detto una volta – di legno di aloe.

Di membrana di vipera erano i sostegni della branda. Perché avesse tregua dal veleno, sulla coperta erano sparse polveri d’erbe varie. Trapunta, non solo cucita, era la seta sulla quale stava appoggiato, seta d’Oriente; di fine seta era anche il cuscino. Di più, la branda era ornata di pietre tutte preziose – delle altre nessuna.
La branda era tenuta assieme da lacci di pelle di salamandra: così erano fatte di sotto le cinghie. Pure, qual gioia ne aveva egli?
Magnifica era in ogni sua parte: nessuno venga a dire d’averne veduta mai una migliore. Preziosa era e bella per la virtù delle sue pietre preziose: ora udite che io ve le dica partitamente:

Carbonchio e selenite, balagio e gagatromeo, onice e calcedonia, corallo e bestion, unio e oftalio, ceraunio ed epistite, gerachite ed eliotropia, pantherus e androdama, prasio e sagda, ematite e dionysia, agata e celidonia, sardonice e calcofonio, corniola e diaspro, echite e iride, gagate e ligurio, absisto e alabandina, criselettro e ienia, smeraldo e magnete, zaffiro e pirite.
Inoltre, qua e là, v’erano turchese e liparea, crisolito e rubino, balascio e sardio, diamante e crisoprasio, malachite e diadochite, peanite e medo, berillo e topazio.

Alcune di quelle pietre ridavano baldanza; altre avevano speciale virtù, buona a medicare e sanare. Grande forza trovava in esse, chi sapesse procedere con arte; così potevano essi campar la vita ad Anfortas, che tutto si teneva il loro cuore: non poca pena dava egli alla sua gente.
Pure, tra poco, in lui sarà manifesta la gioia.
Da Joflanz, al galoppo è giunto in Terre de salwaesche colui cui ogni pena ormai è svanita, Parzival; e con lui il suo fratello e una fanciulla. Nessuno m’ha detto che distanza ci fosse tramezzo. Ora avrebbero dovuto anche affrontare battaglia: se non che Cundrie la loro guida li preservò da tale travaglio.

cavalieri-scontro

Cavalcarono verso un posto di guardia. Ed ecco correre loro incontro, a gran carriera, armati, molti templari: assai cortesi essi furono, ché dalla guida videro bene che si avvicinava loro la gioia.
Il capo di quella torma, quando vide le tortore luccicare in gran numero sul vestito di Cundrie, disse: «La nostra pena avrà fine: con l’insegna del Graal, viene ora colui che sempre aspettammo, dal tempo in cui il nodo dell’afflizione ci strinse. Fermatevi: vicina ci si fa gioia grande».

Allora Feirefiz l’Angioino incitò il fratello suo Parzival e già correva allo scontro. Ma Cundrie l’afferrò alla briglia, così che egli non poté venire a battaglia.
Poi l’irsuta fanciulla, senza indugio, disse al suo signore Parzival: «Tosto potrete riconoscere e scudi e vessilli. Non altro che la schiera del Graal è quella che avete davanti: quella è tutta gente a voi assai devota».
Disse il valoroso pagano: «Se è così, sia evitato lo scontro».

Parzival pregò Cundrie di cavalcare incontro ai cavalieri sul sentiero. Ella si mosse e diede loro la novella, quale gioia fosse venuta a rallegrarli. Subito tutti i templari smontarono di cavallo sull’erba; molti si slacciarono gli elmi.
Appiedati, essi accolsero Parzival: una benedizione del Cielo parve loro il suo saluto. angeli-GraalSalutarono anche Feirefiz, il nero e bianco. Poi, tutti piangenti e pur con allegrezza, mossero a cavallo su, alla volta di Munsalwaesche.

Trovarono là innumerevole folla, cavalieri gravi d’età meravigliosi, nobili damigelle e damigelli in gran numero. Quella triste compagnia ora aveva certo di che esser lieta.
Feirefiz l’Angioino e Parzival, l’uno e l’altro, furono accolti a piè della scalinata davanti la grande sala; poi entrarono. Nella sala erano stesi – tale era l’usanza colà – cento tappeti larghi, rotondi, su ciascuno dei quali stava un piumino e una lunga coltre di sciamito.
Se quei due furono accorti, trovarono certo dove sedere fin tanto che qualcuno venisse a prendere loro l’armatura. Venne un camerlengo e portò loro vestiti magnifici, uguali per tutt’e due. Poi sedettero tutti, quanti erano là cavalieri. Furono portate coppe d’oro – non era vetro – preziose. Feirefiz e Parzival bevvero, poi mossero verso Anfortas, il triste cavaliere.

Avete già inteso altra volta come egli si stesse appoggiato e non potesse sedere e come sontuosamente ornato fosse il suo letto. Con letizia, e pur coi modi di uno che soffre, accolse Anfortas i due.
Disse: «Duro mi fu aspettare, se pure da voi mi verrà d’essere lieto. Ché voi, l’ultima volta, vi partiste da me in tal modo che, se alberga in voi soccorrevole cuore, mostrare dovreste d’averne tristezza. Se mai acquistaste gloria tra gli uomini, supplicate quanti sono qui, cavalieri o damigelle, che mi diano la morte, e fate che abbia fine il mio strazio. Se Parzival è il vostro nome, fate che io non possa vedere il Graal per sette notti e otto giorni: allora cesserà ogni mia pena. Non oso dirvi altro: voi benedetti, se di voi si dirà che avete recato aiuto. Il vostro compagno è, qui, uomo straniero: non posso permettergli di stare in piedi davanti a me. Perché non fate sì che egli si riposi?».
Tutto piangente disse allora Parzival: «Ditemi dove sia qui il Graal. Se la misericordia di Dio verso di me prevarrà, potrà vederlo da sé questa gente». E, volto poi dalla parte del Graal, tre volte si gettò a terra in ginocchio per rendere lode alla Trinità: chiese che fosse portato aiuto allo strazio di quell’uomo infelice.
Poi si levò, e disse ancora: «Zio, che cosa ti strugge?».

Colui che per san Silvestro comandò a un toro di levarsi vivo da morte e andare, che invitò Lazzaro a risorgere, quello stesso porse aiuto a che Anfortas venisse salvato e Anfortas-Cundrierisanato: ed ecco quel che i francesi chiamano «fiore», proprio quello tornò sulla sua pelle.
Ora la bellezza di Parzival, a confronto, era un vento: e Assalonne, figlio di Davide; e Vergulaht d’Ascalona, e tutti quelli che la bellezza ebbero come dono di nascita; e Gahmuret, di cui ognuno gridò la bellezza quella volta che lo videro entrare, tanto meraviglioso, in Kanvoleiz; di essi, dico, nessuno era eguale ad Anfortas nella bellezza che egli riebbe, uscito che fu dal suo male. Ancora grandi son le cose che può fare Iddio!

Ora non v’era altra scelta: lui aveva designato a signore la scritta del Graal. E tosto Parzival fu dichiarato re e signore. Nessuno, credo, potrebbe trovare altrove due uomini tanto ricchi – se pure io, di ricchezze, so giudicare – quanto Parzival e Feirefiz. Furono tutti, pronti a servire, intorno al signore del luogo e al suo ospite.
Non so quante miglia Condwiramurs corse, gioiosa, cavalcando, per giungere a Munsalwaesche. Ella aveva già prima appreso il vero: a lei era giunto l’annunzio che finita era la sua lacrimevole pena. Il duca Kiot e molti altri valorosi campioni l’avevano condotta in Terre de salwaesche. Nel bosco, nel punto dove una volta Sagremors era stato sbalzato, con un colpo, di sella e la neve col sangue aveva segnato l’immagine a lei somigliante, là doveva Parzival venire a prenderla: volentieri egli s’accinse al viaggio.

Un templare gli recò questa notizia: «Nobili cavalieri vi hanno, con gli onori dovuti alla sua dignità, portato la regina».
Parzival fece così: prese una parte della schiera del Graal e venne cavalcando fino a Trévrizent. Lieto fu a tal nuova il cuore del vecchio, al sapere della sorte di Anfortas, che non era morto della sua ferita e che la domanda gli aveva ridato la pace.
Allora egli disse: «Misteriosa è la potenza di Dio. Chi mai sedette a consiglio con Lui? O chi conosce i confini della sua potenza? Tutti gli angeli assieme non ne giungono il fondo. Dio è uomo e verbo del padre suo, Dio è padre e figlio, il suo spirito può portare grande aiuto».

(Wolfram von Eschenbach, Parzival, 16: 787-797)

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In Wolfram è così che si conclude la cerca del Graal: Parzival risale sulla cima del «Monte Selvaggio» e di nuovo è accolto al castello del Re pescatore – di nuovo là dove quella volta ha visto il Miraggio della sua immaginazione «selvaggia», la processione del vaso e della lancia sanguinante.
Quella volta là – nel suo primo (infantile) peregrinare, allorché ignaro di tutto Parzival era capitato in quel castello, nulla egli sapeva né del Graal né del Re pescatore. Non sapeva neanche che il Re fosse suo zio. Egli era solo in cerca di imprese che gli dessero il diritto a sedere alla Tavola Rotonda. Nient’altro gli passava per la mente che di nutrire la propria mitologia. Al castello c’era giunto per caso. E per caso aveva assistito alla processione. Ma non per caso era rimasto in «religioso» silenzio.

Oh, in verità, Parzival avrebbe voluto fare molte domande, avrebbe voluto che molte strane cose gli fossero spiegate, ma memore dell’insegnamento del suo primo maestro d’arme, Gurnemanz, aveva taciuto. Il suo maestro d’arme gli aveva insegnato, infatti, che quando si è ospiti in casa d’altri la cosa migliore è tacere, perché a fare domande a sproposito si rischia solo di fare figuracce. Per non sbagliare, meglio starsene zitti e muti.

E invece proprio questo era stato lo sbaglio di Parzival: non dire parola, tenere ermeticamente chiusa la bocca. Sigillare l’immaginario nel suo vaso – gli aveva insegnato cavaliere-medioevoGurnemanz – è il solo modo per salvarlo da ogni intrusione, contaminazione o impurità «simbolica». Le parole, aveva detto, lo «guastano».
Al suo Maestro però sfuggiva un dettaglio: che proprio quel Guasto, solo quel Guasto «verbale», poteva dare un avvenire a ciò che Parzival aveva immaginato al tempo della sua prima visita, quella volta là, al Castello Selvaggio.

Di tradimento, di alto tradimento ti macchieresti – aveva detto il Maestro a Parzival – se per caso osassi tradurre la tua immaginazione in un altro Paese linguistico. E dunque, tienila là, ermeticamente sigillata – amen.
Solo che là dove Parzival, e come lui ogni bambino, «immagina la processione del Graal», non è la terra dei nostri usi e costumi, non è la terra dell’educazione e del galateo. No, quella è Terra Selvaggia. E tale rimane finché qualcuno non vi porta, dopo averla visitata con l’immaginazione, anche la parola.

È la disperazione infinita del Re della Terra Selvaggia che ne ha bisogno. Ha bisogno di essere letteralmente s-postata. Di essere «postata» fuori dal Silenzio Selvaggio. Al di qua del suo «infinito» disperare, in un altro linguaggio – per sopravvivere a se stessa.
Per avvolgersi, magari, di «felicità».

Sbagliò, dunque, la prima volta Parzival a non parlare. Sbagliò a non porre domande, ché la disperazione dello zio moribondo poteva essere guarita solo da una sua domanda. Per andare a nord, andò a sud. Prese il mare per il cielo e si tuffò nell’acqua del silenzio, anziché indossare l’ala della parola, della parola che domanda. Perciò, se alla fine riuscì lo stesso a conquistare il Graal, fu perché riparò al vecchio errore osando parlare là dove, quella volta là, aveva taciuto. E parlò finalmente per enunciare la domanda che, sola, poteva salvare suo zio, il Re pescatore.

Conquistare il Graal è infatti, come suggerisce Wolfram, il semplice atto del porre all’altro la domanda che lo salva: «come stai?». Banale domanda, non c’è dubbio, eppure Chagall-io-e-villaggiola sola che possa redimere l’errante dal suo errore e, aprendogli la casa dell’altro come posto in cui spostarsi, di là, da dove «soggiorna» l’Altro, «rivedere» la propria (infantile, disperata) Terra Selvaggia.
Rivederla – attraverso la Cultura. La propria «avventura» infantile, rileggerla attraverso i Maestri della Parola, attraverso i Musici dell’Anima. Quelli che hanno scritto tomi e volumi di vane fantasie, e hanno intonato canti in battere e in levare, soltanto per avventurarsi in cerca di parole nuove e di nuove note con cui tradurre (e tradire) il mondo immaginario del proprio (fasullo) «io».

Anfortas è disperato, e non può porre fine alla sua disperazione. Quelli del Graal lo tengono a forza in vita. È una crudeltà necessaria alla loro attesa, alla loro speranza. Lo costringono ad aprire gli occhi, a mirare il vaso prezioso, a far durare la sua pena, solo per dare tempo alla loro cieca fede nel domani, che ci sarà un avvenire alla loro disperazione.
L’antica ferita, essi credono, un bel giorno guarirà: il Re è malato, come tutti noi, dell’orgogliosa solitudine che lo tiene intrappolato nella disperazione infinita del suo io, chiuso, come vuole Cartesio, nel suo cogito. Al di fuori dello scambio con l’Altro – come se l’io e l’Altro non nascessero assieme. O come se il Gatto e la Volpe non fossero i creatori «duali» di un solo Pinocchio.

Il Graal è lo Scambio, direbbe Lévi-Strauss: è la struttura elementare degli scambi linguistici di cui è capace la nostra mente.
Scambiare l’io per l’Altro, e viceversa: ridursi a essere soltanto un altro «io», uno fra tanti altri – è perciò la prima regola del Gioco Umano.
A giocare siamo noi. A dire che ora stiamo qui giocando con le parole, siamo noi – gli esogamici. Il gioco sopravvive attraverso i nostri sposalizi. Ma anche attraverso i nostri divorzi.

Parzival, come ogni uomo, il suo Graal può trovarlo solo congiungendosi con l’Altro, solo nella parola rivolta all’altro in segno di apertura del proprio recinto. L’attitudine al Graal, perciò, altro non è che la disponibilità a interrogare l’altro, per farsi dire dall’Altro la anima-penapena che chiunque altro prova a errare per questo mondo senza più il fuoco di quella volta, a errare cioè per un Racconto che non si ricorda più del «posto» che lo vide accendersi la prima volta a un abbozzo di narrazione.

Ecco perché giungere a conquistare il Graal non richiede una folgorazione sulla via di Damasco che ci metta in grado di rispondere ai quesiti esoterici che costellano la sua leggenda, ma più semplicemente la disponibilità a domandare all’Altro, che del Graal finalmente riconosciamo come il legittimo custode, a domandarglielo io e un altro assieme, nel mentre ci scambiamo l’uno per l’altro, che sia Lui a mostrarci la via.
E la via è semplice: curare noi stessi curandoci di Lui. È Lui che è malato, il Soggetto Umano – non io. Nessun io è malato se non per la sua presunzione d’essere lui il soggetto del cogito.
Perciò a Lui, al Soggetto Umano, basta che io gli chieda: «come stai?», e già solo per questo il Re della (mia) Terra Selvaggia è guarito. È l’Anima del Gioco Umano, Lei, la Matta da legare.