Bretagna – La confessione di Lancillotto

Dopo aver a lungo errato per l’alta foresta, Lancillotto giunse verso l’ora nona all’incrocio di due strade: là s’innalzava una croce, sulla quale erano incise delle lettere che dicevano:

Cavaliere errante che vai cercando avventure, ecco due cammini. Sono entrambi perigliosi. Ma in quello di sinistra non entrare, ché dovresti essere troppo valentuomo.

Lancillotto conosceva tante lettere da poter molto facilmente comprendere uno scritto. Senza esitare girò a sinistra, e non tardò molto a vedere su una tavola, nel mezzo di una Lancillotto-coronaradura, una corona d’oro ricca a meraviglia, che subito prese e si mise sotto il braccio, pensando che sarebbe stato bello portarla davanti al popolo.
Ma non aveva coperto una mezza lega che sentì il bosco fremere dietro di lui come si fosse levata una tempesta: era un cavaliere coperto d’armi bianche che gli correva incontro a briglia sciolta. Dà di sprone a sua volta; ma nello scontro la sua lancia si spezza come un ramo secco, mentre l’altro lo fa volare sopra la groppa del destriero e facilmente come fosse un fanciullo; e resta a terra tutto contuso e stordito, mentre il vincitore smonta, prende la corona e si allontana senza più guardarlo.

Tutto dolente, Lancillotto rimontò come poté sul proprio destriero ed errò fino a notte senza trovare né casa né alloggio. Allora levò la sella e le redini al cavallo; con la spada gli tagliò dell’erba bella e folta al posto del fieno, gli strofinò la testa e la groppa con la cotta d’armi di seta; dopo di che, appeso lo scudo a un albero, si tolse l’elmo, si slacciò la spada e s’addormentò tutto armato sotto una quercia.

Ora, ecco che in sogno vide venire una lettiga su cui si trovava un cavaliere malato, ed essa si arrestò presso una cappella molto antica e in rovina. Ne fu fatto scendere il malato che gemeva da spezzare il cuore e implorava Dio di inviargli il vaso prezioso che l’avrebbe guarito, e sì teneramente che era impossibile non restarne commossi.
Allora, sul fondo della cappella, apparve un grande candeliere d’argento in cui brillavano sei ceri, e dietro il candeliere, su una tavola anch’essa d’argento, il Santo Graal velato d’un panno bianco.

A forza di braccia, come poté, il malato si trascinò e tanto fece che baciò la tavola e la toccò con le palpebre: «Bel Signore Iddio – esclamò – siate lodato! Ora io sono mondo, e sano come non avessi mai sofferto!».
E mentre il vaso molto prezioso si allontanava, preceduto dal candelabro, senza che si potesse vedere chi li portasse, lo sconosciuto si alzò guarito e, voltandosi verso Lancillotto addormentato: «Bisogna che questo cavaliere sia ben macchiato di peccati – esclamò – perché Dio non gli abbia permesso di svegliarsi e di salutare il Santo Graal! Quale onta per lui!».
Detto questo, s’impossessò della lancia, della spada, dello scudo e dell’elmo di Lancillotto, come si fa con uno scomunicato, sellò il cavallo, l’inforcò e dette di sprone.

Lancillotto-cappella-croce

Quando il dormiente si risvegliò e si drizzò a sedere, non vide traccia della cappella, né del cavaliere, ma neanche delle armi e del destriero, e sentì una Voce che gli gridava: «Lancillotto, più duro che pietra, più amaro che legno, più spoglio che fico, come puoi essere tanto ardito da avvicinarti ai luoghi in cui si trova il Graal? Vattene: qui, tutto è ammorbato dalla tua presenza!».
A tali parole, Lancillotto si levò e fuggì a piedi per la foresta, la testa bassa, senza elmo, senza scudo, senza lancia, senza spada. Invano il sole cominciava a brillare: la dolcezza del tempo e il canto degli uccelli, ben lungi dal rallegrarlo, accrescevano la sua pena e, pensando che il Creatore lo odiasse: «Ah! Signore Iddio – si diceva – è il Nemico che m’ha impedito di salutare il Santo Graal e non è certo meraviglia ché, dacché ho ricevuto la cavalleria, non v’è stata ora in cui non sia stato coperto di tenebre e di peccato mortale: non ho forse vissuto nella lussuria?».

Così pensando, pervenne nei pressi di una cappella in cui entrò per impetrare mercé da Dio. Un prete vestito delle armi di Nostro Signore vi cantava messa, servito dal suo chierico. Quando ebbe finito, Lancillotto lo chiamò e gli disse che voleva confessarsi.
Come prima cosa il valentuomo gli chiese il nome; poi: «Signore – disse – dovete molta riconoscenza a Dio che vi ha fatto sì bello e valente. Servitelo con l’aiuto dei grandi doni che vi ha concessi, e non somigliate a quel cattivo sergente di cui parla il Vangelo. Un barone distribuì ai suoi scudieri una parte del proprio oro: all’uno dette un bisante, due all’altro, cinque al terzo. Quest’ultimo tornò presto da lui: “Signore, ecco cinque bisanti che ho guadagnato per mezzo di quelli che tu mi avevi donati”. “Vieni, servitore buono e tesoro-nascostoleale – rispose il barone – ti prendo con me nella mia casa”. A sua volta il secondo mostrò due bisanti che aveva guadagnati grazie ai due che aveva ricevuti, e il cavaliere lo accolse molto bene. Ma il terzo aveva nascosto il suo pezzo d’oro nella terra e mai più osò ricomparire davanti al proprio signore. Così, voi che Dio ha ornato di valore e di virtù come nessun altro, gli dovete a maggior ragione miglior servizio».

«Signore, questa storia dei tre sergenti mi addolora, ché so bene che Gesù Cristo mi aveva dotato nell’infanzia di tutte le migliori grazie che un fanciullo possa avere, ma io gli ho mal restituito ciò che Egli m’aveva prestato, perché per tutta la vita ho servito il Suo nemico, e gli ho fatto guerra coi miei peccati».
Il valentuomo sospirò, ma mostrando a Lancillotto un crocefisso: «Guardate questa croce, signore – disse. – Costui ha aperto le braccia come per ricevere ogni peccatore che si rivolgerà a Lui. Sappiate che non vi respingerà se vi confessate a me che vi ascolto …».

Lancillotto esitava: era perché non voleva confidare a nessuno i suoi amori con la regina. Sospirava dal profondo del cuore, incapace di parlare, non osando, pur desiderandolo: come colui che è più codardo che ardito.
Ma il prete l’esortò sì bene a sbarazzarsi del peso del suo errore, promettendogli la vita eterna se l’avesse confessato e le pene dell’inferno se l’avesse nascosto, che alla fine Lancillotto cominciò a confessare la verità.

«Signore, il mio peccato è d’aver amato una dama per tutta la vita: la regina Ginevra, moglie del mio signore re Artù. È per mezzo di lei che ho avuto in abbondanza l’oro, l’argento, tutti i ricchi doni che io ho spesso fatto ai cavalieri poveri; ella mi ha innalzato all’onore in cui mi trovo; è per amore di lei che ho compiuto le prodezze d’armi di cui si parla. Ahimé! so bene che è a cagione di ciò che Dio si è irato contro di me, e me ne ha date non poche prove!».

Raccontò come un cavaliere l’avesse abbattuto senza fatica, poi come il Santo Graal gli fosse apparso in sogno senza che Nostro Signore avesse permesso che egli si svegliasse.
«Vi dirò il significato di ciò che vi è accaduto – riprese il valentuomo. – Il cammino di destra, che all’incrocio avete disdegnato, era quello della cavalleria terrena, in cui a lungo voi trionfaste; quello di sinistra era la via della cavalleria celeste, e qui non si tratta più di uccidere uomini e di abbattere campioni con la forza della armi: si tratta di cose san-Giorgio-dragospirituali. E voi prendeste la corona dell’orgoglio: per questo il cavaliere vi rovesciò sì facilmente, ché egli rappresentava proprio il peccato che voi avevate appena commesso».

«Ahimé, signore, ditemi ora perché la Voce gridò che io sono più duro che pietra, più amaro che legno e più spoglio che fico».
«È perché la pietra è dura per natura: non può essere ammorbidita né dal fuoco né dall’acqua; ora, il fuoco è quello dello Spirito Santo che non può penetrare il vostro cuore, e l’acqua è la dolce pioggia della Sua parola che non ve lo può intenerire. Ma ciò che la Voce vi ha detto può intendersi anche altrimenti. Da una pietra un tempo il popolo d’Israele vide l’acqua sgorgare nel deserto, e così dalla pietra proviene a volte la dolcezza. Ma tu sei più duro e meno dolce della pietra. E quanta dolcezza dovrebbe essere in te, tanta amarezza vi si trova: sei amaro come legno imputridito e morto.

«E quanto al fico, ricorda che, quando Nostro Signore giunse a Gerusalemme sul Suo asino e i fanciulli degli Ebrei cantarono il dolce canto di cui fa menzione la Santa Chiesa ogni anno, il giorno che chiamiamo Pasqua fiorita, il Nobile Maestro predicò tra coloro in cui albergava ogni durezza; ma quando si fu adoperato a far ciò per tutto il giorno, non trovò alcuno che lo ospitasse, così che uscì dalla città.
Allora scorse un bel fico adorno di foglie e di rami, ma spoglio d’ogni frutto, e maledisse quell’albero che non fruttificava. E parimenti, quando venne il Santo Graal, ti trovò spoglio di buoni pensieri e di buone opere. Ed è per questo che la Voce t’ha detto: “Lancillotto, più duro che pietra, più amaro che legno e più spoglio che fico, va’ via di qui!”».

«Signore – disse Lancillotto piangendo – giuro a Dio e a voi che non ritornerò alla vita che ho condotto, e che d’ora in poi serberò la castità, e che non peccherò più con la regina Ginevra né con alcun’altra».
Il valentuomo, lieto, gli dette l’assoluzione, lo benedisse e … l’indomani mattina diede a Lancillotto un cilicio.
«Vi raccomando di prendere questo cilicio – gli disse – e finché sarete alla ricerca del Santo Graal, non mangerete carne e non berrete vino: ché è col pane e l’acqua che i cavalieri celesti devono rifocillare il corpo e non con quei forti nutrimenti che conducono l’uomo alla lussuria e al peccato mortale».

Lancillotto ricevette tale disciplina di buon cuore. Poi indossò il cilicio che era ruvido e pungente, e sopra s’infilò la veste e si coprì delle armi che il valentuomo gli diede. Poi, prese umilmente congedo e s’inoltrò nel folto della foresta.

(La ricerca del Santo Graal: 9-10)

***

Lancillotto-cappella

più duro che pietra, più amaro che legno, più spoglio che fico.
Se il Prete permette, ci sarebbe anche un’altra «spiegazione». E dato che i miti, le favole e i racconti «si spiegano» tra di loro, e fanno luce l’uno sull’altro attraverso i loro reciproci «richiami», come non ricordare qui proprio i Tre Richiami (della Roccia, del Legno duro e del Legno putrido) di cui si favoleggia in Sudamerica?
Anche Omero sembra avere memoria di una certa differenza tra i richiami della Roccia e quelli della Quercia. Ed è nel cuore dei misteri eleusini che si venerava ancora in tempi storici la «Pietra che non ride». E la Pietra Nera della Ka’ba non gode forse, pur essa, di quella «durezza» che la rende inaccessibile a chi soltanto la sfiora?

Allora, forse, è possibile un’altra interpretazione, una lettura oscurata dalla cristianizzazione della figura di Lancillotto.
Può essere che la Voce risponde a un’altra domanda, a una domanda più semplice di quanto il Prete stia a complicarla coi «dotti» richiami al Vangelo.
Può essere che la domanda non sia altra che questa: com’è il tuo cuore, Lancillotto? il tuo cuore innamorato di Ginevra, come se la passa?

Oh, più duro che pietra è questo richiamo d’amore che mi tormenta, e non c’è fuoco che può bruciarlo né acqua dissetarlo. Lui mi chiama, e «io», per me, al posto mio «risponde». Ma quando sono «io» a chiedergli per dove tornare a me stesso, la Roccia non mi risponde. È questo il mio tormento.
Amo Ginevra, che ci posso fare? Mi ha sorriso, mi ha degnato d’una smorfia, ed ecco ho donna-querciaudito il richiamo di una Quercia nella foresta. Ho creduto che la Quercia potesse rispondere lei a quella mia domanda «disperata».
L’ho implorata: Ginevra, tienimi lontano, distraimi dalla Roccia, parlami tu, scuoti l’odore dei tuoi rami, fammi sentire la voce delle tue foglie, dammi un cenno, affascinami, fa’ che io veda la «felicità della tristezza mia più profonda – come dice il Poeta – e solo la felicità della tristezza mia più profonda».

Macché! più amaro che legno è l’amore mio per Ginevra. A volte, forse, qualche dolcezza siamo riusciti furtivamente a strapparla alla nostra storia infelice, ma sempre ci tornava ad affliggere, subito dopo, la colpa di sentirci entrambi traditori di re Artù.
Perciò sono partito alla ricerca del Graal – in cerca di quel santo vaso di cui solo gli «invasati» come me conoscono le virtù terapeutiche. Non per averle saggiate sulla propria pelle (ché nessun io «guarisce»!), ma per aver fatto tesoro di ciò che «invase» i loro sogni – che so? un ramo fronzuto di edera.
E come Enea, armati di questo solo ramoscello, si avventurarono nella terra perigliosa: a sinistra! A sinistra i peli! A sinistra le unghie! – recita Artaud.
A sinistra si spalanca l’infinito cercare, l’interminabile viaggio nei dieci o non so quanti cieli dell’immaginazione, e non si finisce mai di … disperare.

Perciò – Enea amerà Didone, e Lancillotto Ginevra, ma da questi amori non nascerà mai un «frutto».
E allora come vuoi che mi senta? mi sento più spoglio di un fico, più nudo della nuda terra in cui i miei aneliti vanno a imputridire. E questo perché ho dato ascolto a un terzo Richiamo: non più a quello della Roccia che non risponde, e nemmeno più a quello della Quercia che mi risponde ma solo furtivamente, ma al Richiamo del legno putrido. Al Richiamo delle «miserie» della mia natura.
Insomma: l’ho tradita! Al tradimento di Re Artù (detentore della Pietra) ho aggiunto il tradimento di Ginevra (regina della Quercia secolare). L’ho tradita con la figlia del Re Pescatore! Mi sono lasciato tirare in tutta un’altra storia che non mi riguardava: la storia della cerca del santo Graal. Cercavo solo di scordarmi di Ginevra. Ci vuole tanto a capirlo?

surreal-cool

Nientemeno, mi dico io, bisogna passare per il Sudamerica per risentire il Lancillotto innamorato e mai pentito del suo amore?
O, più probabilmente ancora, vuoi vedere che sono io che ho traveggole, e il Prete fa bene a esorcizzare il Racconto dalle scemenze che scappano di bocca a quelli come me, invasati in cerca del Vaso introvabile?
Eppure, c’è quel dettaglio, quel piccolo ma non trascurabile dettaglio: nessun «io» guarisce, l’io è la malattia mentale, nessuno torna più a Se Stesso. È bene che lo sappia: è più duro che pietra, più amaro che legno, più spoglio che fico.
Perché tormentarlo pure col cilicio o con un elettroshock? Non è già abbastanza averlo «cristianizzato»? È proprio necessario «evangelizzarlo» fino in fondo?