Sioux Brule – La leggenda del flauto

siyotanka

Immagino che conoscete i nostri flauti. Avete udito il loro suono e visto con quale arte sono fabbricati. Di essi ce n’è uno, il siyotanka, che è buono per un solo genere di musica: la musica d’amore.
Ai vecchi tempi, i nostri uomini si sedevano appartati, non di rado nascosti, non visti, appoggiati a un albero nell’oscurità della notte, per cercare i loro motivi personali, i loro canti di corteggiamento.

Noi Sioux siamo timidi, di natura. Uno dei nostri giovani può anche essere un guerriero o un cacciatore coraggioso, ma quando si tratta di corteggiare una winchinchala di bell’aspetto, non sa mai da che parte prenderla. Ora, a quei tempi, non c’era un posto nel nostro villaggio dove un giovanotto e una ragazza potessero stare da soli. La tenda di famiglia era sempre affollata di gente. La sola occasione che avevi d’incontrare la tua winchinchala era di attenderla al calar del giorno, quando le donne andavano al fiume o al ruscello con le loro sacche di pelle a prendere l’acqua.

Quando quella ragazza su cui avevi posato gli occhi finalmente veniva giù per il sentiero che porta all’acqua, tu ti alzavi all’improvviso da dietro qualche cespuglio e restavi in piedi, in modo che lei ti potesse notare.
E questo era, più o meno, tutto quello che potevi fare per mostrarle il tuo Sioux-womaninteressamento: probabilmente restando ritto là, ridacchiando scioccamente, guardandoti i mocassini, o grattandoti l’orecchio.

Neppure la winchinchala faceva molto di più, eccetto che diventar rossa in volto, fare una risatina soffocata o tirarti probabilmente una rapa selvatica. Se tu le piacevi, il solo modo che aveva per fartelo capire era di prendersela con calma, con molta calma, nel riempire la sacca dell’acqua, e intanto darti qualche sbirciata furtiva da sopra le spalle.

Così i flauti sostituivano le parole.
Di notte, sdraiata sulla coperta di bufalo nella tenda dei genitori, la ragazza avrebbe ascoltato il lamentevole suono del siyotanka. Man mano che era suonato, lei avrebbe riconosciuto che c’era il suo spasimante là fuori, in qualche posto.
E se l’incantesimo dell’alce era molto efficace su entrambi, poteva succedere che lei uscisse fuori di soppiatto per seguire quel suono e incontrare lui, senza che nessuno se ne accorgesse.

Il flauto è sempre fatto di legno di cedro.
Nella forma rappresenta il lungo collo e la testa di un uccello col becco aperto. Il suono esce dal becco, ed ecco … è qui che entra in ballo la leggenda, la nostra leggenda antica, la leggenda di come il popolo Lakota acquisì il flauto.

Molte generazioni fa, la gente aveva tamburi, sonagli di zucca e cicale, ma non flauti. In quel tempo lontano, un giovanotto uscì a cacciare. La carne era scarsa e la gente nel suo accampamento aveva fame.
Trovò le tracce di un alce e le seguì per molto tempo. L’alce, prudente e svelto, è quello che possiede l’incantesimo d’amore. Se un uomo possiede l’incantesimo dell’alce, la ragazza che gli piace non può fare a meno di giacere con lui. Lui sarà anche un cacciatore fortunato. Il giovanotto invece, di cui narra la leggenda, non aveva l’incantesimo dell’alce.

Sioux-cacciatore

Dopo molte ore, alla fine avvistò la sua preda. Era abile con arco e frecce, ed aveva un bell’arco nuovo e una faretra piena di frecce dritte, ben piumate e con punte di selce. Tuttavia, l’alce riusciva sempre a stare fuori dal tiro, conducendolo sempre più distante. Il giovanotto era così intento a seguire la preda, che notava a malapena dove stava andando.
Quando calò la notte, si ritrovò nel cuore di una fitta foresta. Le tracce erano scomparse, e dell’alce non c’era neanche l’ombra. Comprese allora d’essersi smarrito, e che era troppo buio per trovare la strada e uscire dal bosco.

Fortunatamente, scorreva lì nei pressi un ruscello d’acqua fresca e chiara. Poté così dissetarsi. Mangiò un po’ delle provviste di carne secca che aveva nella sacca di pelle. Si arrotolò nel suo mantello di pelliccia, appoggiò la schiena a un albero e cercò di riposare.
Ma non poteva dormire; la foresta era piena di strani rumori: le grida di animali notturni, l’urlare dei gufi, il gemere degli alberi nel vento. Era come se udisse questi suoni per la prima volta.

All’improvviso ci fu un suono del tutto nuovo, di un genere che né lui né alcun altro aveva mai udito prima. Era lugubre e spettrale. Sicché si spaventò e, tremante, s’avvolse stretto nel mantello e prese l’arco per assicurarsi che fosse ben teso.
D’altra parte, il suono era come un canto, malinconico ma suadente, pieno di amore, picchio-testa-rossasperanza e desiderio. Era un suono così incantevole che, a sentirlo, il nostro giovanotto finalmente si addormentò.

Si addormentò e sognò.
E in sogno gli apparve il wagnuka, il picchio dalla testa rossa. Era da lui che veniva il canto. Il picchio cantava quel canto così strano che pareva dirgli: «Seguimi! segui me solo, e t’insegnerò a cantarmi!».

Quando il nostro cacciatore si svegliò, il sole era già alto. Su un ramo dell’albero contro il quale era appoggiato, vide un picchio dalla testa rossa.
L’uccello volò via su un altro albero, e poi un altro, ma mai molto lontano, guardando per tutto il tempo indietro verso il giovanotto come per dire: «Su, vieni! Seguimi!».
Poi, ancora una volta udì quel meraviglioso canto, e il suo cuore desiderò ancora più ardentemente di trovare chi lo stesse cantando.

Volando alla volta del suono, guidando il cacciatore, l’uccello svolazzò tra le foglie, ed era facile seguire il suo ciuffo rosso vivo.
Alla fine, si posò su un cedro e cominciò a martellare su un ramo, facendo un rumore simile al rapido battere d’un piccolo tamburo. Subito ci fu una raffica di vento, e di nuovo il cacciatore udì quel meraviglioso suono, dritto sopra di lui. Allora scoprì che il suono veniva dal ramo secco che il picchio stava martellando col becco. Si accorse pure che era il Vento a creare il suono, fischiando attraverso i fori che l’uccello aveva scavato.

«Kola, amico – disse il cacciatore – lasciami portare questo ramo a casa. Tu puoi fartene un altro».
Prese il ramo, un pezzo di legno cavo pieno dei buchi aperti dal picchio, e che era lungo all’incirca come il suo avambraccio. Ritornò a piedi al villaggio senza portare carne. Ritornò a mani vuote. Così almeno parve a quelli della sua tribù.
Egli era tuttavia felice.

Andò alla sua tenda e cercò di far cantare il ramo per lui. Vi soffiò dentro, lo brandì attorno: non uscì nessun suono.
Si rattristò: desiderava tanto udire quel meraviglioso suono nuovo. Allora si purificò Sioux-flautistanella capanna del vapore e salì sulla cima d’una collina solitaria.
Là, riposando con la schiena contro una grande roccia, digiunò, rimanendo senza cibo e senz’acqua, per quattro giorni e quattro notti, implorando una visione che gli dicesse come far cantare il ramo.

A metà della quarta notte, wagnuka, l’uccello col ciuffo rosso vivo, apparve dicendo: «Ora, osserva questo!». E nel suo sogno il giovanotto osservò molto attentamente.
Quando si svegliò, rintracciò un cedro. Spezzò un ramo e, lavorando molte ore, lo scavò con un trapano ad arco, proprio come aveva visto fare al picchio in sogno. Tagliuzzò il ramo fino a dargli la forma di un uccello con un lungo collo e un becco aperto. Dipinse la punta della testa dell’uccello con washasha, il sacro colore rosso. Pregò. Affumicò il ramo con incenso bruciando salvia, cedro ed erbe aromatiche.
Poi, soffiando dolcemente nel bocchino, mise le dita sui buchi, come aveva visto fare all’uomo-uccello nella sua visione. Ed ecco, all’istante, ci fu il canto.

Spirituale e meraviglioso oltre ogni dire, il canto l’accompagnò per tutto il sentiero fino al villaggio dove la gente rimase attonita e felice nell’udirlo. Con l’aiuto di Vento e di Picchio, il giovane non era poi tornato a mani vuote come sembrava. Il giovane aveva portato loro il primo flauto.

Nel villaggio viveva un itanchan, un grande capo. Questo itanchan aveva una figlia che era bella, ma anche molto fiera e convinta che non esistesse un giovane bello abbastanza per lei. Molti le avevano fatto la corte, ma lei li aveva tutti respinti.
Ebbene, il cacciatore che aveva fatto il flauto decise che era proprio quella la donna per lui. Pensando a lei, compose una speciale canzone, e una notte, ritto dietro un grande albero, la suonò sul suo siyotanka con la speranza che avesse un incantesimo capace di farla innamorare di lui.

Subito la winchinchala l’udì. Era seduta nella tenda del padre, mangiando gobba e lingua di bisonte, sentendosi bene. Voleva restare là, nella tenda vicino al fuoco, ma i suoi piedi volevano andare fuori. Lei si tratteneva, ma i suoi piedi volevano andare fuori!
La sua testa diceva: «Vacci piano!», ma i piedi dicevano: «Cosa aspettiamo ad andare da lui?».
Vide il giovane ritto al chiaro di luna; udì il flauto. La sua testa insisteva: «Non andare da Sioux-amantilui, è un poveraccio». I suoi piedi però s’affrettavano a replicare: «Va’, corri!», e di nuovo prevalsero i piedi.

Così si trovarono faccia a faccia.
La testa della ragazza le disse di stare in silenzio, ma i piedi le dissero di parlare e lei parlò [la lingua dei piedi] dicendo: «O mio koshkalaka, mio giovane uomo, io sono interamente tua».
Così si coricarono insieme, il giovane e la winchinchala, sotto una coperta.
Più tardi, lei gli disse: «O mio koshkalaka, mio giovane guerriero, mi piaci. Di’ ai tuoi genitori di inviare un dono a mio padre, il capo. Non importa quanto piccolo, sarà accettato. Di’ a tuo padre di parlare in nome tuo a mio padre. Fallo presto! Fallo subito!».

E così i due padri furono rapidamente d’accordo sui desideri dei loro figli. La fiera winchinchala divenne la moglie del cacciatore, ed egli stesso divenne un grande capo.
Tutti gli altri giovani avevano visto e udito. Ben presto, anche loro cominciarono a tagliuzzare rami di cedro nella forma di teste d’uccello con lunghi colli e becchi aperti. La meravigliosa musica dell’amore si propagò da tribù a tribù e fece andare i piedi delle giovani dove non avrebbero dovuto.
E questo è il modo in cui il flauto fu portato alla gente, grazie al cedro, al picchio e al giovane che non colpì nessun alce, ma che seppe ascoltare il richiamo fischiato dal Vento, una notte che lui s’era sperduto nella foresta.

***

Quando si tratta di «aprire buchi», novanta su cento, è Picchio che se la deve sbrogliare. Perché Picchio picchia davvero – e il suo becco è, di natura, un martello pneumatico che, martellando, apre una via nel legno, penetra il «duro», perfora la resistenza della «corteccia», vince la ritrosia della «coscienza», si fa strada nelle «istanze a eludere» dell’io …
Come si vede, ci vuole poco a saltare dal senso proprio al senso figurato di Picchio. Perché Picchio è un «geroglifico» antico, l’ideogramma dello Sposo Casto – del mitico Fondatore dell’istituzione nuziale che, come il cacciatore della leggenda Sioux si astiene dall’assaggiare la carne dell’alce, così lui è addetto ad aprire la vagina alla Donna, ma perché, non lui, ma un altro ne goda. Un altro «geroglifico» luminoso come il Sole, per es. – non lui, che del Sole è tutt’al più l’«aiutante magico». Quello che gli traccia la via, la nuova via, la via a sbandare dall’Equatore Eterno.

picchio-rosa

Picchio si limita ad aprire la strada all’altro – a chi lo seguirà, fosse anche un poveraccio qualsiasi, fosse pure solo un sognatore, se ai suoi sogni presterà ascolto, Picchio mostrerà come si fa a bucare un pezzo di legno. Come si fa a trasformare una «fidanzata di legno» in una Sposa. Come si fa dunque a realizzare un’«incompiuta». Come si fa a cantare una fame, invece di saziarla a spese dell’alce.
Puoi farne addirittura un flauto, di quel ramo «insignificante», se solo lasci che il Vento ci fischi dentro il suo respiro a nulla.
A nulla attendere. E ancor meno nulla a pretendere.

Vuoi accendere il fuoco?
Prendi due bastoncini: uno farà il maschio, l’altro la femmina.
E già, l’altro, la femmina è profumata come il cedro, somiglia a una cicogna dal lungo collo, a un airone azzurro, a una fata turchina – ma cos’è che di lei farà realmente una femmina?
Andate a chiamare Picchio! Bisogna aprire un buco nel suo bastoncino, per trapanarne una scintilla di desiderio!

Non era poi così difficile da comprendere, il vecchio «alfabeto».
Picchio (il bastoncino maschio) perfora, buca, o – per dirla alla Perceval, che non meno di Picchio è il Casto per antonomasia – «percia» nel legno del bastoncino femmina, e vi scava una «vacanza» che lo renda «ustionabile», suscettibile cioè di fungere da Sioux-amanti-paintstrumento del fuoco metaforico del desiderio altrui.
Picchio pecca già abbastanza così. Non si azzarda ad andare oltre. Apre la via a quelli che verranno, dopo di lui, più audaci – più esaltati, più sciocchi, forse.

Apre la via a tutti i suonatori, siano essi flautisti o citaredi, più o meno orfici, che lo seguiranno – a tutti i cacciatori che, affamati di alce, si ritroveranno nel mezzo del cammin, tra la vita che fu e quella nessun’altra vita che sarà … ché alla Vita ogni dritta via sarà stata da loro, chissà dove, smarrita …

Perciò, ai nostri giovani «cacciatori» sui banchi di scuola, invece di stare a propinargli le centomila babeliche note a piè di pagina che una lunga tradizione di dantisti ha scribacchiato sulla pelle di Dante, ai giovani andrebbe piuttosto letta questa leggenda Sioux – perché essi siano, da subito, introdotti nella Cerca della Commedia.
Perché sappiano, da subito, che c’è in giro nel Racconto il resto di una vecchia canzone. E che la canzone cantava di certe «nozze incompiute». Cantava di un desiderio acceso in illo tempore, di un fuoco ardente, sulla cui brace però mai una carne è stata «consumata».