Mauss – La morte per suggestione

L’ordine dei fatti sui quali intendo intrattenervi è, dal nostro punto di vista, stupefacente. Si tratta di casi di morte causati brutalmente, in modo elementare, presso numerosi individui, semplicemente perché essi sanno o credono (il che è la stessa cosa) di essere in punto di morte.
Tra questi ultimi fatti, però, è opportuno distinguere quelli in cui questa credenza e questa consapevolezza sono – o possono essere – di origine individuale. Si vedrà subito maori-suggestioneche, nelle civiltà considerate, essi si confondono spesso con quelli che noi consideriamo con più precisione. È evidente, tuttavia, che se l’individuo è malato e crede di essere sul punto di morire, anche se la malattia è causata, secondo lui, da stregoneria altrui o da un proprio peccato (di azione o di omissione), si può sostenere che il «mezzo-causa» del ragionamento (conscio o inconscio) è l’idea di malattia.

Prenderemo perciò in considerazione solo i casi in cui l’individuo che muore non crede o non sa di essere malato, ma crede solo di trovarsi in uno stato prossimo alla morte per cause precise di natura collettiva.
Questo stato coincide generalmente con una rottura della comunione, causata sia da magia sia da peccato, con le potenze e le cose sacre la cui presenza, normalmente, serve a sostenerlo. La coscienza è allora interamente invasa da idee e sentimenti che sono interamente di origine collettiva e che non tradiscono alcun disturbo fisico. L’analisi non arriva a cogliere nessun elemento di volontà, di scelta o anche di ideazione volontaria da parte del paziente, o di disturbo mentale individuale, al di fuori della suggestione collettiva stessa.

L’individuo si crede vittima di un incantesimo o in fallo, e muore per questa ragione.
Ecco, dunque, il genere di avvenimenti a cui restringiamo il nostro esame. Altri fatti di suicidi provocati o di malattie motivate da questi stessi stati di peccato o di maleficio sono evidentemente meno tipici.
Complicando il nostro studio con una limitazione e così particolareggiata, lo rendiamo più semplice, più avvincente e più probante.

Questi fatti sono ben conosciuti per numerose civiltà cosiddette inferiori, ma sembrano rari o addirittura inesistenti nelle nostre. Il che finisce col dare loro un carattere sociale molto netto; essi dipendono, infatti, evidentemente dalla presenza o dall’assenza di un certo numero di istituzioni e di credenze precise scomparse dalla nostra civiltà: la magia, le proibizioni o tabù, ecc.
Ma per quanto numerosi e conosciuti siano presso quei popoli, non sono stati ancora sottoposti – credo – a uno studio psicologico e sociologico un po’ approfondito. […]

Matta-suggestione

I vecchi libri bastano, tuttavia, per dare un’idea della diffusione di questo genere di fatti presso tutta l’umanità. Noi però concentreremo il nostro studio su due gruppi di fatti riguardanti due gruppi di civiltà, di cui l’una al livello più basso possibile o, piuttosto, al livello più basso che si conosca: quella australiana; l’altra, già molto evoluta e che ha avuto certamente delle vicissitudini: quella dei Maori maleo-polinesiani della Nuova Zelanda. […]

I vecchi autori ci hanno offerto una buona descrizione delle spinte violente che animano i gruppi, delle paure e delle reazioni violente di cui possono essere preda. Ma queste usurpazioni totali delle coscienze individuali, generate dal gruppo e nel gruppo, non sono le sole. Le idee elaborate in quei momenti si mantengono e si riproducono nell’individuo sotto la pressione permanente del gruppo, dell’educazione, ecc. Alla minima occasione, esse provocano delle devastazioni e sovreccitano delle forze.
Anche l’intensità di tale azione del morale sul fisico è tanto più notevole in quanto, quest’ultimo, presso questi popoli, è più forte, più rozzo, più animalesco che da noi.

È un fatto di osservazione ricorrente nell’etnografia australiana e in molte altre etnografie che il corpo dell’indigeno possiede una resistenza fisica stupefacente. Dipenda ciò dall’azione del sole e della vita allo stato di nudità completa o quasi completa, o dalla scarsissima setticità dell’ambiente e degli strumenti prima dell’arrivo degli Europei, o da spirito-Arandacerte particolarità di queste razze selezionate proprio da tale genere di vita (in particolare, è possibile che esistano nei loro organismi elementi fisiologici, come sieri e altri, diversi da quelli delle razze più deboli), comunque sia, l’organismo australiano si distingue, anche rispetto alle razze nere dell’Africa, per le sue stupefacenti facoltà di recupero.
La puerpera ritorna immediatamente alle sue occupazioni, si mette in cammino dopo qualche ora; tagli tremendi nelle carni si cicatrizzano rapidamente; presso un certo numero di tribù, una punizione usuale consiste nel piantare una lama nella coscia della donna o del giovane; braccia fratturate guariscono con estrema rapidità con l’ausilio di deboli stecche.

Tutti questi fatti contrastano singolarmente con altri avvenimenti.
Se un individuo viene ferito, anche leggermente, ed è convinto che la lancia era stregata, non c’è alcuna probabilità che si ristabilisca; se si rompe qualche arto, si ristabilirà rapidamente solo dal giorno in cui si sarà riconciliato con le regole da lui violate, e così di seguito. Il massimo delle azioni esercitate dal morale su un fisico del genere, è ancora più sensibile nei casi in cui non esiste nessuna ferita e che rientrano esclusivamente nel nostro argomento.

Il campo di osservazione neozelandese è ugualmente fertile di fatti tipici, sebbene i Neozelandesi abbiano organismi più delicati e meno resistenti agli agenti fisici di quelli degli Australiani. È un luogo comune degli studi etnografici che li riguardano – soprattutto di quelli antichi, anteriori all’arrivo del vaiolo, ecc., degli Europei che li decimarono – notare la loro forza, la rapidità delle cicatrizzazioni, delle guarigioni, al punto che il morale non ne è colpito.
Ma essi ci interessano per altri aspetti. I Neozelandesi, come tutti i maleo-polinesiani, sono, tra gli uomini, i più soggetti a questi stati «panici».

Tutti conoscono l’amok malese: degli uomini (si tratta sempre di uomini), anche ai nostri giorni, ed anche in città molto grandi, per vendicare la morte di uno di loro o per un’offesa, si mettono in marcia, «corrono l’amok» e uccidono quante più persone possono lungo il cammino finché non vengono abbattuti essi stessi.
Le popolazioni neozelandesi e maleo-polinesiane in generale costituiscono il paese d’elezione di stati emotivi di questo tipo. […] I Maori, in particolare, presentano questi massimi di potenza mentale e fisica di origine morale e mistica, e questi minimi di depressione dovuti alle stesse ragioni. […]

maschere-mortuarie-Aranda

Gli Australiani considerano naturali solo le morti che noi chiamiamo violente. Una ferita, un assassinio, una frattura sono cause naturali. La vendetta si scatena con maggiore violenza contro lo stregone che contro l’assassino.
Tutte le altre morti hanno un’origine magica, ovvero religiosa. Solo che, in Nuova Zelanda, sono proprio gli avvenimenti di origine morale e religiosa a suggerire all’individuo l’idea dominante della morte imminente, ed anche gli incantesimi sono conosciuti di solito come destinati, soprattutto, a far commettere un peccato.

I fatti australiani, al contrario, si presentano in proporzione inversa. Il numero dei casi in cui la morte è causata dall’idea che essa sia la conseguenza fatale di un peccato è – a quanto ci risulta – abbastanza esiguo; noi ne abbiamo trovato solo un numero limitato che riguarda, per la maggior parte, i crimini relativi al totem, in particolare alla sua consumazione, o ai cibi vietati secondo le età. […]

Cause morali e religiose possono sì provocare la morte, per suggestione, anche presso gli Australiani, ma quest’ultimo fatto serve anche di passaggio ai casi di morte di origine puramente magica.
C’è stata minaccia da parte degli anziani!
D’altronde, siccome un buon numero di morti per magia vengono inflitte nel corso di vendette o di punizioni decretate in consiglio e sono, in fondo, delle sanzioni, l’individuo che si crede vittima di queste stregonerie giuridiche è colpito anche moralmente, nel anziano-Arandasenso stretto del termine, come si potrebbe credere, dall’insieme dei fatti maori. Normalmente, però, si tratta di magia.
Un uomo che si crede stregato, muore – ecco il fatto brutale e frequentissimo. […]

Lo studio della guarigione di questi casi di ossessione, è dimostrativo quanto lo studio delle loro conseguenze mortali. L’individuo guarisce, se la cerimonia magica di esorcismo, se il contro-incantesimo agisce, e muore altrettanto immancabilmente nel caso opposto.
Bisogna leggere per esteso la storia, raccontata a Sir Baldwin Spencer, il grande fisiologo e antropologo, da uno dei vecchi Kakadu, un certo Mukalakki.

Da giovane aveva mangiato sbadatamente la carne di un certo serpente vietato alla sua età. Un vecchio scoprì il fatto. «Perché l’hai mangiato? Tu sei piccolo … tu sarai molto malato», gli disse.
Egli rispose, molto spaventato: «Come? morirò?».
Al che il vecchio gridò: «Sì, poco a poco, morire».
Quindici anni dopo Mukalakki si sentì male. Un vecchio uomo-medicina gli chiese: «Che cosa hai mangiato?». Egli si ricorda e racconta l’antico episodio.
«Sta bene, oggi morire», risponde il dottore indigeno.

Egli si sentì sempre peggio nel corso della giornata. Occorrevano tre uomini per trattenerlo. Lo spirito del serpente si era arrotolato nel suo corpo e di quando in quando gli usciva dalla fronte, fischiava nella sua bocca, ecc.
Era terrificante.
Andarono piuttosto lontano per trovare un’illustre reincarnazione di un celebre uomo-medicina. Un tale Morpun arrivò in tempo; le convulsioni del serpente e di Mukalakki erano diventate sempre più orribili. Egli mandò via la gente, guardò in silenzio Mukalakki, vide il serpente mistico, lo prese, lo mise nel suo sacchetto delle medicine e lo portò nella sua contrada dove lo pose in un buco pieno d’acqua e gli disse di restarci.
Mukalakki «si sentì immensamente sollevato. Traspirò abbondantemente, dormì e si surreal-esorcismotrovò ristabilito al mattino … Se Morpun non fosse giunto in tempo per estrarre il serpente, egli sarebbe morto. Solo Morpun aveva il potere di fare questo». […]

La mentalità di queste popolazioni è tutta imbevuta di tali credenze nell’efficacia delle parole, nel pericolo insito negli atti sinistri. Essa dimostra altresì una preoccupazione infinita per una specie di mistica della pace dell’anima. Ed è così che si capovolge definitivamente la scarsa fiducia nella vita, o riacquista il suo equilibrio grazie all’aiuto di un mago o di uno spirito protettore, aiuto di natura collettiva, come la stessa rottura dell’equilibrio. […]

In quanto ai Maori, tra le conseguenze dell’incantesimo c’è la morte «per mancanza di desiderio di vivere», per spirito di «fatal despondency», per «pura apatia».
Un proverbio delle isole Marchesi diceva, prima dell’arrivo degli Europei: «Siamo dei peccatori, moriremo».
Una sola alternativa domina tutta la coscienza, senza via di mezzo. Da un lato, la forza fisica, l’allegria, la solidità, la brutalità e la semplicità mentale; dall’altro, senza transizione, l’eccitazione, senza limiti e senza freni, del lutto, dell’offesa, o la depressione, parimenti priva di limiti e di freni, e senza transizione la lamentazione per l’abbandono, la disperazione e, infine, la suggestione della morte. […]

Gli stessi Maori così classificano le cause di morte: a) morte dovuta agli spiriti (violazione di tabù, magia, ecc.); b) morte in guerra; c) morte per decadenza naturale; d) morte per accidente o suicidio. E attribuiscono alla prima di queste cause la più grande importanza.
Il sistema di queste credenze è, dunque, uguale a quello australiano. Solo che i risultati e, di conseguenza, l’intensità delle credenze, si ripartiscono diversamente. Le nozioni morali e religiose hanno il predominio. L’incantesimo, la stregoneria hanno la stessa importanza che in Australia, ma la moralità del Polinesiano, ricca, tortuosa e tuttavia brutale e semplice nei suoi mutamenti radicali o per i suoi effetti, è la causa del maggior numero di decessi. […]

spiriti-nuvole-Aranda

Quella che, essenzialmente, si verifica con frequenza, soprattutto tra i Maori, è la morte causata da «peccato mortale». L’espressione, peraltro, è degli stessi Maori.
Le innumerevoli descrizioni sono di solito molto circostanziate e con numerose alternative mitologiche: l’anima è resa pesante; è legata, stretta con corde, fili e nodi; è assente; è presa; non è il solo spirito che abita il corpo; ha un vicino che l’assilla; o è urtata da un animale o una cosa che invade il corpo o invade la stessa anima.
Tutte queste espressioni sono certo familiari al neurologo e allo psicologo, ma trovano qui un largo impiego, tradizionale e individuale.

Ma non bisogna astrarre troppo l’effetto dalla causa. I Maori sono dei raffinati in fatto di morale e di scrupoli. La morte per magia è sì concepita molto spesso, ma è solitamente possibile solo in seguito a un peccato precedente. Inversamente, la morte per peccato è spesso il risultato di una magia che ha indotto in peccato.
Divinazione, presagio, spiriti possono anche mescolarsi casualmente. Gli stati di depressione fatale sono originati da veri e propri travagli di coscienza, i quali parimenti sono provocati da questa magia di peccato che fa sì che l’individuo senta di essere in torto, di essere messo dalla parte del torto.

I medici parlano di «malinconia», di morti «perfettamente sani» nel fisico, senza lesioni di sorta o malattie; parlano di una «tendenza fatalistica … che porta alla morte dopo un periodo di depressione più o meno lungo, di profonda depressione e di mancanza di Aranda-cornadesiderio di vivere, dovuta agli effetti di una paura superstiziosa che agisce su un sistema nervoso particolarmente suscettibile» (Goldie).

«Nessuno, credo – scrive sempre Goldie – ha tentato di spiegare le ragioni della morte dovuta a questa strana forma di malinconia. Il volgo suppone che la vittima “si dia alla morte”, ma noi non possiamo seriamente attribuire questo sbocco fatale alla forza di volontà del selvaggio.
La caratteristica principale del maori è la sua instabilità. Il suo equilibrio mentale è alla mercé di un grandissimo numero di incidenti quotidiani; esso è in balia delle circostanze esterne. Grida e ride per i motivi più futili; esplosioni di gioia o di tristezza possono scomparire in lui in un istante.

«In quel curioso stato mentale chiamato “l’isteria del Pacifico”, il paziente, dopo un periodo preliminare di depressione, entra di colpo in uno stato di eccitazione, afferra un coltello o qualche arma, si precipita attraverso il villaggio, sfregiando tutte le persone che incontra, facendo danni senza fine, finché non cade a terra spossato. Se non riesce a trovare un coltello, può accadere che giunga fino alla costa dirupata, si getti nell’acqua dell’oceano e nuoti per delle miglia, finché non viene salvato o annega». […]

Tutti questi sono casi di un genere che, a mio avviso, andrebbe studiato senza indugio: quello, cioè, in cui la natura sociale raggiunge immediatamente la natura biologica dell’uomo.
Questa paura panica che sconvolge tutto ciò che si trova nella coscienza, e perfino il cosiddetto istinto di conservazione, turba profondamente soprattutto la vita stessa. L’anello psicologico è visibile, solido: la coscienza. Ma l’individuo che è vittima di un incantesimo o si trova in stato di peccato mortale, perde ogni controllo sulla propria vita, ogni possibilità di scelta, ogni indipendenza, tutta la personalità.

(Mauss, Effetto fisico nell’individuo dell’idea di morte suggerita dalla collettività, in Teoria generale della magia)