Nietzsche – A dispetto dei «frettolosi»

Ed infine: a che scopo dovremmo dire così ad alta voce e con tale fervore quel che noi siamo, quel che vogliamo e non vogliamo?
Osserviamolo, invece, più freddamente, più a distanza, con maggiore saggezza, più tartarughe-sovrappostedall’alto, diciamolo, come può essere detto tra noi, così segretamente che nessuno ci faccia caso, che nessuno badi a noi!
Soprattutto diciamolo lentamente

Questa prefazione viene tardi, ma non troppo tardi; che importano, in fondo, cinque, sei anni?
Un libro del genere, un problema del genere non ha fretta: inoltre, noi siamo entrambi amici del lento, tanto io che il mio libro. Non per nulla si è stati filologi, e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire, maestri della lettura lenta; e si finisce anche per scrivere lentamente.

Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto – un gusto malizioso forse? – non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente «frettolosa».
Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa: trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento.

Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto più fortemente, nel cuore di un’epoca del «lavoro», intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol «sbrigare» immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo; per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente, in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita e occhi delicati …

Miei pazienti amici, questo libro si augura soltanto perfetti lettori e filologi: imparate a leggermi bene!

(Nietzsche, Aurora, Prefazione: 5)

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Una pagina, a caso, di tanto in tanto. Una pillola, quando capita di ricordarsi di prenderla. Un farmaco a basso dosaggio, magari una tantum.
Non puoi «divorare» Nietzsche: ti avvelena la mente! né puoi pensare di «sbrigare» in surreal-tartarugaquattr’e quattr’otto il suo «caso».
Leggere un libro di Nietzsche tutto d’un fiato, è leggerlo male – è leggerlo contro Nietzsche. È trascinarlo a forza in una «fretta», in un tempo cioè che è abituato a sorvolare, e perciò a non vedere, il «problema» che egli pone. In un tempo abituato a fare caso al «caso Nietzsche», quando lui stesso vuole «che nessuno vi badi, che nessuno badi a noi» (e che il lettore abbia occhi solo sul «problema»).

Certo, il «problema» non balza agli occhi, non è lampante. Anzi, predilige nascondersi dietro le parole. Ama rimanere segreto, e segretamente giungere chissà come a essere detto. Ama prepararsi lentamente a scappare di bocca, forse. Ama tenersi custodito al riparo della curiosità dei passanti – di quelli che al primo colpo d’occhi hanno capito «tutto Nietzsche», tutta la Divina Commedia e non so quante enciclopedie.
Eppure, è semplice: finché vedi Nietzsche, non vedi il suo problema. Vedi l’interprete, non il Personaggio. Il geniale attore, non il Soggetto che dispera di poter essere mai messo in scena.

Beati dunque i mosci – ché loro è il Regno della filologia. Beate le tartarughe che nessun Achille vince, quando si tratta di avventurarsi nel dominio dei minimi intervalli e delle infinitesime sfumature cromatiche.
Tra il dritto e il rovescio di un «segreto» c’è solo lo scarto di un pelo.
Beati coloro che la Prefazione la scrivono a poche pagine dalle fine della loro vita. E che nell’ora del loro tramonto vedono spuntare l’Aurora di un altro giorno. Di un giorno diverso dal Solito. Il giorno di un tempo custodito nelle vene del guscio delle tartarughe.