Nezâmî – Il re venditore di schiave

Una città dell’Iraq aveva una volta un re, unico fra i sovrani: era un sole, tanto illuminava il mondo, bello come la primavera del Nowrûz. E aveva tutte le virtù esistenti e utili, ma con tutta quella sua virtuosità aveva il cuore distaccato e sazio dal mondo; aveva infatti letto nei suoi oroscopi che dalle donne gli sarebbe venuta inimicizia.
Per evitare questo pericolo non voleva avere a che fare con esse, per non patire disgrazie mercante-schiaveo noie. Si adattò così al celibato e alla solitudine per alquanto tempo. Poi, però, non vi fu altro rimedio che trovare, volente o nolente, un’amica degna di lui.

Comprò pertanto varie belle schiave, ma i servigi di nessuna trovò degni di lui: ognuna, dopo una settimana, giorno più giorno meno, usciva dai suoi limiti commettendo impertinenze, cominciava a vantarsi d’essere una gran signora, e pretendeva tesori da Creso.
C’era infatti a palazzo una vecchia gobba, una sciocca ingannatrice di sciocche, e ogni volta che il re comprava una schiava, quella vecchia, che vedeva utile questo suo vaniloquio, chiamava la fanciulla da poco comprata, per lusingarla, principessa di Rûm o bellezza di Terâz, e quella, gonfiatasi d’orgoglio, non compiva bene il suo servizio.

O quanti sciocchi ci sono, che vantano davvero gli schiavi per insuperbirli e, chiamando quella «sposa di David» o quest’altro «Ayâz di Mahmûd», ne fanno arieti di sfondamento nascosti dietro i loro ornamenti, distruttori di case e ingannatori di famiglie!
Per quanto il re si sforzasse, non trovò nessuna ancella che sapesse stare al suo posto: a ognuna cuciva vestiti d’affetto, ma poi che la trovava sleale, la rivendeva, e tanto si allontanò il re dalle ancelle che divenne famoso come il «re venditore di schiave».
Da fuori ognuno faceva supposizioni, ma nessuno conosceva l’interno aspetto del conto. Il re divenne afflitto per il lungo cercare senza mai trovare quel che desiderava: né si affrettava a prendere moglie, per via del cattivo oroscopo, né trovava una schiava come si deve; rinunciò così a ogni ricerca fra le donne d’infimo rango e si mise a cercare una bella onesta.

Un giorno finalmente il re compratore di schiave sentì parlare di un venditore di schiavi venuto dalla galleria d’effigi della Cina, e padrone di mille belle dagli occhi di urì, che possedeva molte schiave intatte, sia di Khallokh, sia di Catai, ognuna delle quali illuminava col suo volto il mondo, era amorosa e ardente d’amore per gli amici; fra queste, c’era un’ancella come una fata che aveva rapito la luce alla stella dell’alba, una schiava dall’orecchio forato come perla mai infilzata, degna, per il suo venditore, d’essere pagata con la vita.
Il labbro era un corallo, ma legato con perle, dalle risposte amare, ma dal riso dolce, tanto che, quando versava zucchero di risa, la terra, per anni, odorava di miele. «Io che da tempo faccio questo mestiere – diceva il sensale – sono stupefatto di quel volto, di quei riccioli, di quel neo; se tu poi vedrai quella bellezza rubacuori, sono sicuro che ti piacerà!».

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Il re ordinò allora che il sensale portasse le schiave al re esperto d’ancelle. Quello andò a prenderle, le portò al re, il quale le esaminò e discusse a lungo col venditore, sebbene ognuna di esse fosse, per il suo bel volto, una luna, quella di cui aveva parlato il sensale era una regina, e talmente piacevole a guardarsi che era molto più bella di quanto fosse stata descritta.
Il re chiese al venditore: «Dimmi: che indole ha questa ragazza? Se mi piacerà ti darò il prezzo che desideri».

Il mercante cinese aprì la bocca e disse: «Questa dispensa dolcezza a chi ha già labbra di miele: possiede tutto quanto è necessario, come vedi, di bellezza e di grazia. Ha solo un cattivo lato del suo carattere, che è l’unico suo difetto: non ama chi vuole possederla, e tutti quelli che con mille delizie me la comprano, me la restituiscono la mattina dopo perché, al momento in cui la si vuol prendere, ella mette in pericolo di vita chi la brama e, se qualcuno con lei insiste ancora, subito ella tenta di uccidersi. Insomma ha un carattere difficile la fanciulla, ma ho sentito che lo stesso carattere hai tu; se tu e lei siete come siete, lasciala stare, perché non vi adatterete mai l’uno all’altra; fa’ conto d’averla già comprata da me e di avermela, come tutti gli altri, restituita. È meglio che ti astieni Razumov-odaliscadal comprarla ed esamini invece le altre, che sono invece degne di te, e quella di cui più sei soddisfatto, mandala subito all’harem, te la do gratis».

Per quanto esaminasse il re le altre fate, non gli venne desiderio di nessuna, nessun disegno d’amore gli spuntò nel cuore, salvo che per quel volto di fata della prima ancella. Stupito, non sapeva che fare, non sapeva come giocare a nard con un’inesperta; da una parte, non si saziava l’animo a veder quella fanciulla, dall’altra, per il suo difetto, non aveva il coraggio di comprarla.
Alla fine la passione lo stordì e gettò polvere negli occhi alla padronanza di sé: estrasse argento ai piedi di quella bella dalle gambe d’argento, e con argento comprò una cupola d’argento. Chiuse su di lei la porta di un desiderio, uccise un serpente e si liberò d’un drago, mentre quella fanciulla dal volto di fata, sotto la cortina del Re, sorvegliava il lavoro delle intime stanze.

Era come un bocciolo grazioso, chiuso nelle foglie, apparentemente litigiosa, intimamente amica, ed eccetto la porta da letto, che ella aveva chiusa, per il resto non si rifiutava ad alcun servigio, e nel governo della casa e nella sorveglianza del palazzo, tutte le opere a una a una diligentemente compiva; per quanto il re ne elevasse il rango, come cipresso, essa, come ombra, umilmente gli era ai piedi.
Venne anche a lei quella vecchia con le sue parole ingannatrici, a piegare il giovane calamo, ma essa tal grida levò contro la vecchia sciocca che voleva farla passare per più di una schiava, che il re, da quel suo difendersi, cominciò a pensar diversamente delle ancelle; cacciò di casa la vecchia (guarda che stregoneria fece a una strega), mentre quella fanciulla divenne così cara agli occhi del re che, per amore, egli divenne il servo della schiava.

Sebbene fosse ingannato nelle sue speranze da quella turca, pure si tratteneva; finché una notte si presentò un’occasione tale che un sol fuoco cadde sui due amici. Il piede del re nel fianco di quella rubacuori s’insinuava fra la seta e il broccato: il castello di lei era assediato dall’acqua, e il fuoco dell’ariete di lui era già all’opera.
Quando di quel fuoco ardente fu riscaldato il re, disse a quella rosa creatrice d’acqua di rose: «O dattero dolce mio maturo, sguardo di vita e vita del mio sguardo! Il cipresso, a petto del tuo bel corpo, è vile erba. Il vassoio della luna, avanti a te, è una conca. Desidero solo una cosa da te, cioè che tu risponda in modo veritiero alla domanda; se la tua risposta sarà retta e vera, io con te agirò rettamente come la tua snella figura!».

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Poi, parlando a quella fascinatrice di cuori, versò zucchero così sulla fresca rosa: «Quando, come Venere in sestupla posizione d’astri, Balqîs si fu congiunta con Salomone, ebbero nel mondo un figlio che nacque con le braccia e le gambe sconnesse. Balqîs disse: “O inviato di Dio, io e te siamo del tutto sani, perché dunque nostro figlio è così sofferente e ha braccia e gambe così malate? Bisogna trovare una medicina alla sua malattia, e trovatala, curarlo. Così, quando Gabriele ti porterà i messaggi divini, racconta a lui tutta questa storia perché, quando egli si sarà allontanato dalla tua presenza, cerchi il segreto rimedio nella Tavola Ben Custodita e mostri a te, o mia unica speranza, il rimedio necessario, così che questo bambino possa raddrizzarsi e nutrire fiducia di recuperare la salute”.

«Salomone fu lieto di quelle parole; attese alcuni giorni e, quando Gabriele venne a parlargli, gli disse quel che il suo cuore bramava. Gabriele partì e portò a Salomone il saluto del Creatore della livida sfera del cielo, e disse: “Due cose servono di rimedio a questa malattia, e sono due cose molto care nel mondo: quando s’unità a te la tua compagna, ambedue dovete dire la pura verità; sappi che solo questo narrare il vero potrà allontanare la malattia dal bambino!”.

«Balqîs fu lieta di quelle parole, perché vedeva già la sua casa prospera di progenie, e disse a Salomone: “Chiedi pure quello che vuoi, in modo che io ti risponda il vero secondo il patto fatto con Dio!”. E allora quella lampada del creato le chiese: “O tu, la cui Balqis-Salomone-figliobellezza è meta agli sguardi, hai tu mai nel mondo desiderato libidinosamente altro uomo che me?”.
Rispose Balqîs: “Sia lungi da te il malocchio, perché tu sei più luminoso della Fonte di Luce! A parte la tua giovinezza e la tua bellezza, tu vinci tutti in dignità e onore, hai indole buona, volto bello, carezzevole agire, il tuo banchetto è giardino paradisiaco e tu ne sei l’angelo custode, Rezvân. Tuo regno sono tutte le cose manifeste o nascoste, il sigillo della tua profezia è talismano per il mondo! Eppure, con tutta la tua giovinezza e la tua bellezza, il tuo regno e la tua potenza, quando vedo un bel giovane non sono lontana da cattivi desideri”.

«Ecco che il bambino senza braccia, quando ebbe udito questo segreto, allungò le mani verso di lei dicendo: “Mamma, le mie mani si sono risanate, come fiore son salvo dalle mani degli altri”.
Quella fata guardò allora quel rampollo di geni e vide le sue braccia di nuovo dritte e sane, poi esclamò: “O guida di demoni e di fate, bello come la virtù e virtuoso come la saggezza, rivela ora tu al fanciullo qualche altra cosa, affinché egli abbia da me le mani, da te i piedi! Se non ti offendo, ti chiederò qualcosa: pur possedendo nel mondo tanti tesori, non ti assale mai la voglia di desiderare la roba altrui?”.

«Rispose il Profeta adoratore di Dio: “Ciò che nessun possiede, io lo possiedo: regno, ricchezza, tesori, potenza, io posseggo tutto, dalla Luna agli abissi, eppure con una simile ampia ricchezza, quando qualcuno viene a porgermi i suoi rispetti, io segretamente guardo la sua mano per vedere che regalo mi porti dal viaggio”.
Il bambino, non appena quella storia vera fu detta, raddrizzò le gambe e balzò su da terra dicendo: “Ebbene, i miei piedi camminano, la tua buona intenzione mi ha reso bello di nuovo”.

«Poiché dunque il dire la verità nella corte di Dio tolse la disgrazia alle mani e la malattia ai piedi, sarà meglio che anche noi agiamo rettamente e lanciamo la freccia nel bersaglio della verità. Dimmi dunque, o tu, unica fra le amiche, per qual motivo il tuo amore è così freddo. Io accetto di mangiarmi il fegato e di guardarti solo da lontano, ma tu, con tutta la tua bellezza e il tuo volto di fata, perché hai quest’indole sì difficile all’amore?».

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Allora il cipresso eretto e grazioso presso la fonte d’acqua non vide risposta migliore che la dritta verità e disse: «Nella nostra vile stirpe v’è una ben sperimentata qualità, cioè, se una donna della nostra razza si dà a un uomo, quando viene il tempo di partorire partorisce e muore; e poiché ogni donna delle nostre che partorì dovette morire, come posso io darmi a un uomo? Non bisogna sacrificare la vita per un desiderio, non si può gustar miele in ogni pianta. La vita mi è troppo cara per sacrificarla a ciò da cui mi viene pericolo. Io dunque, che amo la vita più che non ami l’amante, ti ho rivelato il mio segreto, e ora che dalla mia mensa è caduta la tovaglia, se vuoi abbandonami, o se vuoi vendimi; ma poiché io non ti ho nascosto il mio intimo cuore e ti ho raccontato del mio stato, ho speranza, da parte mia, che il Sovrano del mondo non voglia nascondermi il suo segreto; cioè, perché ogni anno presto ti stanchi di ancelle belle come il sole? Perché non doni il cuore a nessuna fascinatrice, non passi nemmeno un mese con nessuna? E quelle che come lampade blandisci, alla fine come candele le decapiti? Le innalzi fino al cielo con carezze e ricchezze, e poi vili le getti sulla terra?».

Il re rispose: «Faccio questo perché nessuna si comporta amorevolmente con me; furono tutte prese dai loro interessi, si presentarono buone e si rivelarono cattive; abituato che ebbero il cuore agli agi, abbandonarono ogni sforzo di servirmi. Ciascuno ha le gambe secondo la sua misura, non è cibo per tutti i ventri il pane bianco, ma ci vuole un ventre duro come la pietra perché la sua macina possa digerirlo.
Quando la donna vede un uomo dal volto amico, guarda, pronta, sia a lui sia a se stessa. Mai fidarti di una donna, perché la donna è paglia, e il vento la porta qua e là per ogni Leonor-Fini-apoteosivia. Quando la donna vede oro, come bilancia d’orefice, per un grano d’oro si piega anche a una piccolezza.

«Il melograno, pieno di rossi grani, quando è maturo è rubino, non maturo è perla, ma la donna è come l’uva e il bambino innocente, acerba è verde e bella, matura s’avvilisce; le femmine in casa si chiamano zucche, le acerbe sono mature per l’uso, e le mature se ancora sono acerbe sono inutili.
La difesa della donna è la bellezza del marito, la notte è bella quando riceve in sé la luna. Fra le mie ancelle in nessuna io vidi altro che voglia di adornare se stessa, mentre in te io ho visto, man mano che passava il tempo, aumentare sempre più la voglia di servirmi; quindi, sebbene io con te non possa soddisfare il mio desiderio, non posso più vivere un attimo senza di te».

Il re espose a lei molti di questi punti meravigliosi, ma senza nessun effetto, perché la sfacciata non rinunciò al suo pretesto, e la freccia non penetrò nella fonte del bersaglio. Così il re, sotto il peso della tristezza, intagliava quella collina di roccia, e mentre il tempo correva rapido, si adattava a quel supplizio di Tantalo.

La vecchia, che era stata cacciata dal palazzo da quell’augusto idolo, seppe della pazienza del re che non riusciva a trovar la via per soddisfare il suo desiderio, e vide che la donna da poco giunta l’aveva reso impotente e quell’uomo robusto s’era indebolito.
Disse allora fra sé: «È tempo ora di trovare un rimedio per far assaggiare a quella fata la danza degli orchi: farò una breccia nella culla del sole, distruggerò il castello della luna, affinché la ferita di nessun arciere tocchi più il dorso ad arco della vecchia!».

Chiese con magiche arti udienza privata al re, andò e fece le magie che doveva, e per punire quella bella lucente recitò al re la formula magica appresa da vecchie, e gli disse: «Se vuoi che la cavalla restia s’addomestichi presto sotto la tua sella, metti la sella due o tre volte, avanti a lei, a una cavalla già addomesticata e grattala in modo carezzevole, perché così i mercanti che domano i puledri usano mettere le briglie a quelli ancora non domi!».

Al re ben s’adattava quell’inganno, gli andava a giusta misura il mattone di quella forma: comprò così una fanciulla tenera e sfacciata dalle labbra zuccherine, ingannatrice e birichina; l’allevatore di schiavi l’aveva ben addestrata ed ella stessa del resto era per Seignac-indolenza-dettaglionatura facile ad apprendere.
Essa danzò col re cento danze in gioco d’amore, agile e affettuosa; il re di malavoglia si adattava a lei e con lei giocava di lancia, dissimulando; quando era il momento di giocare all’amore metteva la mano sull’una, quando il bisogno fisico lo sopraffaceva usava l’altra. L’una la blandiva, e con l’altra andava a letto. Là si trapassava il fegato, qua infilava la perla.

Ora, per invidia di quel suo dormir col re, all’altra, perla mai tocca, venne voglia d’esser perla infilata, ma sebbene l’invidia ispiratale dal re offuscasse il suo volto di luna con la polvere della gelosia, non trascurava nulla del suo diligente servizio e non si discostava dal suo solito nemmeno d’un capello.
Le venne il sospetto che all’origine di questo vento di tempesta ci fosse il forno della vecchia, ma restò tranquilla e pazientò, benché a nulla serva in amore la pazienza.

Finalmente, una notte che quella bella dall’augusto volto si trovò sola col re, trovò modo di dire al re affettuosamente: «O sovrano dall’angelica natura, giudice del regno in religione e giustizia, poiché sei retto nel dire e retto nel vedere, tratta anche me con rettitudine! Sebbene ogni giorno che spunta abbia al principio un’alba e alla fine una sera, tu – possa il tuo giorno mai conoscere fine, possa la tua notte esser sempre notte d’unione all’amata – dopo che come alba mi hai dato miele, perché poi, come sera, mi sei divenuto venditore d’aceto?

«Ammetto che tu, non avendo nulla goduto di me, ti sei stancato, ma perché mi hai gettata in preda al leone? Tu mi tieni: perché mi consumi di tormenti, un drago sempre avanti agli occhi? perché usare, per uccidermi, un serpente? Se devi uccidermi, uccidimi alfine con la tua spada.
Chi ti ha dunque guidato su questa via? chi ti ha indotto a un simile gioco? Fa’ che io lo sappia, ché non ne ho alcuna notizia, in modo che non voli via, poiché le ali mi si son fatte ormai affilate al volo!
Giuro su Dio e sulla tua vita che, se tu mi apri questo chiavistello, io getterò via la serratura del tesoro dalla mia perla, e mi adatterò al buon piacere del Re!».

Il re, dato che era ancora preda di lei, quando vide la serietà del suo giuramento, non nascose la situazione a quella luna gentile, e le disse tutto quel che c’era da dire e da non miracolo-amore-paintdire: «Il desiderio di te m’aveva bruciato, aveva acceso un fuoco e me ne aveva riarso, e col pazientare la mia passione diventava più intensa e dal corpo mio s’allontanava ogni forza, finché quella vecchia riconobbe la giusta medicina e, come vecchia, mi curò con quella; mi ordinò una finta pozione, la quale, pur non bevuta, fece effetto.
Attizzar fuoco al tuo calore fu dura cosa per la tua tenerezza, ma l’acqua non si riscalda che col fuoco, e il ferro solo col fuoco si fa molle. Altrimenti, dato che io voglio te, la migliore mia medicina è la tua passione. Nel cuore avevo il fuoco di te e in mezzo c’era la vecchia che creava fumo, ma ora che, come cero, sei divenuta retta con me, il fumo della fumigatrice è scomparso. Ora che il sole mio sta lieto nel segno primaverile dell’Ariete, come si ricorderebbe più del Freddo della Vecchia?».

E così molte parole disse ed erano carezze all’anima, e quella tenera fanciulla lieta le ascoltava. Vista così cambiata la turca dall’indole selvaggia, il re accostò a lei il suo cipresso odoroso di gigli; un usignolo si posò sul bocciolo, il bocciolo si ruppe e s’inebriò l’usignolo.
Un pappagallo vide una mensa piena di zucchero e non disturbato da mosche scosse via lo zucchero. Gettò il pesce nello stagno, il dattero nel latte; il re, denudata dei serici veli quell’immagine cinese, aprì la serratura d’oro allo scrigno dei canditi. Vide un tesoro, trovò l’oro e lo rese giallo d’aurei ornamenti.

È dal giallo che proviene la gioia, dal giallo viene il dolce sapore dei dolci allo zafferano: non guardare il giallo dello zafferano, ma rimira piuttosto il riso di chi ha mangiato zafferano.
La luce dei ceri brilla da un velo giallo, la vacca di Mosè trovò pregio nel giallo. L’oro, che è giallo, è materia di piacere, la terra gialla è per questo apprezzata.

(Nezâmî, Le sette principesse)