Eliade – Sole-Padre e l’universo estatico dei Desana

La cosa sorprendente è che un parallelo con alcune evolute teologie della luce si può ritrovare tra i Desana, una piccola tribù di lingua tucano che vive nella foresta equatoriale del fiume Vaupés nell’Amazzonia colombiana, il cui livello culturale (essi, tra occhio-solarel’altro, disprezzano la pesca e l’agricoltura e sono dediti esclusivamente alla caccia) è piuttosto arcaico.

Per i Desana tutto il creato è un’emanazione della luce giallo-dorata del Sole-Padre. Il Sole-Creatore non coincide realmente con l’astro che vediamo in cielo; è, piuttosto, il principio creativo che continua a esistere come tale e che, sebbene invisibile, può essere conosciuto tramite la sua influenza benefica.
Dopo aver concluso la sua attività creatrice, il Sole si ritirò in Axpikon-día, la regione paradisiaca sotterranea. Mandò però come suo rappresentante l’astro che noi vediamo oggi nel firmamento, attraverso il quale continua ad esercitare il suo potere dispensando luce, calore, protezione e, in special modo, fertilità.

L’energia solare si manifesta attraverso la luce calda e dorata che ha carattere di seme. Tutte le figure divine sono state create da Sole-Padre perché il creato stesse sotto la sua protezione; esse sono sue rappresentanti. Tutte le energie cosmiche, la vita e la fertilità universale, dipendono dunque da Sole-Padre.
Lo stesso genere umano ha avuto origine da alcune gocce di seme cadute dai raggi solari. Sole-Padre ingiunse a un personaggio mitico – Pamuri-maxë – di guidare gli antenati delle tribù del fiume Vaupés fino ai territori che abitano attualmente. Il viaggio fu fatto in un’enorme canoa che era anche un gigantesco serpente [anaconda].

Il simbolismo sessuale implicito in questo mito è confermato dall’etimologia del nome Pamuri, che allude al fallo eiaculante: Sole-Padre avrebbe mandato un nuove creatore a popolare la terra.
Il sesso è la sorgente della vita, ma può anche essere portatore di morte, caos e distruzione. Sole-Padre commise incesto con la figlia; successivamente questa morì, ma egli la risuscitò con fumigazioni di tabacco. Il crimine di incesto fu seguito da un periodo di caos, durante il quale bestie e demoni comparvero in gran numero e misero in pericolo la vita stessa del mondo. Ma il creatore ristabilì l’ordine, proclamando il divieto di incesto e istituendo in tal modo la prima e più importante norma sociale.

sole-luna-piangente

Secondo i Desana, l’anima è un elemento luminoso che possiede la propria luminosità dispensatale dal Sole; ogni essere riceve dal sole questa luminosità. Quando un’anima è pericolosamente minacciata da forze magiche, per rafforzarla vengono evocate tre classi di luci solari. La seconda di queste è bianca e associata al potere seminale del Sole. L’intera luminosità dell’anima è visibile solo agli iniziati, cioè agli sciamani (pajé) e ai sacerdoti (kumú).

L’anima del pajé è paragonata a un fuoco la cui luce penetri l’oscurità e renda ogni cosa visibile; è immaginata come una fiamma che emana una potente luce dorata, simile a quella del Sole. Un pajé non ha potere senza la conoscenza che gli è data dalla luce: egli è infatti «una parte della luce del Sole». E, come la luce del Sole, la luce dell’anima dello sciamano è giallo-dorata; in altre parole, «rappresenta la virtù fecondante del Sole». Ogni pajé porta appeso al collo un cilindro di quarzo giallo o bianco, chiamato «fallo di Sole». Ogni quarzo o cristallo rappresenta il seme virile.
Dall’altro canto, il «sacerdote», il kumú, è ritenuto un personaggio ancor più luminoso del pajé. Emette una gran quantità di luce interna, una fiamma splendente, invisibile ai non iniziati, che rivela i pensieri di ciascuno.

Così, per i Desana – e ciò vale per tutte le tribù tucano dell’area del Vaupés – Sole-Padre rappresenta non soltanto un’alta divinità creatrice, ma anche la fons et origo di ogni sacralità nell’universo. Di conseguenza, c’è un intimo nesso tra luce solare, sacralità, surreal-donna-fuococreatività e sesso.
Tra i Desana, tutte le rappresentazioni, i personaggi e le attività religiose recano un significano sessuale. Il motivo di questo pan-sessualismo ierofanico può essere ravvisato nell’identificazione della luce e del calore solari con l’origine e la perpetuazione della vita cosmica ed umana.

Padre-Sole coincide col fondamento dell’essere; la sua attività, sia cosmica che spirituale, è una conseguenza della sua pienezza ontologica. Padre-Sole crea per emanazione e il suo tipo di cosmogonia e teogonia è anche il modello esemplare dell’attività spirituale dell’uomo.
Padre-Sole resta invisibile, sebbene la luce solare sia la sorgente della vita e della salvezza; similmente, la luce interiore del sacerdote e dello sciamano non può essere vista, ma può essere percepita nei suoi effetti e per loro tramite.

Poiché la luce del Sole è concepita come un divino seme virile «procreatore», è comprensibile che le estatiche visioni iridescenti provocate dalla pianta allucinogena dello yajé siano state paragonate all’atto sessuale. I Tucano dicono che durante il coito l’uomo è «soffocato» e «ha delle visioni».
Secondo un mito, la Donna-yajé fu ingravidata attraverso gli occhi. In effetti, l’equivalenza occhi-vagina è familiare per i Tucano. Il verbo «fecondare» deriva dalle radici di «vedere» e «deporre».

Lo yajé si beve cerimonialmente tre o quattro volte l’anno. Le date vengono decise dal sacerdote (kumú), che a una festa o in un’assemblea annuncia che verrà portato lo yajé. Possono partecipare solo uomini che abbiano compiuto trent’anni. Le donne sono presenti e incoraggiano i celebranti coi loro canti. Quando gli uomini più giovani, presi dalla nausea, lasciano precipitosamente la capanna, esse ridono sprezzantemente.
Secondo il mito che narra l’origine di questo culto, la soprannaturale Donna-yajé generò bambino-yajéun bambino che aveva «forma di luce: era un essere umano, sebbene fosse Luce; era yajé».

Prima di bere lo yajé e mentre lo si beve, si recitano cerimonialmente il mito cosmogonico e le mitiche genealogie tribali. Il ruolo del sacerdote (kumú) è predominante; spiega ai partecipanti le visioni di cui essi fanno esperienza.
All’inizio i partecipanti sentono soffiare un forte vento; il kumú dice loro che stanno ascendendo alla Via Lattea. Da qui poi discendono nell’Axpikon-día, il paradiso sotterraneo, e vedono un numero sempre crescente di potenti luci dorate, finché hanno l’impressione di una pioggia di corpi luminosi.
La seconda fase comincia con l’arrivo nel paradiso sotterraneo; durante questa fase vengono percepite molteplici forme di vario colore. Il kumú spiega che si tratta di diversi esseri divini e della Figlia del Sole.

Prendere lo yajé viene espresso con un verbo che significa «bere e vedere» e interpretato con una regressione al grembo cosmico, cioè al momento primigenio, quando Sole-Padre diede inizio alla creazione.
In effetti, le visioni dei partecipanti riassumono la teogonia e cosmogonia: vedono come Sole-Padre creò gli esseri divini, il mondo e l’uomo; e come nacque la cultura tribale: le istituzioni sociali e le norme etiche.

Scopo della cerimonia dello yajé è rafforzare la credenza religiosa: i partecipanti, in effetti, possono vedere coi loro occhi che la teogonia e la cosmogonia tribali sono vere. Le visioni, tutto sommato, permettono un incontro personale con gli esseri soprannaturali, un incontro che viene interpretato in termini sessuali.
Un indio educato dai missionari spiega: «Prendere lo yajé è un coito spirituale; è la comunione spirituale, come dicono i sacerdoti». D’altra parte, si dice anche che colui che prende lo yajé «muore»; il ritorno al grembo cosmico, infatti, equivale alla morte.

Povos-indios

Non è questa la sede per discutere i rapporti della teologia e mitologia tucano con le esperienze allucinatorie. Il prete (kumú), che trasmette alle giovani generazioni il significato tradizionale delle visioni, ha un ruolo decisivo. Ma il fondamento di tutto questo sistema religioso è il theologoumenon di Sole-Padre e, di conseguenza, la connaturalità di luce, spirito e seme.
Se tutto ciò che esiste, vive e si riproduce, è un’emanazione del Sole, e se la «spiritualità» (intelligenza, sapienza, chiaroveggenza, ecc.) partecipa della natura della luce solare, ne deriva che ogni atto religioso ha un significato al tempo stesso «seminale» e «visionario».

Le connotazioni sessuali delle esperienze di luce e delle visioni allucinatorie appaiono la logica conseguenza di una teologia solare coerente.
Per la verità, malgrado il suo simbolismo sessuale dominante, lo yajé bevuto cerimonialmente non implica alcun aspetto orgiastico. L’esperienza allucinatoria è valorizzata essenzialmente dalla sua natura estatica e luminosa; i suoi significati erotici derivano dalla teologia solare, cioè dal fatto che Sole-Padre ha generato ogni cosa e che, di conseguenza, la luce solare è «seminale».

I Desana sono uno splendido esempio di come un tipo specifico di religione solare può valorizzare le esperienze di luce e integrare le visioni allucinatorie nella struttura di un universo estatico.
Alcune delle equivalenze dei Desana (ad esempio luce = sperma) ricordano un’analoga surreal-fiore-fuocoequivalenza orientale e mediterranea. Ma l’esempio sudamericano ha anche il merito di richiamare la nostra attenzione sull’attuale scarsità di documenti concernenti l’area orientale e mediterranea.
In effetti, paragonati con la ben articolata teologia e mitologia Desana e col loro rituale allucinogeno, perfino i migliori testi tantrici e gnostici paiono approssimativi e incompleti.

L’esempio dei Desana, infine, ci mostra in che senso e fino a che punto le esperienze estatiche, allucinatorie o no, possono arricchire e ristrutturare un sistema religioso tradizionale.
Risulta che la serie di equivalenze luce-spirito-seme-dio, ecc. resta «aperta»; che, cioè, le esperienze fotiche sono in fondo suscettibili di ricevere sempre nuovi significati. E risulta inoltre che l’induzione di fotismi non è limitata a un singolo agente; come agenti sono attestati: l’ascetismo estremo o, viceversa, l’atto sessuale; pratiche yogiche o altrimenti contemplative; esplosioni fotiche spontanee; tecniche erotiche miranti alla produzione di «calore magico»; sistematica meditazione sul fuoco, sulla luce solare e sulla creatività; visioni estatiche e allucinogene, ecc.

Ciò che, in definitiva, importa è il significato religioso dato all’esperienza di luce interiore. In altre parole, l’origine dei fotismi religiosamente significativi non va cercata nelle «cause naturali» dei fosfeni o nell’esperienza di fosfeni spontaneamente o artificialmente indotti.
E questo per la semplice ragione che, come studi recenti hanno ampiamente dimostrato, 1) fosfeni di differenti forme e colori sono conosciuti universalmente, e 2) si possono indurre fosfeni con svariati mezzi, dalla semplice pressione sulle palpebre alle più raffinate tecniche di meditazione.
Ciò che interessa lo storico delle religioni e, di fatto, lo storico tout court, sono le innumerevoli valorizzazioni delle esperienze di luce, vale a dire la creatività della mente umana.

(Eliade, Spirito, luce e seme)

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Hurtado-donna-gravida

Come può una Donna essere «ingravidata» attraverso gli occhi? come può essere «riempita» e di quale «seme» in particolare, se qui di altro non si parla che di luce, visioni, forme, figure e colori?
Per sbrogliare il filo della sua stessa matassa, è bene che Teseo apprenda a riconoscere nella Donna Luminosa che egli chiama Arianna, la «figlia» della sua propria Immaginazione Creatrice.
Non c’è bisogno di dirlo, ma che vuoi? è più forte di me, e devo dirlo: è l’Immaginazione la Donna «ingravidata» di luci e di visioni, di forme e di figure – insomma: di immagini.

Scusa, ma è che, se non me lo ripeto per l’ennesima volta, che la Donna – quella che a ciascun bambino in illo tempore piove dalle nuvole, ed è manna nel deserto per tutto il popolo dei bambini che vivono e giocano nelle sue primitive «connessioni» mentali – se non me lo ridico che le Donne, in tanto sono «figlie dell’Uomo», in quanto sono «generate», concepite e partorite, dalla sua immaginazione – ovvero dalla Donna che è in lui – non ci capisco una mazza della mitologia Desana, e perdo di vista la via.
Perché dalla Donna dei Desana alla Beatrice di Dante il passo è assai più breve e fulmineo di quanto i racconti siano in grado di raccontare.

Abbiamo ereditato dal Medioevo o giù di lì l’abitudine a trattare l’Immaginazione come una «facoltà» della nostra mente – e sia. Ma se per caso a «facoltà» facciamo dire quel che porta scritto nel suo etimo, con essa dobbiamo intendere anzitutto la «facilità» con surreal-donna-sole-uccellicui la usa la nostra mente. Dobbiamo intendere cioè una «automazione» (istintiva? forse – meccanica, certamente) dei procedimenti immaginali, essa sì, davvero, «eredità» della nostra Specie.

L’Immaginazione Umana è la Figlia del Sole, è la Figlia della Luce – e come potrebbe essere altrimenti? È l’abitudine, ormai automatizzata, a frequentare la Luce e le sue Onde, l’abitudine a raccoglierne informazioni e nutrimenti.
È la Luce del Sole – così dice il Racconto – a «generare» la più Bella del Reame. La Luce invisibile a «partorire» gli occhi che ne vedano le rare, eccezionali, misteriose ed enigmatiche epifanie «tra le righe» della luce visibile.
Ma il Racconto dice anche (perché nessuno lo scambi per un catechismo) che la Donna, la più Bella del Reame, se ci fai caso (tipo il ripensamento di Dante al quinto dell’Inferno), è figlia non del Sole, ma di Caimano, o comunque di un certo Scultore che gliela scolpì, diciamo così, dinanzi ai raggi, perché il Sole v’inciampasse – perché il Sole smarrisse la «retta via» dell’Equatore Eterno.

Ma poiché a «riempire» del proprio seme la Donna è in tutti i casi la Luce del Sole, ne risulta che – quando è suo «padre» – il Sole incorre in un incesto, e quando invece è soltanto un suo «spasimante», il Sole non riesce a trovare il pertugio per cui a quella certa Sfinge trovare la risposta.
C’è sempre una debolezza nel Sistema, ovvero nel Gioco della Seduzione, e questa debolezza, questa vergogna, il Racconto s’incarica di metterla in luce – e perciò rilutta a diventare catechismo. Il Racconto stesso lo dice: il Sistema è fallibile, la Narrazione ha un buco «otturato», ed è proprio quello da cui ogni racconto continua a sbucare.

Non finisce mai … il pozzo. No, non c’è limite alla profondità dell’Immaginazione Umana – una volta bucata che fu la sua Vagina. O meglio: non altro limite che quello che il Sole stesso «incontrò» appena sedotto da ciò che la sua stessa Luce gli illuminava dritto dinanzi ai raggi. E perciò nessun altro sbandamento, nessun altro rinvio ad altra via, che non la via stessa del Sole, la via traversa che il Sole prese, e il suo dondolare sopra e sotto l’Equatore «senza mai trovare pace».