Caucaso – La morte di Batradz

occhi-fantasmi

Da quel giorno, Batradz non smise di perseguitare e attaccare i Geni e gli Spiriti, di tormentarli e di massacrarli. Tutti insieme, essi andarono a lamentarsi con Dio.
«Il figlio di Hæmyts, Batradz, non ci lascia più vivere, sopprimilo!».
«Che cosa posso fare per voi? – rispose Dio. – È nato senza che io l’abbia voluto, e la sua morte non dipende da me».

Quando Batradz seppe che i Geni e gli Spiriti si erano lamentati con Dio, si disse: «Che Dio è mai questo, presso il quale Geni e Spiriti vanno a lamentarsi? Andiamo a vedere!».
Fece i suoi preparativi e si mise in cammino verso il Dio del cielo.
Ma, quando Dio seppe che Batradz veniva verso di lui, gettò sulla sua strada una piccola borsa che pesava tanto quanto la terra.

Senza scendere da cavallo, Batradz spinse il manico della sua frusta sotto la borsa e si sforzò di sollevarla: il cavallo sprofondò nella terra fino al ventre e il manico della frusta si ruppe.
Molto sorpreso, Batradz scese e afferrò la borsa. Questa si sollevò appena, e Batradz affondò nella terra fino alle ginocchia. Allora, lasciò la borsa dov’era e continuò la sua strada.

Dio gettò ancora davanti a lui un gomitolo di filo d’oro, della stessa lunghezza e della surreal-gomitolostessa forza che tutte le radici delle piante della terra.
«Portiamo questo gomitolo a Satana – si disse Batradz. – Le servirà per accomodare la mia pelliccia!».
Si chinò dall’alto del cavallo, ma non riuscì a smuovere il gomitolo. Scese, e l’afferrò: ma quello non si mosse.
«Vi sono dunque cose più forti di me!», si disse e, rinunciando a recarsi da Dio, tornò indietro.

In quel momento, vide passare nel cielo sette membri della famiglia di Uastyrdji e sette della famiglia di Uatsilla. Si gettò su di loro, e uccise tre degli uni e tre degli altri.
I superstiti andarono a trovare Dio: «Scegli, Dio: o noi, o il figlio di Hæmyts!».
Dio rispose loro: «Non può morire che nel modo che gli si addice. Chiedete al Sole di dare in un giorno il caldo che deve dare in un anno. Attirate Batradz nella steppa di Hæmz e attaccatelo a colpi di piombo ben martellato. Il combattimento lo riscalderà, ma quando andrà per raffreddarsi alla fonte dove è solito bere, io la inaridirò; poi, quando andrà verso il mare, io lo prosciugherò».

I Geni e gli Spiriti trasmisero al Sole la parola di Dio, e il Sole diede in un giorno il calore di un anno. Attirarono Batradz nella steppa di Hæmz e lanciarono su di lui blocchi di piombo ben martellati. Egli rispose con una pioggia di frecce che uccisero quattro Uastyrdjitæ e tre Uatsillatæ.
La lotta continuò così sotto l’ardore crescente del Sole, e Batradz cominciò a sentirsi arroventare.
«Aspettate che io mi raffreddi e poi vedremo!», gridò minaccioso. Corse alla fonte dove era solito bere: non dava più una goccia d’acqua. Corse verso il mare: era secco. Batradz adesso era tutto rovente. Ma un pezzo dei suoi intestini non era stato temprato col resto del corpo dal fabbro Kurdalægon. Quando quel tratto bruciò, Batradz cadde morto.

I Geni e gli Spiriti tornearono trionfalmente sopra il suo cadavere. Batradz emise allora un tal lezzo che molti svennero e molti altri morirono.
Essi andarono a lamentarsi con Dio: «Da morto, ci fa più male che da vivo».
santa-SophiaDio disse loro: «Portatelo nel sepolcro celeste di Sofia!».
Ma i Geni e gli Spiriti non ebbero la forza di sollevare Batradz. Attaccarono al suo corpo dodici coppie di buoi: ma esso non degnò affatto di muoversi.

Tornarono da Dio, e Dio disse loro: «Attaccate due torelli nati nel giorno della festa di Tutyr, il protettore dei lupi».
Attaccarono i due torelli che tirarono il corpo fino al sepolcro di Sofia. Ma, quando cercarono di farvelo entrare, le loro pene ricominciarono: se lo presentavano dalla testa, lui allargava i gomiti; se lo presentavano dai piedi, allargava le gambe e le appoggiava sui montanti della porta.

Tornarono una terza volta presso Dio, e Dio disse loro: «Egli desidera un dono da me».
E Dio lasciò cadere su di lui tre lacrime.
Subito Batradz si lasciò introdurre nel sepolcro di Sofia dove i Geni e gli Spiriti lo sotterrarono. Quanto alle tre lacrime di Dio, là dove caddero, sorsero i tre grandi santuari dell’Ossezia: Tarandjelos, Mykalgabyrtæ e Rekom.

(Fonte: Dumézil, Il Libro degli Eroi)

***

E dunque, teniamolo a mente: Batradz riposa nel sepolcro di Sofia, Batradz giace nella tomba di Sapienza. Per farcelo entrare, non sono bastate dodici coppie di buoi, neanche col rinforzo dei due torelli nati il giorno della festa in cui si celebra il «Nume» che riuscì a legare il Lupo alla catena!
Con Batradz, è qualcosa di più «forte» del Lupo che dev’essere imbrigliato: è il «figlio della Rana», figlio cioè di quella potenza della nostra immaginazione infantile che non può essere portata in piazza, che non può essere esibita – sarebbe come esporla al pubblico ludibrio, e nient’altro – perché quella potenza è la Seduttrice Segreta, la Matrice afrodisiaca del nostro individuale linguaggio immaginario.

surreal-rana-pesce

Faccio per dire: se il Lupo è il desiderio selvaggio, l’istinto affamato – come lo chiamerebbe Nietzsche – la Rana è, di tutti i nostri desideri, quell’altra fame, quella che si nutre di «vivande sognate», di poetiche finzioni, di magiche metamorfosi notturne senza con ciò mai saziarsi.
Se perciò per incatenare il Lupo può pure bastare un gioco di parole, una menzogna, un inganno o una maledizione qualsiasi, per seppellire invece il nostro Ranocchio – ma sì, diciamolo: per ingoiare il Rospo dei rospi – ci vuole ben altro.
Servono nientemeno tre lacrime di Dio – di Dio in persona! perché nessuno di noi ha (non più, perlomeno) gli occhi per piangerlo. Solo Dio, proprio e solo quel Dio che ne ha voluto la «morte», sa rimpiangere, una dopo l’altra, le tre lacrime con cui in illo tempore lo pianse e, piangendolo, lo seppellì.

… amo guardare come muoiono i bambini
(Majakovskij)

Nel corso della Grande Migrazione, nessuno se lo ricorda più, ma noi migrammo, i nostri «corpi» migrarono dall’Immaginario al Simbolico, e molti bambini furono «rapiti» dagli Spiriti – così raccontano in America.
Perché i bambini, per chi se ne fosse già scordato, sono continuamente alle prese coi Fantasmi delle loro fantasie. I bambini che ancora non sono caduti nel giro simbolico, surreal-diavolettisono sempre in guerra – come Batradz – coi Geni e con gli Spiriti «maligni». E se è il caso, nel corso di questo Conflitto, i bambini non esitano a «uccidere» perfino i Santi che vengono a «infestare» (di chiacchiere e di prediche) le loro immaginazioni.

Poi, però, sappiamo come va – di solito.
Non sempre, ma di solito finisce che i bambini «muoiono». Finisce che diventano «uomini», lo diventano giorno per giorno, finché un bel giorno – pardon: un brutto giorno – il loro immaginario viene «sepolto» sotto i segni e le parole del Reame Simbolico. I bambini muoiono dacché, invasati dai Geni e dagli Spiriti incorporei che sono in giro nel Racconto, cominciano a parlare parole e, parlandole, saltano nella Realtà del Mondo così come le parole, questa Realtà, se la cantano e se la suonano.
Le parole scoprono l’America! scoprono la Terra Promessa! Nelle parole, i bambini trovano la «promessa» di tutto un Continente – la trovano proprio nel «posto» dove più si trovano a patire la relazione a due, faccia a faccia, coi loro Fantasmi. Là dove questa relazione «fallisce», là dove la Fata non ce la fa più, sebbene sia Turchina, a fronteggiare il Popolo e la sua Langue, i bambini si arrendono alla Promessa, allo spero prometto e giuro che vige nel Reame Simbolico.

Quanti bambini ci sono in un bambino?
Questo ci dovremmo chiedere, almeno per quella Stagione che precede l’avvento dell’io. E forse scopriremmo che in ognuno c’è una molteplicità di bambini, di più: che in ogni bambino è all’opera la molteplicità propria di un’immaginazione non ancora asservita alla Signoria della Parola – che in ogni bambino è all’opera la Macchina della Specie (e dei suoi «istinti») che produce e riproduce vecchie e nuove connessioni immaginali (… e … e … e …), come a «scrivere» la posterità di un passato – ma in una lingua «morta», in una lingua «sepolta» … nel Santuario di Sofia.

foresta-candele

Prima di Narciso, in ogni bambino c’è la moltitudine infantile, l’incalcolabile folla di tanti bambini quanti sono gli incontri «casuali» in cui s’imbatte la sua immaginazione.
Al tempo della Grande Migrazione, vennero però – dal Reame Simbolico – gli Spiriti a «rapirlo» al suo mondo immaginario. E la folla dei suoi bambini si disperse. La folla, impaurita, si lasciò «divorare» dallo spero prometto e giuro di Mammone. Fece resistenza, più degli altri, il Lupo. Ma alla fine bastò raccontargli una bugia: «Vieni a scuola! fatti legare, è solo un gioco!», e il Lupo cadde nella Rete del Nume. Il Lupo era troppo affamato di Realtà, per non credere alla Grande Menzogna con cui gli era dato di scoprirla, una volta divenuto «soggetto», io appeso, alla catena della Langue.

Altra questione, tutt’altra faccenda è quella che riguarda Batradz, il brutto rospo, il Figlio della Rana – ovvero l’immaginazione che il bambino ha immaginato incontrando la Rana – quella Rana che solo per lui di notte, e solo in segreto, diventa la più turchina delle Fate.
Batradz è irriducibile all’Inganno della Parola. Non bastano dodici «coppie» di buoi (bene/male, bello/brutto, sopra/sotto, duro/molle, ecc.) per tirarlo nella logica Mirò-pipe«gemellare» della Langue. Batradz è «dispari».
Batradz è la «disparità» (l’ultimo resto della preistoria immaginale del bambino) che può entrare nel Reame Simbolico, di cui il Santuario di Sofia è qui la Metafora, neanche tanto velata, senza scambiarsi con nessun altro segno, che gli funga quantomeno da «opposto».

Solo un’energia «divina» può dunque spingerlo a passare la Porta.
Gli altri bambini sono già di là. Sono i Narti, gli eroici, i valorosi, che nella Parola hanno trovato «nutrimento» sufficiente al loro «prestigio». Gli altri si sono lasciati «mangiare» dall’Orco. Perfino il Lupo, che pareva tanto tosto, alla fine s’è fatto prendere per i fondelli.
Per Batradz no. Per chiudere Batradz nel Santuario del Racconto, c’è voluto un triplice flusso di «lacrime divine». C’è voluto un «gesto senza parole», per restringerlo e farlo passare per la Porta del Dire Umano.

Il corpo senz’organi non è Dio, tutt’altro. Ma divina è l’energia che lo percorre.
(Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo)

Il molteplice immaginale, il corpo delle nostre immaginazioni non ancora «organiche» alla Parola, non ancora «organizzate» secondo la Legge del Dire, non ha in sé, se prendi immagine per immagine il suo «contenuto», niente di divino. E tuttavia è divina l’energia che lo «contiene»: un’energia che è al di là dell’umano, un’energia che non è ancora «umanizzata», che è essa, anzi, a «umanizzare», uno per uno, i cuccioli della nostra Specie.
Un’energia che non passa per le parole, che non gira per la piazza, che non si pubblica mai, che non sa e che non vuole e che non ha «niente da dire», anzi: che ha dichiarato guerra a tutti i Maligni che si aggirano nel «dire».